Migrazioni e mescolanze

Viviamo un momento cupo, nel quale hanno resa dominante l’idea secondo la quale chiudere frontiere di terra e di mare, a qualunque costo, sia la soluzione ai problemi non solo d’Italia.

È un’idea che radicalmente rifiuto, e in questo rifiuto si inserisce la sempre presente domanda: “Come può il mio mestiere di storico contribuire a spiegare il rifiuto? In particolare, come lo può fare il mio essere storico del cibo e della religione?”.

Primo. Propongo una riflessione che trovate in conclusione al riuscitissimo libro Pensare come un antropologo, di Matthew Engelke: la ricerca antropologica ha un fine etico, tutto sommato molto semplice. Conoscere gli altri ci rende persone migliori. Ne sono convinto e ritengo che lo stesso valga anche per la storia: conoscere gli altri attraverso il loro e il nostro passato ci rende persone migliori. Perché impariamo le differenze, la complessità,  l’estraneità, ci rendiamo conto che esistono i panni e i cibi degli altri e talvolta può capitare di indossarli, di mangiarli, di mescolarli in mille modi. Anche macchiando i panni con i cibi.

Secondo. La consapevolezza del passato ci insegna che il cammino non si ferma, né con muri instabili, né con leggi ingiuste. Magari lo si potrà rallentare, lo scrivo senza crederlo, ma se anche così fosse staremmo a parlare di un rallentamento a velocità infinitesimale. Come un freno che non funziona. Lo dimostrano in tanti, tra i quali scelgo Guido Barbujani e Andrea Brunelli, che nel fortunato Il giro del mondo in sei milioni di anni spiegano: “… in fondo alle gambe non abbiamo radici, ma piedi: piedi di cui ci serviamo dall’alba dei tempi per il colossale viaggio che impegna l’umanità fin da quando ha mosso i primi, timidi passi sul suolo” (citazione felicemente scelta per la quarta di copertina).

E la storia del cibo? Terzo. Il cibo è un elemento identitario profondo, non credo sia possibile sostenere fondatamente il contrario. Attorno a piatti e bicchieri si costruiscono percorsi di turismo e scoperta della memoria. Va benissimo. Fermiamoci però il tempo necessario a guardarci indietro. Per fare un facile esempio: l‘insieme di elementi materiali (ingredienti) e immateriali (tecniche) che costituisce il patrimonio culturale italiano è frutto del viaggio. Fossimo stati fermi o rinchiusi non avremmo la pasta, la pizza o il caffè di moka. E io soffrirei di gastrite, incapace di fare colazione con il tè o ancor meglio la yerba mate. La gastronomia evolve in termini di ibridazione e transculturalità. Non c’è nulla di autoctono. Le gastronomie nazionali e locali mutano quotidianamente, sono il frutto di migrazioni e mescolanze. Le persone adottano cibi e li trasformano, trasmettono il sapere dell’integrazione tra ingredienti, della conservazione e della cottura, persino quello del cosiddetto impiattamento. Io quello che so l’ho imparato da mia nonna paterna, che non amava cucinare ma preparare una bella tavola sì.

In questa ricerca di senso oggi mi fermo qui, solo però nell’attesa di scrivere la prossima puntata. In fondo, non ho neppure parlato di religione.

CaffeMoka

Due libri belli già li ho citati nel post, per il terzo punto il suggerimento è A. Greyzen, Food Studies and the Heritage Turn, articolo pubblicato nel volume 12, 2, 2014 di Food&History.

Il maiale del conquistador

Chi abbia una certa familiarità con la storia delle Americhe sa bene quanto il cavallo sia stato importante nella storia della conquista: i cronisti dei primi grandi scontri tra spagnoli e aztechi ci raccontano di come i mexica pensassero che l’uomo a cavallo fosse un grande mostro capace di divorare il nemico. È vero. Ed è troppo semplicistico pensare che questi pensieri fossero ingenui, immaginiamo di incontrare in carne e ossa un grosso animale immaginario o persino mai immaginato che ci viene incontro sbavando. Come reagiremmo?

Alcuni storici però, attenti alla complessità delle cose e ansiosi di arrivare alla radice delle questioni sostengono che il maiale fu ancor più decisivo del cavallo nella stessa storia della conquista. Non so se giudicare se sia vero, e non mi pare neppure troppo rilevante, mi interessa piuttosto riflettere su quanto e perché questa opinione sia plausibile. Per prima cosa, quale maiale? Non quello lento e ciccio che vediamo negli allevamenti del XXI secolo, no,  ma una bestia che sbarcata sulle coste faceva in fretta a diventare veloce, resistente, agile e, soprattutto, autosufficiente.

Non era certo facile portarsi maiali nelle stive delle navi, ma servivano. Immaginiamo lo spazio che occupavano, la cura che richiedevano, gli odori che producevano. Ma una volta finito il viaggio, assicuravano gran cibo. Europei capaci di altruismo e pensiero in prospettiva inaugurarono pure l’usanza di lasciare coppie di maiali in sperdute isole perché si moltiplicassero e fornissero di che nutrirsi ai futuri visitatori. Le coppie suine non si fecero pregare, si diedero da fare e si moltiplicarono, adattandosi all’ambiente meglio pure dei colleghi uomini, anche perché impararono molto prima di loro ad apprezzare il mais. Chi tra avventurieri e navigatori sceglieva la terra ferma aveva vita meno ardua, una volta esaurite con fatica le tribolazioni della traversata transoceanica: ci si dava all’esplorazione, alla razzia, alla guerra muovendosi in gruppi fiancheggiati, anche, da mandrie di maiali che facilmente si ingrandivano. Tanto che molti animali potevano staccarsi dal gruppo e avventurarsi in una vita allo stato brado. Scorte di carne ambulante talmente ricche da sembrare inesauribili. Cosa che non erano le risorse alimentari degli indigeni, che prima di imparare a convivere con il suino d’oltremare dovettero, talvolta impotenti, guardarlo saccheggiare campi e pascoli, rubare il loro cibo senza saziarsene mai. Il maiale causò carestie e si fece pure portatore malsano di microbi e batteri. Come l’uomo.

Maiale volante

Queste riflessioni si devono alla lettura del classico di Alfred W. Crosby, Lo scambio colombiano, tradotto in varie edizioni per Einaudi. Spiace, infine, che la foto del maiale volante dei Pink Floyd sia soggetta a copyright. Sarebbe stata perfetta.

 

Bere sulle navi attraversando l’Atlantico. Complicate navigazioni del XVIII secolo

Una delle difficoltà insite nello scrivere un libro è la necessità di scegliere, almeno a mio modo di vedere. Tra le tante pagine e carte che si leggono, solo una parte viene raccontata in quello che sarà pubblicato. A volte delle scelte ci si pente, o quantomeno può capitare di non esserne pienamente convinti. Il blog può servire anche a risolvere qualche dubbio.

Sbornie sacre, Sbornie profane è pronto e stampato, lo troverete (sarete centinaia di migliaia, inevitabilmente) in libreria dal 5 aprile, ma al suo interno non leggerete la storia che segue. È tratta dal racconto del viaggio atlantico del gesuita modenese Gaetano Cattaneo, che contribuì a ispirare la celebre opera di Lodovico Antonio Muratori, Il Cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai.

Siamo tra 1728 e 1729. La prima tappa della lunga traversata sono le Isole Canarie, che, racconta il missionario, sono celebri soprattutto per il vino e il tabacco. Ma il vino è proibito alla soldatesca d’equipaggio perché si teme l’ubriachezza possa essere fonte di tumulti o peggio ammutinamenti. Uno sprovveduto passeggero, danaroso e ignaro di questa abitudine, distribuisce tra i soldati una botte di malvasia, presto svuotata. E la conseguenza è proprio il rischio di un’insurrezione per opera dei più sbronzi. Il capitano interviene a mettere a posto le cose.

Passato il Tropico, un problema piuttosto grave viene a galla: la sete, resa insopportabile dal caldo umido e dalla riduzione delle razioni (tre bicchieri al dì), legata alla scarsità di precipitazioni. Ognuno fa quello che può , diversi passeggeri vendono vestiti, tessuti e quanto hanno a disposizione ai soldati in cambio di una parte della quota d’acqua giornaliera. Si fanno pure delle specie di abbonamenti: una camicia raffinata in cambio di un po’ dell’acqua altrui per sei giorni di fila. Cose così. Uno dei più in vista a bordo pretenderebbe persino dell’acqua per radersi, ma lo mandano dove merita di andare. Unica consolazione è che si beve bene, perché il capitano ha escogitato un sistema di isolamento assai efficace, contrariamente a molti altri che costringono i naviganti a bere robaccia putrida. Barili di buon legno ben sigillati con il gesso. Ma lo stesso non è stato fatto per la riserva di biscotto (noi le chiameremmo gallette), dalla quale saltano fuori arzilli vermicelli che si mettono a ballare sui tavoli. Qualcuno si sente male e lo possiamo capire.

Si pesca bene e non si patisce la fame, ma in vista dei periodi di magra si tende a non mangiare pesce fresco, quanto piuttosto a salarlo. Se però poi si è costretti a mangiare pesce salato, ecco che la sete si infiamma ancora di più. Il serpente che si morde la coda, oppure il verme, fate voi. Arrivati in vista di Buenos Aires, c’è entusiasmo all’idea di gustare chiare, fresche e dolci acque. Ma il vento contrario spinge indietro la nave, e tocca aspettare, riducendo ancora di più i tre miseri bicchieri. Alla fine però, ecco l’approdo. È finita, neanche male.

Ne ho letti parecchi, di questi resoconti di viaggio, e dall’esperienza nasce la domanda: sarà tutto vero? Credo proprio di no, non tutto, c’è una chiara tendenza a ingigantire le esperienze negative, spiegando la loro soluzione attraverso la categoria del miracolo. Ma che non fosse una passeggiata, si mangiasse da schifo e si bevesse poco, ecco, su quello c’è ben poco da dubitare.

Portuguese_Carracks_off_a_Rocky_Coast

Come scritto sopra, questo racconto è stato pubblicato da Lodovico Antonio Muratori in Appendice a Il Cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai. A dire la verità, però, io l’ho letto prima tradotto in spagnolo e inserito in una raccolta argentina curata da Carlo A. Page e intitolata Los Viajes de Europa a Buenos Aires, pubblicata nel 1997.

Ricordatevi il 5 aprile… tutti in libreria perché arrivano Sbornie sacre, Sbornie profane, sapientemente edite da il Mulino.

Self-medication with the pork

I remember seeing a book a few years ago entitled Curarsi con il vino (Self-medication with the wine). I looked at it suspiciously: it seemed to me a way to build an alibi for drinking without worries. I confess, however, that even “Self-Medication with the pork” may seem suspicious.

Those who love adventure novels could really enjoy the story of the Florentine merchant Francesco Carletti’s (1573 or 1574-1636) travels. He departed with his father on January 8, 1594 to Cape Verde and returned to Florence only in 1606, after touching, in addition to the initial destination, the West Indies (Mexico, Peru), the East Indies (China, Goa), Japan, Netherlands and France. As a rich memory of these cruises and these stays, Carletti has left us the book Ragionamenti di F.C. fiorentino sopra le cose da lui vedute ne’ suoi viaggi, sì dell’Indie Occidentali, e Orientali come d’altri Paesi (US Edition: My voyage around the world, NY 1964). Published posthumous in 1701, the book was already known thanks to a considerable manuscript circulation.

Like any respectable traveler, Carletti noted in his diaries a ton of information about food, especially the food that is good for trade. We recall that he was a merchant, a quite smart one, even though the corsairs confiscated his wealth (adventure novels, I wrote above …). In the accurate index of the Ragionamenti there are more than one hundred and fifty voices linked, in some way, to edible things, more or less appreciated.

Certainly, the Carlettis (both father and son) appreciated the prescriptions of the doctors of Cartagena das Indias, where they suffered from malignant fevers:

“The doctors in these countries – wrote Francesco – are so extravagant that our doctors perhaps could not believe their suggestions”, adding that “these reasoning of mine don’t concern anything I have not done, and seen”.

Instead of chicken, the doctor ordered the sick to eat “fresh pork meat, which is so tasteful in this country, that they suppose it is very good for health.” Beside pork, the patients had to eat good seafood, easy to fish in the harbor.

But life was not always peaches and cream. “There are other remedies for those fevers: to extract lots of blood, to provoke dysentery with their medicines, and to cause vomiting.”

These are vulgar remedies, Carletti knows, to the point of commenting that those doctors succeed in killing as well as in healing their patient, in an opposite percentage to what “we see happening among us.”

The moral? Let us stuff ourselves with pork when we are sick, but be aware of the risks.