Anoressia per fede. Sull’utilità della storia associata ad altre scienze

Per la seconda volta scelgo nel titolo l’espressione “Sull’utilità della storia”, c’era infatti anche qui.

Il riferimento di oggi richiama un libro del 1988, intitolato Fasting girls: the emergence of anorexia nervosa as a modern disease (Ragazze che digiunano: l’emergere dell’anoressia nervosa come malattia contemporanea… modern, per lo storico, è il classico esempio di false friend e non si traduce con moderno). L’autrice del libro è Joan Jacobs Brunberg, che all’epoca in cui lo scrisse insegnava a Cornell University e che per questo lavoro vinse – meritatamente – parecchi premi.

Non mi voglio dilungare qui sulle questioni storiche e storiografiche dibattute in Fasting Girls, lo farò nel libro che sto scrivendo. Serve solo una breve sintesi per il blog: l’emergere dell’anoressia nervosa come un problema sociale serio negli anni Ottanta del secolo scorso indusse Brunberg a porsi una delle domande tipiche dello storico: è sempre stato così? O, al rovescio, cosa è cambiato? Prima di lei altri (Rudolph Bell e Caroline Walker Bynum su tutti) avevano studiato il fenomeno di donne come Santa Caterina da Siena, donne che del rifiuto del cibo avevano fatto la cifra della propria santità. Erano malate? Rispondevano a modelli culturali che le volevano vedere digiunare? Risposta complessa, per la quale concorrono elementi culturali e medici, ma non è questo il punto. Quello che mi ha colpito in positivo del ragionamento di Brunberg è la sua esemplare chiarezza nel tratteggiare l’utilità della storia.

Traduco da pagina 42:

“Per questo studio l’implicazione critica del modello di assoluta dipendenza (nota mia: dependency-addiction model = il rifiuto del cibo diventa una dipendenza paragonabile a quella da stupefacenti o medicinali, fisica e psicologica allo stesso tempo) è che l’anoressia nervosa può essere concettualmente divisa in due fasi. La prima coinvolge il contesto socioculturale o “reclutamento” al comportamento del digiuno (nota mia: c’è un modello sociale che ti dice: digiuna!); la seconda incorpora la successiva “carriera” come anoressica e include i cambiamenti fisiologici che condizionano l’individuo a sopravvivere (nota mia: talvolta anche a morire) in uno stato di perenne fame. La seconda fase è ovviamente la preoccupazione della medicina e dei professionisti della salute mentale perché è solo relativamente stereotipica e storicamente non varia. La prima fase invece coinvolge lo storico, il cui compito è quello di ricostruire i pensieri e le cose che hanno portato le giovani donne a questo modello di comportamento solo relativamente stereotipato.
La storia è ovviamente importante per capire come e perché ci troviamo oggi (1988, ricordiamo) di fronte alla crescente incidenza del disturbo. Una prospettiva storica contribuisce anche al dibattito sull’eziologia dell’anoressia nervosa, fornendo un’interpretazione che di fatto concilia diversi modelli teorici. Nonostante l’enfasi qui posta sulla cultura, va evidenziato, la mia interpretazione non disconosce la possibilità di una componente biomedica nell’anoressia nervosa”.

Mi sembra detto così bene che quasi mi trovo a disagio ad aggiungere qualcosa, mi limito a ribadire: la storia può allearsi in maniera assai virtuosa con altre scienze persino, udiamo udiamo, per comprendere meglio il presente.

Come accennavo, questa lettura è parte del lavoro che sto facendo per il libro in scrittura, libro che è il mio lavoro principale per l’anno appena iniziato, dopo le Olimpiadi, ovviamente.

Fasting Girls

 

Conclave licenzioso. Banchetti da rinchiusi nel 1559.

Il più recente conclave ebbe durata davvero breve: solo cinque scrutini in due giorni, 12 e 13 marzo 2013, per eleggere papa il cardinale Bergoglio, oggi Francesco. Prima della clausura qualche simpatica storia a proposito di cibo era circolata: il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, aveva fatto sorridere i fedeli dopo aver celebrato la messa  nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario  domenica 10 marzo. Viste delle caramelle disse – me le prendo, perché in conclave si mangia male. Il cardinale Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto, aveva ordinato una carbonara in una trattoria romana, sostenendo che dopo il terzo giorno di conclave agli elettori sarebbero stati offerti pane secco e acqua. Un’esagerazione? Forse. Ma non lo sappiamo, perché oltre i tre giorni non si è andati. Il menu della breve clausura, preparato dalle suore di Santa Marta, prevedeva minestra, spaghetti, piccoli spiedini di carne e verdure bollite. Semplice e casereccio.

Di ben altre portate si parlò durante un conclave del tutto opposto a quello del 2013. Quattrocentocinquantaquattro anni prima (1559) i cardinali ebbero bisogno di quasi quattro mesi per eleggere colui che si sarebbe poi chiamato Pio IV. E in quei cento giorni abbondanti pare che nessuno avesse sofferto la fame. Secondo le molte testimonianze di quello che da un ambasciatore di Venezia fu definito il conclave più aperto e licenzioso che si fosse mai visto, i cardinali si abbuffavano senza ritegno mentre a Roma serpeggiava il pericolo della carestia: scarseggiavano il grano, le carni, il vino.

Un cronista mandato dal duca di Mantova a osservare il conclave per raccontarglielo, si mangiava con tanta abbondanza che sembrava di essere nei proverbiali banchetti di Lucio Licinio Lucullo, quando per un solo pasto si spendevano cifre inenarrabili. Il vino scorreva a fiumi e il fresco delle bevande era garantito dalla fornitura di ghiaccio, puntualmente recapitato a Roma due volte al giorno, direttamente dalle montagne abruzzesi. I servitori dei cardinali spendevano tanto per vitelle, uccellami e pollame da drogare il mercato, a discapito dei poveracci che della carne potevano permettersi solo i tagli più miseri. Lo stesso poteva dirsi per suppellettili e vasellame. Il dilungarsi dell’assemblea elettiva e le conseguenti pressioni in arrivo dal popolo romano e dai suoi rappresentanti aveva indotto i cardinali a inasprire le regole, introducendo delle limitazioni alla mensa. Decisero di accontentarsi di un solo tipo di vivanda al giorno, comunque cucinata arrosta et alesso a ogni pasto “che non si porti se non una sorte vivanda, ma arrosto et alesso ogni pasto e comunque con la possibilità di variare ogni giorno. Funzionò? Probabilmente non tutto a puntino, basti pensare che nonostante le presunte limitazioni il duca di Guisa Francesco entrò a visitare il fratello cardinale, Carlo, pare al solo scopo di condividere quattro giornate di generosi banchetti. E poi lo salutò, uscendo ben pasciuto. Un momento, ma come “entrò”? Non doveva essere il conclave luogo chiuso e protetto per eccellenza? Certo, fino a quando qualcuno non trovava una porticina da aprire.

cardinali convivio

Le informazioni qui raccolte provengono per i riferimenti al conclave di Francesco a una rassegna stampa dell’epoca, per quello di Pio IV alla lettura di documenti provenienti dalle corti mantovana e asburgica, le prime pubblicate da R. Rezzaghi, Cronaca di un conclave: l’elezione di Pio IV (1559), in Salesianum, 3, 1986, pp. 539-581, le seconde non pubblicate da nessuno e da me consultate nell’Archivio di Stato di Trieste, un sacco di tempo fa.

Un invito a tavola: Paolo Costa e il convitato di pietra

Correva l’anno 2012 quando il mio allora più collega che amico (ma oggi non c’è storia) Paolo Costa mi chiese se conoscevo qualche storico interessato al cibo, per coinvolgerlo in un progetto che si andava formando nella sua testa sempre piena di idee. Paolo è un filosofo e voleva affrontare le questioni legate all’alimentazione utilizzando uno sguardo il più ampio possibile. Suo sodale in questa progettata impresa era l’informatico dal volto umanistico Adolfo Villafiorita, che da poco aveva prima ideato e poi concretamente avviato una app utile e necessaria – Bring the Food –  volta a mettere in virtuoso circolo gli avanzi. Date un’occhiata al link. A domanda risposi che sì, lo conoscevo bene perché ero io. Incuriosito dalle vicende della yerba mate nelle missioni gesuitiche, stavo raccogliendo materiale sul significato culturale e religioso di quella bevanda e sul modo di condividerla.

Da lì si è formato un trio da fare invidia ai Ricchi e Poveri senza Marina Occhiena (i nostri riferimenti epocali sono questi, che ci volete fare). Siamo partiti da un Caffè della Ricerca per la Notte dei Ricercatori Trento 2012 e abbiamo proseguito con diversi incontri pubblici, quasi tutti in bar o ristoranti a ben pensarci (mica male!), ancora più numerosi incontri privati (spesso mangiando), idee, progetti e pure un libro, Chi porta da mangiare? . Sempre a ragionare sul cibo. Per me è iniziato su strada non parallela ma piena di incroci, un percorso che ha portato lontano, quantomeno geograficamente, non fosse altro perché grazie alle ricerche sulla storia dell’alimentazione sono stato “ricercatore in visita” a Parigi, Berkeley e ora Boston. E ho riempito un sacco di pagine, comprese quelle di questo blog, che senza Paolo e Adolfo non avrebbe mai fatto irruzione nel mondo del web. Oggi ho lasciato da soli i miei amici, che proprio in questi minuti stanno per iniziare a parlare “di cibo, gusto e della rivoluzione alimentare che, con tutta probabilità, ci attende appena dietro l’angolo”, sintetizza Paolo. Avrei dovuto esserci pure io, a Genova nel contesto del Festival della Scienza, a portare acqua alla “parte narrativa della performance”, sintetizza ancora lui. Non ci sono per motivi atlantici, anche se imbarcarmi su un cargo… lo si poteva anche fare. Invece, come canterebbe il sommo maestro Enzo Ghinazzi in arte Pupo “c’è un posto vuoto laggiù in platea, eppure canto”.

Nei giorni scorsi Paolo Costa ha riproposto la riflessione che aveva scritto per “Chi porta da mangiare?”. Gli ho chiesto se la posso riproporre qui, perché merita di essere letta. Posso.

Il convitato di pietra: dilemmi morali a tavola, di Paolo Costa

1. I have a dream…

Immaginiamo di poter riabbracciare una persona cara che credevamo scomparsa. (Un nome per tutti: Margherita Hack.) Che cosa potremmo fare per manifestarle la gioia che proviamo per questo evento inatteso? Be’, siamo italiani, quindi è verosimile che il nostro primo impulso sarà di invitarla a cena e cucinare per lei qualcosa di succulento, che allo stesso tempo sia la prova vivente del nostro affetto, appaghi i sensi, rilassi e predisponga alla conversazione e alla condivisione. Una condizione a cavallo tra accudimento e gioco che per dei mammiferi quali noi pur sempre siamo sembrerebbe essere il massimo che si possa chiedere alla vita.
L’attesa e la felicità per l’evento ci spingerà a preparare le pietanze più appetitose e nutrienti. Un ricco antipasto di salumi? Magari la polenta con uno spezzatino lasciato a cucinare per ore? Oppure le tagliatelle con un ragù preparato la sera prima? E, per secondo, la scelta potrebbe cadere su un abbondante piatto di carne di cui già pregustiamo di riservare la parte migliore all’ospite.
Tutto sembra progettato e organizzato alla perfezione. A questo punto, proviamo solo a figurarci lo stupore e la delusione che calerà su di noi quando l’ospite tanto atteso accoglierà i prodotti delle nostre cure amorevoli con un garbato, ma fermo diniego: «mi spiace, non mangio carne. Sono vegetariana».
Qui non è importante tanto l’origine o la fondatezza del rifiuto (che potrebbe anche dipendere da motivazioni religiose, prescrizioni rituali, ossessioni dietetiche o motivi igienici), quanto la sua profondità: il suo radicamento, cioè, nelle convinzioni più profonde della persona. Nella sua stessa identità, per così dire. Dobbiamo immaginarci fin da ora l’ostacolo come qualcosa di insormontabile.
Come potremmo descrivere l’atmosfera che si crea in questi casi? Come minimo potremmo dire che subentra un certo imbarazzo, una sgradevole rigidità nei modi. La naturale fluidità delle relazioni si inceppa. Per citare lo scrittore Jonathan Safran Foer, possiamo immaginarci che «nella stanza piombi il silenzio, come se perfino l’aria stesse valutando questo fatto nuovo» (Se niente importa, p. 178). E all’iniziale imbarazzo si aggiunge quasi sempre un moto d’insofferenza: «Ma come? Dopo tutta la fatica che ho fatto? Ma che senso ha tutto ciò?».
Viene spontaneo descrivere la situazione come una reazione difensiva all’intrusione di un guastafeste. L’intruso, ovviamente, non è l’ospite, ma il lato più oscuro e problematico della nostra forma di vita sul quale, comprensibilmente, se possibile, non ci soffermiamo troppo e che preferiamo affidare alle cure dei tutori della morale e del diritto. Al fastidio si mescola sempre anche un elemento di sorpresa: improvvisamente le consuetudini che in genere diamo per scontate appaiono sotto una luce nuova. Ci appaiono, per l’appunto, come regole tacite che possono essere sfidate e messe in discussione. Non più come l’ambiente in cui ci muoviamo con naturalezza o l’aria che respiriamo. Così, per effetto della reazione imprevista del nostro ospite vegetariano, un succulento piatto di carne può assumere le fattezze di un oggetto perturbante e controverso: il brandello del cadavere di quello che prima di essere macellato per deliziare il nostro palato era un organismo vivente. Non poi così diverso da noi, dopo tutto.
Una possibile spiegazione del turbamento legittimo che si prova in questi casi induce a pensarlo come il risvolto affettivo dello sforzo di salvaguardare a ogni costo uno spazio «rilassato» o «ludico»: una zona diversa dalla realtà di ogni giorno (un luogo, fra l’altro, per quanto possibile preservato dai conflitti). Per certi aspetti, la situazione ricorda quella di due cani che giocano a fare la lotta. Che cosa c’è di più divertente di godere di ogni aspetto della vitalità animale, senza pagarne lo scotto? Come spesso accade, tuttavia, a un certo punto uno dei due animali morde l’altro con troppa forza e l’incanto si dissolve. Una regola non scritta del gioco è stata violata (“fare i matti, sì, ma senza farsi male!”). L’azione comune perde di fluidità e alla fine si spezza. Tutto d’un tratto la magia è finita, il risveglio è brusco e la realtà di ogni giorno riprende il sopravvento, con tutta la sua complessità, pesantezza, serietà, fatica.
Ci eravamo preparati a una festa e invece, contro ogni aspettativa, a tavola si è seduto un convitato di pietra e questo ospite inatteso e inquietante è l’etica, la critica, il dover-essere, la norma. Spiace. Ma questo cosa significa? Sotto sotto, ciascuno di noi sa che la tavola è tutto fuorché un luogo affrancato dalle regole, dai codici di comportamento, e quindi dal rischio incombente del conflitto. Non serve una mente raffinata per capire che, trattandosi di una pratica il cui succo consiste nel soddisfacimento di un bisogno fondamentale attraverso l’incorporazione di qualcosa che prima di diventare parte di noi era fuori di noi, da qualche parte nel mondo, sarebbe infantile pretendere di cavarsela a buon mercato. Bisogna prepararsi al peggio, raccogliere le energie e fare i conti con la realtà.
D’altro canto, come potremmo riportare indietro le lancette? In che modo i dilemmi morali potrebbero essere tenuti lontani dalle nostre tavole? L’etica è fondamentale nelle nostre vite. Soprattutto oggi, in un mondo come l’attuale in cui la religione ha smesso di fungere da collante sociale quasi-naturale e dove per regolare la vita della maggioranza delle persone in un contesto fortemente pluralistico è richiesto uno sforzo di ragionevolezza, decentramento e riflessività che a tutto fa pensare meno che alla rilassatezza. Di questo fardello non è possibile sbarazzarsi, senza pagare un prezzo che agli occhi, se non della maggioranza, quantomeno di una fetta consistente della popolazione, appare oggi intollerabile.
Altrettanto comprensibile, però, è il desiderio di preservare per quanto possibile alcuni ambiti della vita quotidiana dai conflitti sui principi o sui cosiddetti valori indisponibili. E la tavola è sicuramente uno di questi luoghi. Ce ne rendiamo conto quando notiamo l’insofferenza che ci suscita il pensiero che nemmeno lì possiamo abbandonarci all’istinto. A tavola – come in bagno o in camera da letto – si può essere educati e rispettosi, ma si rimane al fondo animali: genuini, ma mai del tutto presentabili. Anche per questo, in genere, le persone non indifferenti alla questione reagiscono alzando rapidamente il tono della polemica. Così è stato qualche mese fa di fronte alla richiesta di alcuni studenti dell’Università di Basilea di rendere totalmente vegetariana (se non vegana) la mensa della propria Università. Le risposte che si sono rapidamente accumulate su un blog di teoria politica tedesco (theorieblog.de) sono state di questo tenore: e che dire delle persone che non hanno nulla da mangiare? Dobbiamo forse estendere il rispetto morale anche alle zanzare? E che ne sarà dei broccoli: non hanno anche loro il diritto di crescere e completare il loro ciclo vitale? L’escalation e il tenore iperbolico degli argomenti sono familiari e lasciano trapelare un disagio profondo. In effetti, le frasi concitate fanno pensare a una excusatio non petita. Tutti, in the back of their minds, sanno che non c’è modo di uscire con una coscienza morale immacolata da simili dispute.
Per quanto mi è dato di capire, oggi per sfuggire a un simile stallo sono disponibili due opzioni diverse, che cercano per quanto possibile di salvare capra e cavoli: armonia sociale e centralità della morale. Entrambe puntano a una neutralizzazione del conflitto. La prima in un modo più accomodante nei confronti dell’esistente, l’altra con un piglio più revisionista. In un caso si sostiene che, in fondo, anche l’etica è questione di gusti e bisogna essere tolleranti. Chi siamo noi per giudicare? L’essenziale è trovare un modus vivendi, rispettare le scelte o le preferenze degli altri e non complicarci inutilmente la vita. A questo mondo c’è spazio per tutti, basta non pestarsi i piedi.
La mossa può funzionare oppure no. Tutti sanno che la tolleranza è facile da predicare, ma non sempre regge alla prova dei fatti. Ogni volta che non funziona, però, si rafforza la posizione di chi suggerisce la seconda soluzione, quella più revisionista. Certo – replicano costoro – mangiare è divertente e piacevole, ma se ci si pensa bene il piacere che se ne ricava è ben poca cosa rispetto alle questioni etiche in ballo. Con ciò intendono dire che la soluzione è sempre stata lì, a portata di mano: si tratta soltanto di fare appello alle intuizioni morali più diffuse tra le persone di buona volontà (il rispetto dei viventi, il principio della riduzione della sofferenza, la legge di giustizia contro la legge del più forte, oppure la preservazione dell’ambiente naturale) e raccomandare a ciascuno un po’ più di coerenza. Una volta capito il trucco, la tensione – solo apparente – si dissolve. (Questa è, per esempio, la via imboccata da Margherita Hack nella sua vigorosa difesa della propria scelta vegetariana.)
Allora per che cosa dovremmo optare: tolleranza o coerenza morale? In entrambi i casi, il principale rischio è quello di doversi accontentare di una visione minimale e strumentale del mangiare: per i rigoristi non meno che per i tolleranti il cibo appare, infatti, come un accessorio che gli individui scelgono e usano, che non ha una sua importanza o profondità culturale intrinseca. Ma che cosa succede, invece, se non si vuole rinunciare all’idea che la tavola incarni anche un ideale di socialità o addirittura di moralità?
Il dubbio è giustificato, se persino Kant – il morigeratissimo Kant – è arrivato a sostenere nell’Antropologia pragmatica che «la specie di benessere, che sembra meglio accordarsi con l’umanità, è un buon pranzo in buona (e, se è possibile, anche varia) compagnia» (§ 88). Ma se l’atto di mangiare è un aspetto così significativo e sintomatico dell’esistenza umana, com’è possibile che la condivisione del cibo non abbia nulla da insegnarci sul ruolo che la morale svolge o dovrebbe svolgere nelle nostre vite? Solo i commensali hanno qualcosa da imparare dai moralisti o non è forse vero anche il contrario?

2. La morale della tavola

Per andare subito al dunque, una riflessione sul ruolo del cibo nelle nostre vite può aiutarci a definire e difendere un ideale meno puro, o meglio meno «purista» di etica.
La morale, come notavo sopra, è fondamentale nelle nostre vite. Attraverso i nostri giudizi, i nostri rifiuti e le nostre scelte mostriamo e capiamo chi siamo davvero. Ma l’etica non è solo una questione di sublimi principi astratti. È uno strano coacervo. Per certi aspetti ricorda un grande banchetto. Per esempio, è fatta anche di buone e cattive maniere. Di gusti più o meno educati o raffinati. A volte anche di un pizzico di ipocrisia. L’etica è una seconda natura per gli esseri umani. Ha un rapporto essenziale col corpo. In fondo, abbiamo bisogno della morale perché siamo esseri corporei: un groviglio di emozioni, pulsioni e organi vulnerabili.
La tentazione dell’analogia è forte. Proprio come il mangiare, anche le scelte morali hanno una relazione non occasionale con lo sporcarsi le mani, l’abbandonarsi, il trattenersi, l’ingoiare, il digerire. La morale è fatta di rispetto per l’altro, ma anche di cura di sé. È un processo complicato e lungo, dal quale si esce sempre trasformati e spesso imprevedibilmente trasformati. Allo stesso modo, ci si siede a tavola pieni di aspettative e ci si alza a volte entusiasti, confortati, a volte delusi, a volte persino disperati. Si cambiano i gusti nel corso degli anni. Si criticano quelli degli altri e, col senno di poi, anche i propri.
Certo, non si può negare che le morali universalistiche chiedono alle persone di essere coerenti, persino un po’ disincarnate, così da diventare, per usare un lessico kantiano, sudditi di quel regno dei fini dove ogni creatura può essere spontaneamente trattata come un fine e mai come un mezzo. Tuttavia, per stabilire nel dettaglio e nell’ordinaria confusione della vita di ogni giorno dove esattamente transiti il confine che separa i mezzi dai fini, bisogna avere vissuto sulla propria pelle tutte le contraddizioni e le oscillazioni tipiche dell’esistenza dei pazienti morali: bisogna cioè avere patito (e gioito) il giusto, educato e raffinato le proprie emozioni sulla base di tali esperienze, accumulato un patrimonio insostituibile di esempi, formulato giudizi più o meno solidi, affrettati, incauti, spietati, magnanimi, ecc. Insomma, bisogna aver sperimentato dall’interno quella pienezza o densità dell’essere che, secondo J.M. Coetzee, accomuna tutti gli animali (La vita degli animali, pp. 44-45) e che opera come uno sfondo tacito rispetto alla pratica della moralità umana e probabilmente di ogni tipo concepibile di moralità.
Una parte di questa fullness of being – è inutile nasconderselo – la sperimentiamo quando mangiamo. In questo senso, la scena iniziale della Recherche proustiana, in cui il protagonista del romanzo accede agli strati più profondi della propria memoria e identità grazie alle associazioni suscitate dal sapore di un gustoso biscotto a forma di conchiglia, ha qualcosa di archetipico. All’interno di una pietanza può davvero celarsi un mondo: il condensato di una vita. Da questo punto di vista, il cibo assomiglia alla musica e l’effetto inebriante di una piccola frase musicale sull’orecchio (come nel caso della sonata di Vinteuil) può essere indistinguibile da quello di una madeleine sul palato. In entrambi i casi si deve fare i conti con una strana combinazione di elementi ideali e materiali, che mette a soqquadro le antitesi mediante le quali normalmente organizziamo il nostro paesaggio mentale e da cui ci facciamo guidare nelle nostre scelte.
C’è probabilmente molto da imparare da questo intrico di livelli e dimensioni dell’esperienza, la cui apparente confusione ha trovato un’accoglienza migliore nella letteratura (dal Pranzo di Babette di Karen Blixen a Ristorante nostalgia di Anne Tyler) che non nei trattati filosofici, dove è comprensibilmente più difficile spiegare coerentemente dove e come «rettitudine e felicità» possano mai «baciarsi».
Vorrei concludere, perciò, il saggio con una riflessione suscitata da un libro che, mescolando sapientemente la narrazione, il reportage e l’argomentazione morale, è riuscito nell’impresa di offrire una delle arringhe più appassionate, equilibrate e umanamente ricche in favore della dieta vegetariana, senza per altro disconoscere la complessità e la dilemmaticità del nostro rapporto con il cibo.
In Se niente importa, parlando della propria nonna (e chi conosce l’autore in questione sa quanto i nonni siano importanti nei suoi scritti), Foer racconta che in famiglia era soprannominata «La Cuoca Migliore Che Ci Sia» e che lui e suo fratello credevano «nella cucina della nonna con più fervore di quanto credess[er]o in Dio». Il punto è che per lei il cibo non era solo cibo: era «terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore» (p. 13). D’altro canto, non è forse vero che «niente – non una conversazione, non una stretta di mano e neppure un abbraccio – fonda un’amicizia con tanta forza come il mangiare insieme» (p. 178)?
È interessante osservare come Foer veda una continuità e non una contrapposizione tra la propria scelta vegetariana e l’ossessione onnivora della nonna, che egli interpreta saggiamente come l’espressione fisica dell’urgenza di provvedere ai propri cari. Non è solo una questione di ragioni astratte, dunque, ma alla base c’è un enigma che richiede una «capacità di attenzione che va al di là delle informazioni e al di là delle contrapposizioni tra ragione e desiderio, fatto e mito, e persino umano e animale» (p. 282). Il nodo essenziale è altrove: nella constatazione allarmata che «se niente importa, non c’è niente da salvare» (p. 286).
La mia impressione è che questa sia una lezione che dobbiamo imparare e continuamente re-imparare nel corso delle nostre vite. E, a ben vedere, la metabolizziamo anche e forse soprattutto imbandendo e sedendoci a tavola. In quel luogo, cioè, che forse meglio di ogni altro esemplifica quella singolare combinazione di accudimento e gioco, senza la quale gli esseri umani non avrebbero mai potuto produrre le cose eccezionali che, pur tra mille tragedie e catastrofi, sono stati capaci di realizzare nel corso della loro storia.
Il cibo conta. Non v’è dubbio. Anche grazie a esso riusciamo capire che cosa vi sia realmente da salvare nelle nostre vite.

Chi porta da mangiare

Mandorle bruciate. Sull’utilità della storia per evitare la fine dell’alimentazione

Quando ero uno studente di storia pensavo che sarebbe stato bello avviare una rivista, o una serie di studi, dedicata a quelli che, dentro di me, definivo “anni paradigmatici”, momenti dunque che hanno radicalmente cambiato il mondo. Credo fosse un’idea del cacchio, perché è vero che lo storico ha il compito di ridurre la complessità a qualcosa di comprensibile, ma non si può neppure esagerare con il rischio di perdere l’andamento lento dei processi epocali.
Mi è tornata alla mente questa mia idea del cacchio leggendo l’introduzione del libro La fin de l’alimentation, di Wilfried Bommert e Marianne Landzettel, pubblicato assai di recente in Francia.
Parentesi. Quella che ho letto è una traduzione di un libro tedesco uscito a fine 2017, libro che mi ero del tutto perso e che ho appunto conosciuto nella sua traduzione francese. E dire che solo pochi anni fa la mia conoscenza di lingua e cultura tedesca superava nettamente quella di lingua e cultura francesi. Le cose cambiano. Ma il titolo tedesco è più bello: Mandorla bruciata. Come il cambiamento climatico raggiunge il nostro piatto. Chiusa parentesi, neppure troppo lunga, dai.
Scrivevo dell’introduzione, dove si ragiona sul fatto che ci sono avvenimenti capaci di cambiare il mondo in un giorno, addirittura un’ora, e si fanno gli esempi della caduta del muro di Berlino, dell’11 settembre 2001, dello tsunami che nel marzo 2011 ha provocato l’incidente del reattore nucleare di Fukushima. Ma ci sono grandi cambiamenti per quali non possiamo indicare alcuna data, come il mutamento climatico.
Wilfried Bommert e Marianne Landzettel sono due giornalisti esperti di agronomia e hanno fatto un’inchiesta davvero bella e approfondita per cercare di capire come i grandi cambiamenti climatici incidano su quello che mangiamo, o meglio detto, su quello che ci viene proposto sul piatto.
Poca acqua? In California si produce più dell’80% delle mandorle che vanno poi in giro per il mondo, ma la siccità del 2016 ha reso improduttivi 32.000 ettari di terre coltivabili (sono le “mandorle bruciate” dell’originale tedesco). Troppa acqua? Le piogge abbondanti dell’agosto 2016 hanno compromesso in maniera gigantesca le coltivazioni di riso e soia della Louisiana.
E sono sempre gli scherzi della meteorologia a causare la proliferazione di parassiti nel bacino mediterraneo (olive); insetti che da meridione salgono verso Svizzera e Germania, dove distruggono le viti; le malattie degli ovini raggiungono livelli e latitudini sconosciuti a causa della proliferazione di certi insetti. La scomparsa di piccole alghe, dovuta al riscaldamento degli oceani, sta sconvolgendo le grandi catene alimentari marine. Solo per fare alcuni esempi, ma nel libro ce ne sono molti altri (Spagna, Paesi Bassi, valle del Nilo, India, Ghana, Brasile…).
L’agricoltura riuscirà a riempire per sempre i nostri piatti? È questa la domanda che ha fatto partire l’inchiesta, e i viaggi, di Bommert e Landzettel.
Il cambiamento climatico è irreversibile, si risponde, dunque dobbiamo trovare dei modi per attenuarne e compensarne gli effetti. Le tecnologie ci sono, cose si possono fare: migliorare la qualità del suolo, assicurare la sostenibilità economica di un’agricoltura realmente biologica, sviluppare sementi più resistenti ai capricci del clima, proteggere gli insetti impollinatori. Ma, a mio parere, c’è di più. Il di più siamo noi, che possiamo aumentare la consapevolezza, scegliere un’alimentazione sostenibile e rispettare il pianeta a partire dalla quotidianità delle piccole cose.
A che ci serve la storia? Ad aumentare questa consapevolezza. A capire che il qui e ora è il prodotto del laggiù e allora. Che la conoscenza delle dinamiche di medio e lungo periodo consente di orientare le scelte per il presente e il futuro. Anche quello delle cose che ci troviamo nel piatto. A comprendere che abbiamo sempre fatto i conti con il pane quotidiano, e questi conti continuiamo a farli, anche se in certe parti del mondo il cibo pare non essere un problema, perché c’è. A non dimenticare che la fame però esiste eccome, come esisteva nella campagne italiane del Cinquecento, per esempio. Per molti oggi l’urgenza potrà pure non essere più quella di garantirsi il pane quotidiano, ma è solo sostituita da quella di capire come e perché il nostro pane quotidiano è quello che è, renderci conto di quanto quel pane costi al pianeta.
La storia mica si ripete. Sarebbe troppo facile.

Bommert-MandelnFin alimentation

Le goût de l’ivresse, un bel libro di Matthieu Lecoutre

Qualche mese fa è uscita una mia recensione a un libro sulla storia dell’ubriachezza in Francia, la ripropongo qui sul blog, arricchendola di qualche commento: è un esperimento, intervallare alla scrittura ‘accademica’ passi personali per spiegare perché si scrivono determinate parole e a cosa si pensa nel rileggerle.

Frutto di una lunga frequentazione con il tema della storia dell’ubriachezza, “Le goût de l’ivresse” propone un allargamento del campo già indagato da Matthieu Lecoutre nel riuscito Ivresse et ivrognerie dans la France moderne (Pufr – PUR 2011). Rispetto alla monografia precedente, l’autore allarga il campo cronologico, passando dall’età moderna a un ambizioso progetto d’insieme, volto a indagare gli eccessi alcolici francesi tra V e XXI secolo. Possiamo subito anticipare che il risultato è davvero molto buono, ricco di spunti di riflessione e informazioni, elaborati in uno stile piacevole che rende la lettura facile e talvolta anche appassionante, agevolata da un equilibrato utilizzo di aneddoti.

Avevo studiato il primo libro trovandovi ottimi spunti per migliorare il mio stesso lavoro e voglio mettere in luce il fatto che, pur trattando lo stesso argomento, questo secondo libro non è affatto ripetitivo. 

La trattazione segue un ordine cronologico, scelta azzeccata e probabilmente inevitabile in uno studio che prende in esame tempi molto lunghi e tra loro assolutamente diversi. Fin dalle prime pagine dell’introduzione si svela uno dei punti di maggiore interesse del libro: l’utilizzo – che nel prosieguo si rivela equilibrato e rigoroso – di fonti molto diverse: dai testi dei poeti latini alle inchieste alimentari dei nostri giorni, passando per manoscritti e stampe di varia foggia, menù, cronache, libri di viaggio, testi medici ed ecclesiastici (regole monastiche, per esempio), solo per elencarne alcuni (pp. 12-13).

Il problema si pone sempre, quando si scrivono libri dedicati a un periodo storico lungo: privilegiare l’ordine temporale o inventarne uno tematico. Spesso vince il tempo.

Il libro conta quattro parti: Meticciati (V-IX secolo), Diversità (X-XV secolo), Modernità (XVI-XVIII secolo), Mondializzazione e tradizione(XIX-XXI secolo), ciascuna organizzata in tre capitoli e si conclude con una bibliografia selettiva, scelta dovuta evidentemente alla necessità di non aumentare troppo il numero delle pagine, ma che complica parzialmente l’utilizzo di un apparato di note molto solido e interessante.

In una recensione, uno schema del libro di cui si scrive ci sta sempre bene. 

Uno dei temi guida del lavoro di Lecoutre è la considerazione del bere come mezzo di ibridazione, questione centrale nello sviluppo dei food and drinking studies, riconosciuto dall’autore come caratteristico già dei secoli della romanità cristianità, quando l’incontro di due mondi culturali e religiosi completamente diversi diede luogo a nuove regole e abitudini alcoliche.

Quella stessa considerazione guida anche il mio lavoro: beviamo quello che beviamo e dunque siamo quello che siamo perché siamo il frutto di innumerevoli incontri e incroci. 

Un’altra questione ricorrente è quella relativa alla relazione tra storia della medicina e dell’alimentazione, tipica certo dell’età medievale ma ritornata prepotentemente in auge a fine XIX secolo con i movimenti di temperanza (cap. XII: L’alcol, ecco il nemico) e molto importante anche per la comprensione di usi e costumi attuali. Sotto questo aspetto, è fondamentale anche l’attenzione, che l’autore ha, per la sobrietà. Ci riferiamo a questo proposito sia alle nozioni di dietetica legate al consumo alcolico, sia alla medicalizzazione dell’ubriachezza, frutto di ragionamenti iniziati nel tardo medioevo e destinati a trovare un punto di svolta al momento della ‘nascita’ del concetto di alcolismo (Magnus Huss, 1849). Lecoutre non dimentica poi di mettere in evidenza il frequente legame tra critica medica e morale, legame che non ha mancato di identificare, in diversi secoli, il vizio dell’ubriachezza come pericolo sociale.

Fare storia senza porsi domande sul presente lo trovo un esercizio arido. 

Di sicuro interesse è poi l’analisi diacronica delle modifiche – spesso di lungo periodo – intervenute in gestione, regolamentazione e identificazione dei luoghi del bere, pubblici e privati: dai primi locali riservati a rifocillare i viaggiatori fino all’attuale “ristorazione stellata” (p. 356). Lo stesso si può dire per l’esame dei cambiamenti connessi alla distinzione di genere e legati soprattutto alla narrazione / condanna dell’ubriachezza, anche in questo caso pubblica e privata. Quella dell’ebbrezza è anche una storia sociale, che mette in evidenza come il ‘bere elegante’ sia stato considerato in diverse epoche storiche tratto distintivo delle classi alte, uniche del resto a potersi permettere il consumo di bevande per lo più care e talvolta anche di difficile reperimento: si pensi al caso delle abitudini importate – talvolta piuttosto lentamente, come nel caso del cioccolato – dallo scambio colombiano. A questo proposito, pare opportuno segnalare la particolare acutezza dei paragrafi dedicati al caffè, e in generale alle bevande eccitanti analcoliche, nei quali non manca una attenta analisi del respiro mondiale di commercio e cultura francesi tra XVIII e XIX secolo (pp. 165-173).

Bere è un fatto sociale, non si scappa, per questo coinvolge tanti aspetti della nostra vita comunitaria (luoghi, amici, parenti). Lo stesso si può dire per il non bere, che è una scelta, o una necessità talvolta, che ci pone di norma di fronte a sguardi interrogativi. Avete mai provato a ordinare una bibita in una “Privata” (leggi luogo dove si mesce solo il vino autoprodotto)? 

Uno dei casi in cui l’indagine di lungo periodo si rivela particolarmente fruttuosa è quello dei criteri di definizione della persona ubriaca, destinati a farsi (o meglio a cercare di farsi) sempre più oggettivi, passando dall’identificazione dell’ebbro come chi perde la capacità di giudizio agli incerti tentativi di stabilire criteri quantitativi, in particolare per quel che riguarda la guida in stato di ebbrezza. Lo stesso si può dire anche per il divenire del gusto, tema molto caro alla storiografia francese, molto presente nel libro di Lecoutre, in particolare nelle numerose pagine dedicate al vino, dalle quali si evince il sovente stretto rapporto tra espansione del mercato, promozione del prodotto e, appunto, educazione del gusto.

Non è ubriaco chi dal pavimento / può alzarsi un’altra volta e continuare ancora a bere / ma ubriaco è quello che giace prostrato, / senza la possibilità di bere o di alzarsi

Riprendendo le parole del titolo, possiamo davvero definire Le goût de l’ivresse un libro da gustare. L’attenzione alla contestualizzazione ci porta anche al di là dei confini francesi e fa dell’ubriachezza una protagonista non esclusiva. Tra le pagine c’è infatti spazio per le abitudini alimentari in generale e per i loro tanto profondi quanto lenti mutamenti, fino ad arrivare a uno sguardo sociologico sulla quotidianità degli anni 2000. Riportiamo, a questo proposito, l’esempio dello studio dei pranzi di lavoro e del radicale cambiamento intercorso tra il XIX secolo – quando il pasto in comune costituiva occasione privilegiata di socialità soprattutto operaia – e l’inizio del XXI secolo. Sappiamo infatti che oggi il pranzo si risolve assai di frequente in una rapida consumazione che non prevede neppure di posare gli occhi su quanto si mangia e si beve (pp. 360-366).

La letteratura storiografica su questioni legate al cibo è molto ricca, farsi qualche viaggio al suo interno può regalare grosse soddisfazioni

Gout_del_livresse