Quaresima. Una storia in briciole

Venerdì 6 marzo, secondo di Quaresima. Saremo tutti ben attenti a digiunare nell’astinenza, come un ex-Ministro degli Interni, sedicente e autoproclamato difensore dei valori di un cattolicesimo cucito su propria misura? Quello che allo scoccare del Mercoledì delle Ceneri si è fatto fotografare mentre brinda a pane, salame e vinello.

Perché il digiuno significa evitare qualsiasi cibo per un periodo determinato (un mese, una parte della giornata); per norma e tradizione quel periodo è proprio la Quaresima. Mangiare una volta al giorno. Si chiama digiuno ecclesiastico.

Perché l’astensione significa eliminare dalla dieta alimenti specifici; per norma e tradizione quelli considerati più appaganti e nutritivi da chi studia e presumibilmente conosce morale e medicina, mente e corpo: carne di ogni genere, tranne quella di pesce, alcolici di vario genere, dolci golosità.

I cristiani (in particolare i cattolici) digiunano e si astengono perché Gesù lo fece per quaranta giorni prima di iniziare ad agire nel proprio ministero di salvezza. Ma lo fanno (lo facevano) in quanto la penitenza passa attraverso la gola e la limitazioni alimentari disperdono le nebbie della lussuria, spengono gli ardori della libido, accendono la luce della vera castità, mortificano la carne, tormentano la gola, debilitano la concupiscenza nella moderazione. Mica poco. E lo dice san Tommaso d’Aquino sommo teologo autore della Summa Teologica, vissuto tra 1225-1274.

Oggi però digiuno e astinenza quaresimali sono passati di moda, almeno nelle forme della norma e della tradizione, come ho scritto sopra. Per almeno diciassette secoli, dal primo al diciassettesimo, i cattolici hanno più o meno seguito quello che comandavano le autorità ecclesiastiche. Più o meno perché le eccezioni erano tante: malattie, età, lavori di fatica fisica e intellettuale, condizione e stato (gravidanza e allattamento, per esempio), reperibilità di alimenti cosiddetti di magro, compravendita. Compravendita? Già, qualche permesso lo si poteva pure acquistare da chi aveva l’autorità per cederlo, di norma papi, cardinali e persino vescovi.

Briciole di antichità. Si digiunava il mercoledì e il venerdì, i giorni del tradimento di Giuda e della morte di Gesù, poi in Quaresima e durante altre feste cristiane. All’inizio a pane e acqua, poi nei secoli all’unico pasto quotidiano si aggiunsero verdure, frutta, legumi e soprattutto pesci e frutti di mare e di fiume.

Briciole di medioevo. Si perse l’abitudine del mercoledì, ma nel calendario si aggiunsero altri momenti, in onore di santi, martiri, apostoli. Ci si cominciò a preoccupare dei condimenti e a concedersi qualche latticino. Si credette opportuno aggiungere a quell’unico pasto uno spuntino almeno.

Briciole di prima età moderna. Lutero sentenziò che il digiuno non ha senso, la salvezza non passa per la tavola e il cristiano è assai bene in grado di decidere da solo quale forma possa assumere la sua penitenza. Tanto più se per mangiare liberamente del burro basta che paghi una costosa tassa al papa. Molti cattolici per prendere le distanze da lui riscoprirono una sobrietà via via perduta, alla luce delle infinite possibilità del pesce.

Briciole di XVIII secolo. La grande razionalità di philosophes e pensatori prima di tutto francesi fece presente l’insensatezza di norme che tendenzialmente pesavano solo sui poveri, ché tanto i ricchi erano benissimo in grado di riempire la tavola di pesci prelibati mangiando sì una sola volta al giorno, ma quella volta quanto durava? Li seguirono in molti, sulla strada del pasto libero.

Briciole di (Mille)Novecento-Duemila. Il Concilio Vaticano II e il diritto canonico pensano che la penitenza possa trovare altre strade, accanto a quella blandita della tavola. Che ne dite di un’astinenza da radio, TV, internet, social network (in ordine cronologico)?

Briciole di Terzo Millennio, Terzo Ventennio. Negli Stati Uniti i cattolici si chiedono se l’hamburger vegano sia lecito, se prescrivere digiuno e astinenza non sia discriminazione di chi soffre per patologie legate a disturbi alimentari (body shaming). E gli ex-ministri talvolta zoppicano in coerenza.

La storia diviene, il digiuno con lei.

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Difficile indicare un riferimento per questo post, o meglio, prevedo il futuro e vi invito a leggere, tra qualche tempo, un libro sul digiuno che sarà certamente bellissimo.

Anoressia per fede. Sull’utilità della storia associata ad altre scienze

Per la seconda volta scelgo nel titolo l’espressione “Sull’utilità della storia”, c’era infatti anche qui.

Il riferimento di oggi richiama un libro del 1988, intitolato Fasting girls: the emergence of anorexia nervosa as a modern disease (Ragazze che digiunano: l’emergere dell’anoressia nervosa come malattia contemporanea… modern, per lo storico, è il classico esempio di false friend e non si traduce con moderno). L’autrice del libro è Joan Jacobs Brunberg, che all’epoca in cui lo scrisse insegnava a Cornell University e che per questo lavoro vinse – meritatamente – parecchi premi.

Non mi voglio dilungare qui sulle questioni storiche e storiografiche dibattute in Fasting Girls, lo farò nel libro che sto scrivendo. Serve solo una breve sintesi per il blog: l’emergere dell’anoressia nervosa come un problema sociale serio negli anni Ottanta del secolo scorso indusse Brunberg a porsi una delle domande tipiche dello storico: è sempre stato così? O, al rovescio, cosa è cambiato? Prima di lei altri (Rudolph Bell e Caroline Walker Bynum su tutti) avevano studiato il fenomeno di donne come Santa Caterina da Siena, donne che del rifiuto del cibo avevano fatto la cifra della propria santità. Erano malate? Rispondevano a modelli culturali che le volevano vedere digiunare? Risposta complessa, per la quale concorrono elementi culturali e medici, ma non è questo il punto. Quello che mi ha colpito in positivo del ragionamento di Brunberg è la sua esemplare chiarezza nel tratteggiare l’utilità della storia.

Traduco da pagina 42:

“Per questo studio l’implicazione critica del modello di assoluta dipendenza (nota mia: dependency-addiction model = il rifiuto del cibo diventa una dipendenza paragonabile a quella da stupefacenti o medicinali, fisica e psicologica allo stesso tempo) è che l’anoressia nervosa può essere concettualmente divisa in due fasi. La prima coinvolge il contesto socioculturale o “reclutamento” al comportamento del digiuno (nota mia: c’è un modello sociale che ti dice: digiuna!); la seconda incorpora la successiva “carriera” come anoressica e include i cambiamenti fisiologici che condizionano l’individuo a sopravvivere (nota mia: talvolta anche a morire) in uno stato di perenne fame. La seconda fase è ovviamente la preoccupazione della medicina e dei professionisti della salute mentale perché è solo relativamente stereotipica e storicamente non varia. La prima fase invece coinvolge lo storico, il cui compito è quello di ricostruire i pensieri e le cose che hanno portato le giovani donne a questo modello di comportamento solo relativamente stereotipato.
La storia è ovviamente importante per capire come e perché ci troviamo oggi (1988, ricordiamo) di fronte alla crescente incidenza del disturbo. Una prospettiva storica contribuisce anche al dibattito sull’eziologia dell’anoressia nervosa, fornendo un’interpretazione che di fatto concilia diversi modelli teorici. Nonostante l’enfasi qui posta sulla cultura, va evidenziato, la mia interpretazione non disconosce la possibilità di una componente biomedica nell’anoressia nervosa”.

Mi sembra detto così bene che quasi mi trovo a disagio ad aggiungere qualcosa, mi limito a ribadire: la storia può allearsi in maniera assai virtuosa con altre scienze persino, udiamo udiamo, per comprendere meglio il presente.

Come accennavo, questa lettura è parte del lavoro che sto facendo per il libro in scrittura, libro che è il mio lavoro principale per l’anno appena iniziato, dopo le Olimpiadi, ovviamente.

Fasting Girls

 

Disturbi ossessivi compulsivi e digiuno estremo. Ignazio di Loyola visto da un medico nel 2019

Vi è mai capitato di rientrare a passo spedito da una conferenza spinti ad accelerare dall’urgenza di scrivere? No? Buon per voi, siete sani… io no. La conferenza era quella di John R. Siberski, uno psichiatra gesuita che ci ha intrattenuto proponendoci una lettura, appunto psichiatrica, dell’esperienza di Ignazio di Loyola a Manresa (1522-23), dove il futuro santo spese quasi un anno macerandosi tra dubbi e privazioni. Ogni giorno chiedeva l’elemosina …. non mangiava carne, non beveva vino …. la domenica non digiunava, e beveva il poco vino che gli veniva offerto. Ne uscì se non vincitore, quantomeno vivo, il che fu certo una conquista. Da lì la sua vita avrebbe proseguito attraverso sentieri tortuosi che lo portarono a fondare la Compagnia di Gesù. Qui una breve introduzione alla conferenza.

La tesi di Siberski, speaker di particolare verve e intelligenza, è in somma sintesi questa: digiuno estremo e malnutrizione contribuirono a causare in Ignazio una forte depressione, accompagnata da un disturbo ossessivo-compulsivo, i quali lo avrebbero potuto anche condurre al suicidio, ma non lo fecero. Successe invece che Ignazio seppe in qualche modo riconoscere se non certo il proprio disturbo, quantomeno il rischio di determinati eccessi, in particolare quelli della tavola. Per questa ragione, in quello che poi sarebbe diventato il suo ordine religioso, la Compagnia di Gesù, le regole dettate da Ignazio sono concentrate all’esclusione dell’eccesso. Per esempio, il digiuno non è richiesto e ogni regola alimentare viene declinata attraverso il concetto di moderazione: né troppo, né troppo poco.

Non essendo uno storico ma un medico, Siberski ha a buon diritto chiuso la propria conferenza con un richiamo all’attualità di Ignazio che, secondo lui, ha usato la duramente conquistata conoscenza di se stesso per proteggere e governare sia tutti quelli destinati a entrare nella Compagnia, sia tutti quelli destinati a fare gli Esercizi Spirituali (durante i quali lui stesso ebbe modo di fare i conti con le proprie scelte-limite in tema di digiuno e privazione).

Certo, c’è qualcosa di molto convincente, io stesso ho scritto un articolo sul tema, riconoscendo questo stretto legame tra l’esperienza di privazione auto-inflitta, il riconoscimento che non ne valeva la pena e il tentativo di evitare che altri cadano nelle stesse esagerazioni. Per gli inguaribili curiosi, questo è il link.

E poi c’è la sempre affascinante idea di ragionare attraverso le connessioni tra passato e presente.

Mi rimangono due dubbi, uno per ignoranza e uno per conoscenza.

Ignoranza. Possiamo applicare gli schemi diagnostici del XXI secolo a una malattia del XVI secolo? Non ne ho idea.

Conoscenza. Della malattia del XVI secolo sappiamo da documenti scritti o meglio dettati dal malato stesso, dunque non propriamente una descrizione del tutto affidabile. Per di più, questa descrizione non tiene conto dell’ambiente circostante, del clima culturale dal quale le privazioni nascono: in fondo, se decido di smettere di mangiare per una settimana difficilmente la mia scelta eviterà di fare i conti con esempi e ragionamenti che costruiscono la cultura in cui vivo. E che magari mi suggeriscono questo tipo di comportamento. Di questo non c’era traccia, nella conferenza di oggi.

Perché ho scritto questo post?

Forse perché sono affetto da qualche disturbo ossessivo-compulsivo… lo chiederò al dottor Siberski, che dovrei incontrare nei prossimi giorni.

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Siberski mi ha detto di non aver mai pubblicato su questo tema, dunque non ho letture da consigliare, se non la mia (quella al link indicato sopra), se proprio siete curiosi 

Gorizia, non sei un paese per sobri. Bere e mangiare nelle scuole di inizio ‘900

24 maggio 1904. Su proposta dell’ispettore scolastico, il consiglio comunale di Gorizia decide l’acquisto di mille esemplari di una lettera scritta da Giovanni Trunk perché venga distribuita alle famiglie povere. Giovanni è Johann Trunk, maestro, pedagogo e scrittore di Graz. A dare un’occhiata alle pubblicazioni stiriane di fine Ottocento e inizio Novecento si nota quanto Trunk sia presente nella vita sociale e culturale di Graz. Questa sua lettera dunque arriva a Gorizia e viene tradotta dal maestro Giuseppe Franzot.

Si tratta di un opuscolo che contiene consigli ai genitori per l’educazione dei figli in età scolare, tra i quali uno spazio importante spetta all’alimentazione, specie a quella liquida.

«Affidando i vostri figli alla scuola, v’aspettate ch’essa li renda uomini dabbene, cittadini utili alla società. La scuola però non può compiere questo nobile e difficile suo mandato, se voi non educate bene i vostri figlioli e non v’adoperate a sostenerla efficacemente. A tale scopo è necessario, vi atteniate fermamente a quanto segue:»

Il primo punto si concentra su ciò che si mangia, e ciò che si beve.

«Curate innanzitutto l’educazione fisica de’ vostri figlioli. Procacciate loro, per quanto v’è possibile, nutrimento sostanzioso e sano». E che diamine! Centoquindici anni dopo abbiamo conquistato l’ora di ‘ginnastica’ settimanale, guidata per lo più da maestri non qualificati a farlo.

Un po’ più avanti:

«I vostri figli non prendano mai bevande spiritose, l’uso delle quali è sempre dannoso, e l’opinione, piuttosto diffusa, che quest’uso rinforzi l’organismo, è priva affatto di fondamento. L’esperienza insegna, che fanciulli, i quali bevano vino, birra, acquavite o altre bevande alcooliche, hanno un tardo sviluppo fisico e un più tardo sviluppo intellettuale. Ciò che agli adulti è innocuo, danneggia la salute dei bambini è perciò dev’essere loro ricusato. L’uso del fumare non sia loro concesso a nessun patto».

Hai ragione, Trunk, tracannare alcolici in età scolare benissimo non fa. Ma, perdonami, hai pure torto: anche per gli adulti non è proprio del tutto innocuo. Proprio prima di leggere questo documento sono andato a bere un caffè. Erano le 10.30 quando, a Gorizia, mi spostavo dall’Archivio Storico Provinciale a quello di Stato e ordinavo un caffè lungo. Vicino a me questo dialogo (tradotto fedelmente dal dialetto): Ostessa: “Cosa ti servo adesso, [vino] bianco?” Avventrice: “Sì!”  “No, no, no. Non serve che prendi un nuovo bicchiere, usa pure questo”. E giù spritz per combattere i trenta e passa gradi di un inizio estate niente affatto fresco.

È una lettera ricchissima, questa di Trunk, che prosegue consigliando sul rapporto genitori e figli, sul comportamento da pretendere (o forse solo chiedere) con una visione del mondo talvolta davvero affascinante nella sua apertura (rapporti con i maestri, per esempio), talaltra inquietante, debitrice di alcune convinzioni del tempo, infarcite di un cattolicesimo tradizionalista e spaventato dal nuovo (paura della conoscenza, per esempio).

Sull’alimentazione e sui suoi luoghi qualche consiglio trova ancora spazio:

«Non tollerate punto la leccornia, perroché nuoce non solo alla salute e guasta l’appetito, ma trae non di rado i fanciulli alla menzogna e alla disonestà».

La connessione tra concessioni alla gola e falsità non l’avevo immaginata, c’è un pizzico di moralismo, mi sa.

«Teneteli lontani dalle trattorie e da qualsiasi luogo di divertimento, in cui potessero vedere e udire qualcosa di male».

Questa indicazione invece sì che si trova ripetuta negli anni e nei secoli: lontani bambini e ragazzi dai luoghi di perdizione! Lontane anche le donne, si legge spesso altrove, non qui. Ma sappiamo che non ha funzionato.

Un documento, questo di Trunk, persino bello da leggere, capace di far riflettere. Mi chiedo quanto sia stato seguito.

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Il documento che vi ho molto parzialmente raccontato è conservato in Archivio di Stato di Gorizia, Archivio Storico del Comune di Gorizia (1830-1927) busta 752, filza 1123/II; notizie su Trunk si trovano sul Pädagogische Zeitschrift: (Organ des steiermärkischen Lehrerbundes).

Cibo in trincea. Carne e vino per i soldati della Grande Guerra

Quest post ha radici lontane, germogli mai spuntati di semi gettati nell’anno dell’Expo di Milano. Assieme all’amico prima che collega Marco Mondini eravamo stati invitati proprio all’Expo, per tenere una conferenza congiunta sul cibo nella Prima guerra mondiale. Poi chi ci invitò dimenticò dei dettagli e non se ne fece nulla. Marco e io ancora ne parliamo, magari addentando un panino nelle pause delle nostre escursioni camminanti, iscrivendo la mancata conferenza nel novero delle occasioni perdute.

Avevo iniziato a prepararmi, presto adocchiando un promettente opuscolo di un medico, Angelo Pugliese, che nel 1915 dedicò riflessioni davvero approfondite a “L’alimentazione del nostro soldato in guerra : relazione letta e discussa nella seduta del 21 ottobre 1915”. Ho studiato l’opuscolo, perché è studiando che s’impara, anche se può sembrare che a uno storico delle religioni poco debba interessare cosa si bevesse e mangiasse in trincea. Impressione sbagliata.

L’opuscolo di Pugliese è breve ma intenso, venti pagine ricche di dati, riflessioni e cibo per pensare. Di tutto questo ho scelto per il mio post la carne e il vino.

La carne. In tempo di guerra al soldato alpino si assegnavano 425 grammi di carne, 375 agli altri. Troppi, secondo il dottor Pugliese, che difende la propri a tesi con un ragionamento che si segue lasciandosi convincere. C’è un fattore economico: tali dosi, contando un milione di soldati –  fermiamoci un attimo e lasciamoci spaventare dalle cifre … proseguiamo – richiedono la macellazione giornaliera di 3.000 capi. Troppi. Tanto che si sacrificano le mucche da latte e i bambini piangono. E poi la carne fa bene, non v’è dubbio, ma troppa fa male. I combattenti francesi e inglesi ne mangiano anche di più, vero, però si portano dietro abitudini del tempo di pace. In Italia si mangia meno carne, la dieta è più varia, le risorse più differenziate. Lo dimostrano le cifre, che raccontano di come più si vada a sud, meno carne si consumi, anche all’interno dello Stivale: gusti e abitudini hanno profonde radici di ordine etnico, chiosa il dottore, quando noi magari (o almeno, alcuni di noi, mala tempora currunt) diremmo culturale anziché etnico.

Con simili razioni “noi portiamo un grave danno all’economia nazionale, senza un reale vantaggio per la salute e l’energia fisica del soldato”. Ma non esageriamo all’opposto: leviamo 50 grammi al giorno e questo basti, perché c’è da tenere bene in conto anche il fattore psicologico: il soldato è convinto che la carne gli dia forza. Pugliese non è convinto che fisiologicamente la cosa sia tanto fondata, ma la psicologia è una cosa seria; e per di più le bistecche piacciono, come sa chiunque sia passato per una trincea. Con tale riduzione ci sarà pure un grande beneficio all’economia nazionale, un risparmio di 500 quintali al giorno. I bambini riavranno il loro latte, i militari avranno più formaggio.

Il vino. Servono più calorie, il dottore lo spiega con grande chiarezza, analizzando di quanto si spenda marciando, di quanta energia ti rubi il freddo e la dura vita del fronte. Assodato che questo aumento di calorie non deve essere dato dalla carne, i medici francesi hanno proposto di trovarlo nel vino. Perché l’alcol concentrato è dannoso, quello diluito no, quindi facciamoli bere, questi militari. Pugliese non è affatto convinto della soluzione: “Io, pure non essendo un nemico dichiarato del vino, pure ritenendo mezzo poco pratico di lotta contro l’alcoolismo la propaganda per l’astinenza assoluta da ogni bevanda alcoolica, qualunque sia il suo grado di concentrazione, pure essendo fermamente convinto che anche per l’alcool è questione di misura, nullameno non posso essere pienamente d’accordo coi colleghi di Francia”. L’alcol è come un fuoco di paglia: scalda per un istante e poi il suo calore svanisce. Il vino serve per il fattore psicologico: il soldato lo vuole, gli piace, lo gusta con piacere e proprio per questo motivo merita vino di buona qualità, non gli scarti orrendi che troppo spesso trova negli spacci. Pasta e riso, le calorie vengano da lì. Nulla si dice sull’ottundimento da alcol dell’assalitore all’arma bianca.

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Che impressione mi fanno le storie di guerra. Ho una gran voglia di approfondire, ciononostante, vari appunti di lettura ai quali mettere mano. Per il momento vi rimando al link dal quale si può leggere l’opuscolo che ho commentato

http://www.14-18.it/opuscolo/BSMC_CUB0527781/001

E poi, siccome ho nominato il Mondini, leggete il suo Il capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna https://www.mulino.it/isbn/9788815272843 . Perché non di sola storia dell’alimentazione vive il lettore di storia.

 

Curarsi con il porco

Chi ama i romanzi d’avventura potrebbe davvero gustarsi il racconto dei viaggi del mercante fiorentino Francesco Carletti (1573 o 1574-1636). Partito con il padre l’8 gennaio 1594 alla volta di Capo Verde, Carletti rientrò a Firenze appena nel 1606, dopo aver toccato, oltre alla destinazione iniziale, le Indie Occidentali (Messico, Perù), quelle Orientali (Cina, Goa), il Giappone, l’Olanda e la Francia. Di queste navigazioni e di questi soggiorni, Carletti ci ha lasciato memoria nei suoi Ragionamenti di F.C. fiorentino sopra le cose da lui vedute ne’ suoi viaggi, sì dell’Indie Occidentali, e Orientali come d’altri Paesi, pubblicati postumi nel 1701 ma già ben conosciuti precedentemente grazie a una notevole circolazione manoscritta.

Come ogni viaggiatore che si rispetti, Carletti annotò nei suoi diari una marea di informazioni relative al cibo, in particolare a quello buono da commerciare. Ricordiamo che si trattava di un mercante, e pure piuttosto abile, anche se le ricchezze accumulate finirono confiscate dai corsari (romanzi d’avventura, si scriveva sopra…). Nell’accurato indice dei Ragionamenti sono più di centocinquanta le voci legate, in qualche modo, a cose commestibili, più o meno apprezzate.

Di certo gradite furono le recite dei medici di Cartagena das Indias, dove i due Carletti soffrirono di febbri maligne:

“La maniera del medicare in questi paesi è tanto stravagante, che forse per la sua differenza da quello che s’usa in Europa, non sarà creduta da’ nostri Medici”, comincia col scrivere Francesco, aggiungendo però che “questi miei ragionamenti non hanno da trattare d’altro se non di quelle cose, ch’io medesimo ho fatto, e veduto”. Provare per credere?

Invece di polli, il medico ordinava agli ammalati di mangiare “carne di porco fresca, la quale in questa terra, siccome è ottima al gusto, così vogliono, che sia eccellentissima per la sanità”. Accanto al porco, del buon pesce di mare facile da pescare anche in porto.

Ma non son tutte rose e fiori, intendiamoci.

“Nel resto i rimedi per quelle febbri sono cavare dimolto Sangue, evacuare colle loro medicine, e provocare il vomito, il che fanno colla semplice acqua fresca, dandone a bere all’ammalato sulla declinazione della febbre quanta ne vuole, e dopo procurano di muovere il sudore”.

Sono rimedi grossolani, Carletti lo sa, tanto da commentare che a quei medici succede di ammazzare come di guarire i propri ammalati, in una percentuale opposta a quello che “si vede accadere tra noi” .

La morale? Ingozziamoci pure di maiale quando siamo ammalati, ma rendiamoci conto del rischio.

Il libro si trova in Google Books (a noi interessano le pagine 39-40),  la vita di Carletti è riassunta nel Dizionario Biografico degli Italiani. Tutto gratis, tutto online.