In vino veritas – un’intervista

Il nuovo post è nuovo assai. Vi propongo infatti un link all’intervista che ho fatto per Radio FBK, un podcast: sono venti minuti (diciannove e cinquantasette, a essere precisi) nei quali racconto di me e delle mie ricerche. E poi è la prima volta che mi affaccio al blog dal “ritiro” di Boston, dove sono arrivato ieri 3 settembre 2019 e dove mi fermerò per quattro mesi, a studiare (ça va sans dire) cibo e gesuiti.

Mi piace, il podcast. Un formato che ha un futuro in questo blog.

Senti chi ricerca – Storie di vita e di scienza
In questo format i ricercatori della Fondazione Bruno Kessler si raccontano in libertà all’interno di brevi interviste sotto forma di dialogo.

Il programma è a cura di Matteo Serra, con la regia di Alessandro Girardi e la consulenza di “Osuonomio”.

EPISODIO 4 | In vino veritas
La storia del cibo, del vino e anche dell’ubriachezza si intreccia a doppio filo con l’evoluzione della società moderna. A spiegarcelo, con un vivace contorno di aneddoti sia divertenti che amari, è Claudio Ferlan, storico e allenatore di basket mancato.

Per ascoltare, basta cliccare. Cheers

Gorizia, non sei un paese per sobri. Bere e mangiare nelle scuole di inizio ‘900

24 maggio 1904. Su proposta dell’ispettore scolastico, il consiglio comunale di Gorizia decide l’acquisto di mille esemplari di una lettera scritta da Giovanni Trunk perché venga distribuita alle famiglie povere. Giovanni è Johann Trunk, maestro, pedagogo e scrittore di Graz. A dare un’occhiata alle pubblicazioni stiriane di fine Ottocento e inizio Novecento si nota quanto Trunk sia presente nella vita sociale e culturale di Graz. Questa sua lettera dunque arriva a Gorizia e viene tradotta dal maestro Giuseppe Franzot.

Si tratta di un opuscolo che contiene consigli ai genitori per l’educazione dei figli in età scolare, tra i quali uno spazio importante spetta all’alimentazione, specie a quella liquida.

«Affidando i vostri figli alla scuola, v’aspettate ch’essa li renda uomini dabbene, cittadini utili alla società. La scuola però non può compiere questo nobile e difficile suo mandato, se voi non educate bene i vostri figlioli e non v’adoperate a sostenerla efficacemente. A tale scopo è necessario, vi atteniate fermamente a quanto segue:»

Il primo punto si concentra su ciò che si mangia, e ciò che si beve.

«Curate innanzitutto l’educazione fisica de’ vostri figlioli. Procacciate loro, per quanto v’è possibile, nutrimento sostanzioso e sano». E che diamine! Centoquindici anni dopo abbiamo conquistato l’ora di ‘ginnastica’ settimanale, guidata per lo più da maestri non qualificati a farlo.

Un po’ più avanti:

«I vostri figli non prendano mai bevande spiritose, l’uso delle quali è sempre dannoso, e l’opinione, piuttosto diffusa, che quest’uso rinforzi l’organismo, è priva affatto di fondamento. L’esperienza insegna, che fanciulli, i quali bevano vino, birra, acquavite o altre bevande alcooliche, hanno un tardo sviluppo fisico e un più tardo sviluppo intellettuale. Ciò che agli adulti è innocuo, danneggia la salute dei bambini è perciò dev’essere loro ricusato. L’uso del fumare non sia loro concesso a nessun patto».

Hai ragione, Trunk, tracannare alcolici in età scolare benissimo non fa. Ma, perdonami, hai pure torto: anche per gli adulti non è proprio del tutto innocuo. Proprio prima di leggere questo documento sono andato a bere un caffè. Erano le 10.30 quando, a Gorizia, mi spostavo dall’Archivio Storico Provinciale a quello di Stato e ordinavo un caffè lungo. Vicino a me questo dialogo (tradotto fedelmente dal dialetto): Ostessa: “Cosa ti servo adesso, [vino] bianco?” Avventrice: “Sì!”  “No, no, no. Non serve che prendi un nuovo bicchiere, usa pure questo”. E giù spritz per combattere i trenta e passa gradi di un inizio estate niente affatto fresco.

È una lettera ricchissima, questa di Trunk, che prosegue consigliando sul rapporto genitori e figli, sul comportamento da pretendere (o forse solo chiedere) con una visione del mondo talvolta davvero affascinante nella sua apertura (rapporti con i maestri, per esempio), talaltra inquietante, debitrice di alcune convinzioni del tempo, infarcite di un cattolicesimo tradizionalista e spaventato dal nuovo (paura della conoscenza, per esempio).

Sull’alimentazione e sui suoi luoghi qualche consiglio trova ancora spazio:

«Non tollerate punto la leccornia, perroché nuoce non solo alla salute e guasta l’appetito, ma trae non di rado i fanciulli alla menzogna e alla disonestà».

La connessione tra concessioni alla gola e falsità non l’avevo immaginata, c’è un pizzico di moralismo, mi sa.

«Teneteli lontani dalle trattorie e da qualsiasi luogo di divertimento, in cui potessero vedere e udire qualcosa di male».

Questa indicazione invece sì che si trova ripetuta negli anni e nei secoli: lontani bambini e ragazzi dai luoghi di perdizione! Lontane anche le donne, si legge spesso altrove, non qui. Ma sappiamo che non ha funzionato.

Un documento, questo di Trunk, persino bello da leggere, capace di far riflettere. Mi chiedo quanto sia stato seguito.

vineyard-1450527_960_720

Il documento che vi ho molto parzialmente raccontato è conservato in Archivio di Stato di Gorizia, Archivio Storico del Comune di Gorizia (1830-1927) busta 752, filza 1123/II; notizie su Trunk si trovano sul Pädagogische Zeitschrift: (Organ des steiermärkischen Lehrerbundes).

Videi di sbornia

Tra gli impeccabili neologismi che ascolto dalla voce dei bambini uno dei miei preferiti è il plurale di video, “videi”, appunto. Logicamente trovo l’espressione impeccabile: se io voglio vedere due estratti dalla playlist di Youtube “Animali Pazzi”, per esempio, voglio vedere due videi, mica uno.

Ed ecco allora che pure io propongo due videi che raccontano di Sbornie sacre e sbornie profane.

Il primo è una presentazione di Galatea Vaglio, una scrittrice, insegnante e storica che ho conosciuto in un festival nel quale presentavamo entrambi i nostri libri. Ha avuto la bontà, magari persino il buon gusto, di leggersi le Sbornie nonostante sia astemia. E ha deciso di parlarne nel suo blog e nel suo canale Youtube.

Il secondo è la registrazione di una puntata di “Sarà Tempo”, un talk show andato in onda sulla TV trentina dedicata alla storia, History Lab. Si tratta di una puntata dedicata alla storia e all’attualità delle bevute. Nella prima parte l’impeccabile Sara Zanatta intervista proprio sul mio libro. Nella seconda si parla invece di vino buono, non necessariamente da sbronza, con Tommaso Iori, responsabile della comunicazione dei Vignaioli del Trentino.

Le goût de l’ivresse, un bel libro di Matthieu Lecoutre

Qualche mese fa è uscita una mia recensione a un libro sulla storia dell’ubriachezza in Francia, la ripropongo qui sul blog, arricchendola di qualche commento: è un esperimento, intervallare alla scrittura ‘accademica’ passi personali per spiegare perché si scrivono determinate parole e a cosa si pensa nel rileggerle.

Frutto di una lunga frequentazione con il tema della storia dell’ubriachezza, “Le goût de l’ivresse” propone un allargamento del campo già indagato da Matthieu Lecoutre nel riuscito Ivresse et ivrognerie dans la France moderne (Pufr – PUR 2011). Rispetto alla monografia precedente, l’autore allarga il campo cronologico, passando dall’età moderna a un ambizioso progetto d’insieme, volto a indagare gli eccessi alcolici francesi tra V e XXI secolo. Possiamo subito anticipare che il risultato è davvero molto buono, ricco di spunti di riflessione e informazioni, elaborati in uno stile piacevole che rende la lettura facile e talvolta anche appassionante, agevolata da un equilibrato utilizzo di aneddoti.

Avevo studiato il primo libro trovandovi ottimi spunti per migliorare il mio stesso lavoro e voglio mettere in luce il fatto che, pur trattando lo stesso argomento, questo secondo libro non è affatto ripetitivo. 

La trattazione segue un ordine cronologico, scelta azzeccata e probabilmente inevitabile in uno studio che prende in esame tempi molto lunghi e tra loro assolutamente diversi. Fin dalle prime pagine dell’introduzione si svela uno dei punti di maggiore interesse del libro: l’utilizzo – che nel prosieguo si rivela equilibrato e rigoroso – di fonti molto diverse: dai testi dei poeti latini alle inchieste alimentari dei nostri giorni, passando per manoscritti e stampe di varia foggia, menù, cronache, libri di viaggio, testi medici ed ecclesiastici (regole monastiche, per esempio), solo per elencarne alcuni (pp. 12-13).

Il problema si pone sempre, quando si scrivono libri dedicati a un periodo storico lungo: privilegiare l’ordine temporale o inventarne uno tematico. Spesso vince il tempo.

Il libro conta quattro parti: Meticciati (V-IX secolo), Diversità (X-XV secolo), Modernità (XVI-XVIII secolo), Mondializzazione e tradizione(XIX-XXI secolo), ciascuna organizzata in tre capitoli e si conclude con una bibliografia selettiva, scelta dovuta evidentemente alla necessità di non aumentare troppo il numero delle pagine, ma che complica parzialmente l’utilizzo di un apparato di note molto solido e interessante.

In una recensione, uno schema del libro di cui si scrive ci sta sempre bene. 

Uno dei temi guida del lavoro di Lecoutre è la considerazione del bere come mezzo di ibridazione, questione centrale nello sviluppo dei food and drinking studies, riconosciuto dall’autore come caratteristico già dei secoli della romanità cristianità, quando l’incontro di due mondi culturali e religiosi completamente diversi diede luogo a nuove regole e abitudini alcoliche.

Quella stessa considerazione guida anche il mio lavoro: beviamo quello che beviamo e dunque siamo quello che siamo perché siamo il frutto di innumerevoli incontri e incroci. 

Un’altra questione ricorrente è quella relativa alla relazione tra storia della medicina e dell’alimentazione, tipica certo dell’età medievale ma ritornata prepotentemente in auge a fine XIX secolo con i movimenti di temperanza (cap. XII: L’alcol, ecco il nemico) e molto importante anche per la comprensione di usi e costumi attuali. Sotto questo aspetto, è fondamentale anche l’attenzione, che l’autore ha, per la sobrietà. Ci riferiamo a questo proposito sia alle nozioni di dietetica legate al consumo alcolico, sia alla medicalizzazione dell’ubriachezza, frutto di ragionamenti iniziati nel tardo medioevo e destinati a trovare un punto di svolta al momento della ‘nascita’ del concetto di alcolismo (Magnus Huss, 1849). Lecoutre non dimentica poi di mettere in evidenza il frequente legame tra critica medica e morale, legame che non ha mancato di identificare, in diversi secoli, il vizio dell’ubriachezza come pericolo sociale.

Fare storia senza porsi domande sul presente lo trovo un esercizio arido. 

Di sicuro interesse è poi l’analisi diacronica delle modifiche – spesso di lungo periodo – intervenute in gestione, regolamentazione e identificazione dei luoghi del bere, pubblici e privati: dai primi locali riservati a rifocillare i viaggiatori fino all’attuale “ristorazione stellata” (p. 356). Lo stesso si può dire per l’esame dei cambiamenti connessi alla distinzione di genere e legati soprattutto alla narrazione / condanna dell’ubriachezza, anche in questo caso pubblica e privata. Quella dell’ebbrezza è anche una storia sociale, che mette in evidenza come il ‘bere elegante’ sia stato considerato in diverse epoche storiche tratto distintivo delle classi alte, uniche del resto a potersi permettere il consumo di bevande per lo più care e talvolta anche di difficile reperimento: si pensi al caso delle abitudini importate – talvolta piuttosto lentamente, come nel caso del cioccolato – dallo scambio colombiano. A questo proposito, pare opportuno segnalare la particolare acutezza dei paragrafi dedicati al caffè, e in generale alle bevande eccitanti analcoliche, nei quali non manca una attenta analisi del respiro mondiale di commercio e cultura francesi tra XVIII e XIX secolo (pp. 165-173).

Bere è un fatto sociale, non si scappa, per questo coinvolge tanti aspetti della nostra vita comunitaria (luoghi, amici, parenti). Lo stesso si può dire per il non bere, che è una scelta, o una necessità talvolta, che ci pone di norma di fronte a sguardi interrogativi. Avete mai provato a ordinare una bibita in una “Privata” (leggi luogo dove si mesce solo il vino autoprodotto)? 

Uno dei casi in cui l’indagine di lungo periodo si rivela particolarmente fruttuosa è quello dei criteri di definizione della persona ubriaca, destinati a farsi (o meglio a cercare di farsi) sempre più oggettivi, passando dall’identificazione dell’ebbro come chi perde la capacità di giudizio agli incerti tentativi di stabilire criteri quantitativi, in particolare per quel che riguarda la guida in stato di ebbrezza. Lo stesso si può dire anche per il divenire del gusto, tema molto caro alla storiografia francese, molto presente nel libro di Lecoutre, in particolare nelle numerose pagine dedicate al vino, dalle quali si evince il sovente stretto rapporto tra espansione del mercato, promozione del prodotto e, appunto, educazione del gusto.

Non è ubriaco chi dal pavimento / può alzarsi un’altra volta e continuare ancora a bere / ma ubriaco è quello che giace prostrato, / senza la possibilità di bere o di alzarsi

Riprendendo le parole del titolo, possiamo davvero definire Le goût de l’ivresse un libro da gustare. L’attenzione alla contestualizzazione ci porta anche al di là dei confini francesi e fa dell’ubriachezza una protagonista non esclusiva. Tra le pagine c’è infatti spazio per le abitudini alimentari in generale e per i loro tanto profondi quanto lenti mutamenti, fino ad arrivare a uno sguardo sociologico sulla quotidianità degli anni 2000. Riportiamo, a questo proposito, l’esempio dello studio dei pranzi di lavoro e del radicale cambiamento intercorso tra il XIX secolo – quando il pasto in comune costituiva occasione privilegiata di socialità soprattutto operaia – e l’inizio del XXI secolo. Sappiamo infatti che oggi il pranzo si risolve assai di frequente in una rapida consumazione che non prevede neppure di posare gli occhi su quanto si mangia e si beve (pp. 360-366).

La letteratura storiografica su questioni legate al cibo è molto ricca, farsi qualche viaggio al suo interno può regalare grosse soddisfazioni

Gout_del_livresse

Balla triste

Il 2018 è stato per me l’anno delle Sbornie. Letterarie, ovviamente. In aprile è uscito il libro di cui spesso ho dato conto in questo blog (e chissà se è finita qui) e del quale ho avuto parecchie occasioni di parlare pubblicamente: in libreria, in biblioteca, in università, in sala, all’aperto, in radio e in tv.

Ci sono state varie occasioni in cui con i lettori, o con chi è venuto ad ascoltarmi, si è discusso della tristezza dell’ubriachezza. Già, perché per quanto l’argomento si presti pure a un sorriso, la sbronza spesso è una cosa dolorosa, che porta con sé conseguenze drammatiche. Qualcuno mi ha detto che è stato difficile leggere il libro perché rimandava con la memoria a esperienze di ubriachezza violenta sopportate o viste nella propria vita. Sono d’accordo. Anche scrivere alcune pagine non è stato affatto facile. Penso soprattutto a quelle dedicate agli indiani del Nord America, quelli che abbiamo chiamato i pellerossa e rappresentato nei film western. Come ho potuto raccontare, credo siano loro il motivo primo per cui faccio lo storico, o meglio, per cui mi è nata la curiosità che mi ha spinto a intraprendere la strada che mi ha portato a questo mestiere. Pensare a come siano stati sterminati con il contributo fondamentale del whisky da quattro soldi continua a farmi accapponare la pelle.

La sbornia, oltre che sacra e profana, può dunque essere anche tragica. Lo sappiamo. Mi prendo allora lo spazio per ragionarci un po’ su e per commentare una bella pagina del quotidiano francese “Le Monde”, che nel numero di mercoledì 9 gennaio scorso ha dedicato un approfondimento alla dipendenza da alcol. Comincio dalla vignetta, che mostra un serioso tipo con un bicchiere in mano affermare “Brindo al successo del nostro piano di lotta contro le dipendenze” (allego sotto l’immagine). L’occasione dell’approfondimento è proprio il lancio di un piano approvato dallo Stato francese il 28 dicembre per contrastare le dipendenze (alcol, droga e tabacco). Mi limito a ragionare su quella da alcol. Le cifre fanno impressione: 49.000 persone in Francia muoiono per causa sua, 5 milioni sono quanti ne consumano quotidianamente, l’otto per cento dei minori di 17 anni beve alcol almeno dieci volte al mese. Il piano è stato lanciato in sordina, perché la cultura del buon vino, tipica dei vicini d’oltralpe come nostra, guarda con fastidio a un possibile neo-proibizionismo. Ci sono lamentele perché il governo sembra abbia annotato tale piano come tutt’altro che una priorità. Il buon vino muove il turismo, fa girare l’economia, crea posti di lavoro.  Produttori di vino, birra e superalcolici si sono offerti di stanziare 4,8 milioni di euro per finanziare un programma di prevenzione delle dipendenze. Chi opera nel settore (educatori, volontari, medici, infermieri) li ha accusati di tirchieria e di cinismo. Facile mollare gli spiccioli quando giocando sulla salute altrui ti guadagni i milioni, dicono.

Un’altra escursione nel mondo alcolico mi consente un link: la BBC propone in podcast uno splendido programma, che si intitola Food Chain. In una puntata dedicata a Louisville, Kentucky, si parla del bourbon e di come questo pregiato superalcolico determini l’economia di una città e persino del suo stato. Lo chiamano Bourbonism, il turismo del bourbon. La domanda di fondo è: può un superalcolico rivitalizzare una città? La risposta è sì. C’è però un contraltare e, come in Francia, anche qui ci si chiede: ma la dipendenza? La risposta è sempre quella: bere responsabilmente. Cosa niente affatto facile, altrimenti avremmo già risolto.

Tante domande. Nello studiare per preparare “Sbornie sacre, sbornie profane” mi sono chiesto “Perché si beve?” e ho provato a rispondere nel paragrafo che ho intitolato “Ma perché?”. Di ragioni ne ho trovate molte, anche contraddittorie, e non ho avuto altra scelta se non quella di proporre un modello di spiegazione presumibilmente incompleto e di certo complesso.

Torniamo in Francia. La seconda parte del dossier è quella più triste. Racconta la storia di un ragazzino di 16 e una ragazzina di 15 anni, entrambi caduti in coma etilico dopo una terrificante sbronza. Presa, in entrambi i casi, per sfida. Gareggiavano con gli amici a chi beve di più (anche qui in inglese c’è un’espressione apposita: binge drinking). La parte speranzosa della storia è che esistono dei protocolli per cui agli adolescenti che arrivano in ospedale in coma etilico viene offerto un sostegno, a opinione di Le Monde e nulla spinge a dubitare, molto serio e ben organizzato. Un educatore si prende cura di loro e delle famiglie. Ma per le storie a lieto fine, quante ce ne sono, scritte e non scritte, con esito infelice? Tante, lo sappiamo. Ancora oggi nel leggere o studiare storie dei Nativi Americani – oggi il termine corretto da usare è stato deciso sia questo – mi scopro a sognare di cambiarne il finale.

image-small-266931

Del dossier di Le Monde si può consultare liberamente solo l’articolo costruito sui casi di coma etilico https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/01/08/un-suivi-psychologique-obligatoire-pour-les-jeunes-hospitalises-pour-coma-ethylique_5406298_3224.html?xtmc=ivresse&xtcr=1 . Gli altri sono riservati agli abbonati (cosa che io sono, dunque non ho piratato nulla per leggere).

Il link a BBC Food Chain è nel testo (basta cliccare sulla parola “puntata”).

Il paragrafo del mio libro cui faccio riferimento è il primo del quarto capitolo (pp. 93-100)

Intossicato entusiasmo

1775. Città di Yuriria, stato di Guanajuato (Messico centrale), villaggio di San Pablo de Yuririapúndaro. Villaggio che è sotto la tutela dei monaci agostiniani, luogo di fedeli, almeno a prima vista. Un decreto del vescovo proibisce balli e celebrazioni, su istanza del nuovo parroco, stupito fino all’orrore per la forma che avevano preso, da tempo immemore, i festeggiamenti per l’Immacolata Concezione. Cosa succedeva? L’immagine della Vergine veniva trasportata dalla sua sede abituale, la cappella dell’ospedale, in tutti i villaggi e le fattorie della zona. Il viaggio della sacra immagine poteva durare fino a quindici giorni ed era accompagnato da processioni notturne illuminate con moltitudini di candele e danze che proseguivano per tutta la notte. La popolarità della devozione era tale che arrivavano fedeli da luoghi lontani, non tutti mossi da buone intenzioni, dato che il parroco denunciava come i festeggiamenti fossero occasione di violenze contro le donne, adulteri e licenziosità. Il tutto condito da libagioni etiliche assai abbondanti. Un “intossicato entusiasmo”, viene definito dallo storico David a Brading l’atteggiamento dei devoti.

Il parroco chiede che siano tolti di mezzo i luoghi in cui si vendono cibi e bevande, noi li chiameremmo chioschi, apparsi nelle piazze come funghi dopo la pioggia. Le indigene di Cuitzeo (città ubicata al nord dello stato di Michoacán) in particolare si ubriacavano volentieri di charape, un fermentato del cactus trattato con zucchero di canna. Il parroco (non c´è il suo nome, purtroppo), racconta al vescovo di aver cercato di arrestare, quantomeno limitare, gli eccessi, ma nessuno lo ascolta. Regna la disobbedienza, lamenta; davanti a lui tutti fanno buon viso, ma poi non smettono affatto di bere e danzare. Per di più, delle elemosine raccolte, solo un quarto arriva davvero alla parrocchia. E il resto? Svanisce nello spirito, quello alcolico però.

Risultato? Il governatore si lamentò per il provvedimento del vescovo, affermando che una lunga tradizione non poteva essere levata di mezzo così, con un decreto. Lasciateci festeggiare, con il nostro intossicato entusiasmo.

sanpablo

La storia, raccontata da David A. Brading in La Nueva España (Patria y religión) è tratta da documenti conservati nell’Archivio Generale delle Indie di Siviglia.

Sbornie in turné

Nel giro di una settimana ho avuto il piacere (parzialmente faticoso ma irrinunciabile) di presentare “Sbornie sacre, sbornie profane” al Salone del Libro di Torino, al Festival èStoria di Gorizia e a quello Food&Science di Mantova, prima c´erano state altre due occasioni di parlarne, una a Rovereto (Libreria Arcadia) e una a Verona (Vinitaly and the City). Altre sono in agenda.

È stato proprio un tour, con tanto di voli, perché tra maggio e giugno la mia sede di lavoro è Francoforte, con mia buona fortuna città centralissima per il traffico aereo.

Il trittico, fortunato nei numeri e negli incontri, mi suggerisce di ragionare su quello che i lettori e gli ascoltatori hanno colto e su quanto li ha interrogati e incuriositi.

Sembra che parlare di sbornie, sacre e profane si badi bene, interessi. Incontrare lettori del tutto estranei al mondo accademico è per me un’esperienza quasi nuova, tanto stimolante quanto appagante. Le domande che mi vengono fatte sono spesso suggerimenti buoni per orientare le mie ricerche, così come altrettanto di frequente ripetono anche nei dettagli quesiti che io stesso mi sono posto mentre studiavo per scrivere. Come mi è capitato di dire, sento crescere un sentimento di rispetto sconfinante nell’affetto verso il pubblico: chi dedica parte del proprio tempo a quanto ho scritto, o a quanto ho da dire, merita tutto il mio impegno,  volto a informarlo, intrattenerlo, quantomeno non annoiarlo.

Esempi. Quale è il rapporto tra l’alcol e le donne? Come l’alcol può diventare un’arma?  Perché si voleva (ancora si vuole?) rinchiudere gli eccessi etilici in luoghi deputati? Chi ci guadagnava (ancora guadagna?) vendendo fermentati e distillati?

Una cosa che non mi stanco mai di dire è che persone e parole sono importanti.

Persone. Senza di loro non esisterebbe la storia, dunque è corretto e doveroso, a mio parere, rendere omaggio. Uno dei modi in cui lo faccio è segnare, ove possibile, di tutti coloro che ho incontrato nei miei studi le date di nascita e di morte.

Parole. Scrivere nei documenti “vino” o “birra”, anziché “chicha”, o “pulque” dice molto. Le bevande indigene raccontate con nomi che non c’entrano affatto. Perché questo facevano gli europei arrivati nelle Americhe: chiamavano con termini propri le cose altrui. Segno questo di una scarsa considerazione della cultura dell’altro, o, girando la medaglia, di una sopravvalutazione della cultura propria, il cui linguaggio si pensa sia capace di descrivere ogni cosa, anche quelle che non sa.

Mi sollecitano molto le questioni che mettono in relazione passato e presente, talvolta anche passato e futuro. In particolare a Torino (bellissimo dialogo), dove l’incontro aveva come tema il “raccontare la storia”, mi è stato chiesto molto di come e perché si fa storia. Descrivere in pillole come lavora lo storico è per me molto appagante, e a giudicare dalle facce del pubblico, piace pure ascoltare. Esempi: confronto tra documenti che descrivono le stesse sbornie, tenere conto del perché una certa relazione è stata scritta (semplicemente per raccontare, per denunciare, per educare), necessità di fare delle scelte narrative su cosa mettere, cosa non mettere nelle pagine del libro.

Tra quelle che mi sono state proposte, scelgo una domanda che mi ha fatto riflettere: “Come guarderanno gli storici al momento attuale tra una cinquantina d’anni?”. Da ottimista, quale non riesco a smettere di essere, ho risposto così: “Ne abbiamo fatta di strada”, immaginando un futuro migliore. Lo scrivo da sobrio.

Sto imparando. Anche a destreggiarmi tra quesiti posti da chi non ha ben chiaro cosa sia scritto nel mio libro. Il che è sacrosanto diritto di chi siede tra il pubblico, meno di chi mi intervista o ci scrive su. Non succede, ma se succede… siamo pronti. Qui ci vorrebbe una emoticon che strizza l’occhio. A proposito di nuovi linguaggi.

IMG-20180520-WA0004.jpg

Mantova. Dediche in divisa, con panciotto e penna arancione.