Cibo e fede. A margine di un convegno in Cambridge

Apro e chiudo una parentesi, tralasciando le storie legate al cibo per raccontare qualcosa dello storico legato al cibo. Qualcosa di buono che nutre il mio lavoro. Sono stato per la prima volta in vita mia a Cambridge, toccata e fuga, per partecipare a un convegno intitolato in maniera per me molto promettente “Food and Faith in the Early Modern World, c. 1400 – c. 1700”. Promesse mantenute.

La mia aspettativa era di andare in Inghilterra non solo e non tanto per raccontare quello che sto studiando, i miei progetti di ricerca, ma anche e piuttosto per ascoltare le idee degli altri. Obiettivo pienamente raggiunto, me ne torno con le tasche piene di suggestioni e nuove conoscenze, personali e storiche.

La prima cosa da elogiare… correggo, la prima persona da elogiare è Eleanor Barnett, che ha organizzato questa bella e riuscita iniziativa. Torniamo alla prima cosa, che è la curiosità è la capacità di far dialogare la storia con l’attualità. Perché accanto alle varie relazioni degli storici che si occupano di fatti accaduti tra 1400 e 1700 circa, Eleanor ha ben pensato di organizzare una tavola rotonda nella quale ha intervistato quattro leader religiosi (buddhismo, cristianesimo, ebraismo, induismo) sul tema “Cibo e fede oggi”. Perché, a ben guardare, se non ragioniamo sulle questioni attuali, a che ci serve la storia? Forse a fare un poco appetitoso sfoggio di erudizione, di cui io personalmente faccio volentieri a meno. Interviste ben fatte, con domande semplici e ben poste, con risposte senza scorciatoie.

La seconda cosa da elogiare è la qualità delle varie relazioni, nessuna esclusa, con una menzione particolare per alcuni dei giovani dottorandi che hanno presentato le proprie ricerche. Hanno dato prova di come gli inizi della carriera non debbano essere necessariamente legati a questioni di non troppo ampio respiro che consentono di rifugiarsi in quella poco simpatica erudizione di cui sopra. E per chi dottorando più non è, rimane piacevole vedere che i temi di ricerca progrediscono senza doversi ripetere anno dopo anno.

La terza cosa da elogiare è la ricca varietà degli argomenti. Non è infatti facile sentir parlare – bene e con grande cognizione di causa, giova ripeterlo – di cannibalismo ed eucaristia, di eresia e inquisizione, di cibo come pratica sociale in varie religioni, di feste e digiuni, di banchetti alla presenza di presunte streghe, di simboli, immagini, liturgie. Tutto questo in Europa, in America e in Asia.

La quarta cosa da elogiare è quel fantastico clima anglosassone in cui ci si chiama per nome e ci si dà dello “you”, senza grandi deferenze legate all’effimero grado accademico del chi è lei, chi sono io.

Mi fermo qui con gli elogi, riassumendoli in tutti nella dichiarazione che ho fatto a me stesso: è stato uno dei migliori convegni della mia carriera. Per questo almeno, vale un post.

Vi allego il riassunto dei temi trattati.

Io ho parlato di gesuiti e cibo, cercando di mettere in evidenza quali sono per me i tratti caratteristici della cultura alimentare gesuita nella prima età moderna: la moderazione (nel mangiare, nel bere e nel digiunare) da un lato, la concezione del pasto come fatto sociale e non individuale dall’altro. Sto scrivendo su questo.

Alla cena del convegno ho mangiato pesce d’acqua dolce, accompagnato da vino bianco spagnolo. Meglio il primo del secondo, ma è questione di gusti.

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Il cibo è un’arma. Non sprecarlo!

Un’immagine, tante letture, molte chiacchiere, qualche conferenza. Questo post nasce così.

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L’immagine fa parte dell’armamentario della propaganda di guerra (II Mondiale) statunitense e la didascalia recita quanto già scritto nel titolo del post, proseguendo poi con queste indicazioni: “Compra con intelligenza, cucina con attenzione, mangialo tutto”.

Una bella rassegna di manifesti simili si può trovare qui.

Ma andiamo indietro e mettiamo subito in chiaro che lo spreco lo abbiamo inventato noi, o almeno, quelli che sono venuti poco prima di noi. Dove il “poco prima” va interpretato con i tempi lunghi della storia. Siamo abituati a pensare ai banchetti rinascimentali, o a quelli degli splendori delle corti settecentesche, come a momenti dove sovrani, nobili e ricchi in generale, sprecano il cibo buttandolo dalla finestra, abbandonandolo sulla tavola, ostentando un lusso che si quantifica in portate che nessuno stomaco umano è in grado di sostenere. Non funzionava esattamente così. Quel cibo veniva, in qualche modo, riciclato. La cultura dello spreco nasce con la società industriale, la società dei consumi. Gettare via il cibo che avanza è cosa recente. Intendiamoci, per recente intendiamo cosa del XIX secolo.

E quei banchetti? Il cibo andava mostrato perché abbondanza e opulenza erano segno di potere, ma non si sprecava. Per esempio, alla corte del Re Sole esisteva una vera e propria economia del recupero, gestita da funzionari regi il cui compito era quello di ridistribuire gli avanzi. Probabilmente chi beneficiava della redistribuzione non mangiava roba freschissima, ma l’idea di buttare gli avanzi nella spazzatura non esisteva.

A Venezia già dal 1300 (1299, a essere proprio pignoli) esistevano dei magistrati addetti al controllo dello spreco, i provveditori alle pompe. La Repubblica legiferava, cercando di limitare gli eccessi dei banchetti di nozze prima e di quelli privati poi, provando a contenerne gli orari, il numero di portate e persone invitabili. Attenzione soprattutto alle donne, colpevoli di inutile sfoggio di gioielli e abiti. Ingannare la legge è sempre possibile, e si faceva rendendo irriconoscibili i piatti proibiti (tagliandoli in pezzi così piccoli da renderli, appunto, irriconoscibili) o fingendo che le dame invitate fossero delle parenti strette.

Esisteva pure un interesse economico: il cibo recuperato contribuiva a costruire e alimentare una economia di vendita di cui poco sappiamo, a eccezione della sua esistenza. Tutte queste cose venivano recuperate in un’economia di vendita. In realtà questa economia non la conosciamo bene, ma la redistribuzione, il riutilizzo del cibo avanzato esisteva di sicuro. Nella Baghdad del X secolo il visir Hamid b. Abbas preparava abbondanti banchetti per ospiti e servi, a base di carne e pane bianco, cibi ricchi per la cultura dell’epoca. I servi però preferivano mangiare fagioli secchi per mandare le proprie razioni alle famiglie. Venutolo a sapere, Hamid b. Abbas decise di raddoppiare la loro razione, ma i servi continuarono a mangiare fagioli secchi, preferendo destinare il secondo pasto ai macellai, accumulando così un credito da utilizzare in occasione delle feste. Ecco un esempio di economia anti-spreco.

Le ricette del recupero sono un altro tassello del mosaico, per esempio nelle regole dei monasteri del medioevo si prevedeva di recuperare le briciole di pane dopo ogni pasto, così che alla fine della settimana si poteva preparare la torta di pane. Continueremo in seguito, perché oggi vorrei chiudere riprendendo il discorso da dove è iniziato: “Il cibo è un’arma, non sprecarlo!”. Affermazione che si potrebbe tradurre nel suo contrario: “Il cibo è un’arma, sprecalo!”.

Seconda Guerra Punica (218 a.C. – 202 a.C.) – quella degli elefanti, degli scontri terrestri e non navali, della presenza pluriennale di Annibale in Italia. Nel tentativo di fermare Annibale, a Roma si proclamò un editto per cui tutti gli abitanti delle regioni in cui il cartaginese stesse per arrivare dovevano abbandonare le campagne dopo aver bruciato le case e guastato le messi, così che all’esercito nemico mancasse ogni cosa.

La campagna di Russia di Napoleone Bonaparte (1812). Più i francesi avanzavano, più i russi si ritiravano, abbandonando le posizioni e ripiegando verso Mosca. Napoleone era convinto che la campagna più ricca attorno a Smolensk e Mosca avrebbe dato da mangiare ai soldati, perciò proseguì, ma nella ritirata i russi razziavano la terra e distruggevano le provviste. L’esercito francese cominciò a disintegrarsi quando gli uomini indeboliti dalla fame, iniziarono ad ammalarsi. Napoleone entrò in Russia a fine giugno del 1812. A fine luglio il suo esercito aveva perso 130.000 uomini e 80.000 cavalli senza avere ancora combattuto. Ad agosto una battaglia non decisiva fu combattuta a Smolensk, che cadde in mano francese, ma solo dopo che i russi avevano distrutto ogni scorta di cibo. Dopo la vittoria nella battaglia di Borodino (7 settembre) i francesi ebbero strada aperta verso la capitale. Arrivati però a Mosca, Napoleone e i suoi trovarono la città deserta e gran parte dei depositi di cibo distrutti. Fu l’inizio della fine.

Si potrebbe continuare, e in effetti, prima o poi, continuerò. Anche perché ben poco ho scritto di quei manifesti che consigliavo all’inizio del post.

Come anticipato, questo post nasce da tante cose: letture varie dei libri di Massimo Montanari, poi Kirti N. Chaudhuri, L’Asia prima dell’Europa (il primo capitolo), Carla Coco, Venezia in cucina; Tom Standage, Una storia commestibile dell’umanità. C’è sicuramente anche dell’altro, ma non sempre si può ricostruire tutto. 

Digiuno? Astinenza? Ma anche no…

L’ultimo lavoro che ho pubblicato come frutto delle mie ricerche è uno studio sul digiuno ecclesiastico, in particolare sulla sua regolamentazione nell’America occupata da spagnoli e portoghesi tra 1500 e 1700. Era, con rispetto parlando, un gran casino agli occhi dei cattolici romani riuscire a trovare un sistema di regole per gente che faceva cose strane come mangiare iguana, fumare foglie, bere brodaglie colorate. Ci provarono però con grande serietà, cercando di inserire abitudini dannatamente europee nel contesto alimentare di culture che di quelle abitudini non vedevano proprio il senso.

È un articolo che mi ha richiesto molto tempo e molto studio, nel quale però sono almeno riuscito a dare un senso ai miei studi di diritto, dato che nel leggere un sacco di trattati legislativi e raccolte di norme sono riaffiorati alla mente modi e stili che avevo in parte accantonato.

Voglio presentarvi qui la traduzione di un paragrafo che, a mio parere, trasmette la perenne contraddizione di chi vuole che gli altri facciano quanto è giusto per lui. Traduzione perché l’articolo è in spagnolo e si può leggere e scaricare gratuitamente a questo link. 

Il titolo dell’estratto che vi propongo è “Cause per non digiunare”.

Vado con la traduzione liberissima di me stesso.

«Come ben specificato da tutta la letteratura giuridica sul tema, le dispense che consentivano di essere esclusi dall’osservanza delle norme sul digiuno non erano affatto poche. Lo aveva già deciso una bolla pontificia, Altitudo Divini Consilii, ben consapevole di dover adattare le regole alla nuova realtà americana. Per gli indigeni ci furono provvedimenti speciali, intesi a rendere non troppo impegnativa la conversione (dove infatti troppo si chiede, può capitare che nulla si ottenga. In sintesi: se agli europei abituati da più di mille anni al digiuno si poteva chiedere tot, alle popolazioni native era molto meglio chiedere tot meno meno – ecco, questo non è propriamente una traduzione letterale).

La prima ragione che consentiva di mangiare allegramente anche nei giorni di digiuno ed astinenza era la debolezza del corpo, data per certa per i ragazzi fino ai ventuno anni e ai vecchi dopo i sessanta. Ai giovinetti particolarmente devoti si poteva concedere di caricarsi di qualche sacrificio alimentare, senza esagerare. C’era un problema però, come conoscere la vera età degli indigeni? E se qualcuno asseriva di avere vent’anni e magari ne aveva invece quarantacinque e si abbuffava impunemente di coccodrillo e cioccolato in tempi proibiti? Dispensate anche le donne in dolce attesa o in allattamento, come i poveri che non avevano di che mangiare (e dunque che digiunavano loro malgrado) e le persone troppo magre di natura.

La seconda ragione per evitare di stare a stecchetto si rivolgeva a chi doveva mangiare per sopravvivere o, più limitatamente, per evitare di stare male. Era una regola pensata per i lavoratori di fatica, della quale però si erano appropriati anche quelli impegnati in lavori di concetto – che per definizione in effetti pensano – primi fra tutti i preti che raccontavano a se stessi di dover essere in forze per predicare e confessare.

Terza ragione per mangiar carne al venerdì, anche questa frutto di elucubrazioni niente male, era quella di non mettere un freno a chi era impegnato in opere buone, per esempio i pellegrini. Ma anche le donne sposate che avrebbero voluto digiunare ex voto abbisognavano del permesso dei mariti: l’astinenza (evidentemente non solo alimentare) metteva a rischio la pace familiare, della quale il maschio era considerato l’unico garante.

La morale? Una ragione per non digiunare si scovava sempre, bastava trovare uno che te la accordasse. E chi te l’accordava? Quella è materia del paragrafo successivo.

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Jigmé Lingpa. Un monaco buddhista e il vegetarianismo

Debutta l’oriente, in questo mio blog. Per un articolo che stavo scrivendo sulla storiografia legata alla storia dell’alimentazione (non abbiate paura, la parte noiosa dovrebbe finire qui), un lettore mi ha consigliato di aggiungere il caso del buddhismo tibetano. Ho accolto il suggerimento e studiato.

C’è una questione di fondo, nella definizione del rapporto tra il credente e il suo modo di alimentarsi in questa religione: la condanna dell’uccisione di ogni essere vivente e il mangiare carne. Dove sta il problema? Basta diventare vegetariani! Certo, ma non è mica sempre facile, specie se immaginiamo la rilevanza della carne nella dieta tibetana, una rilevanza legata sia alle difficoltà di coltivazione proprie di climi rigidi come quello himalayano, sia delle convinzioni mediche tradizionali di, buttiamo lì una data, milleduecento anni fa (e via a seguire). Così come sappiamo dalle raccomandazioni di mamme e nonne soprattutto, la convinzione che la carne fosse indispensabile alla buona salute rimane ancora molto attuale, ma è stata data come certezza per diversi secoli.

Come fare allora? Ragionare sul compromesso. Mi ha particolarmente interessato in questo senso l’opera del monaco Jigmé Lingpa (1730-1798), che riconoscendo le difficoltà di praticare il vegetarianismo, propose delle soluzioni alternative. Scrisse molto Jigmé Limpa, e nelle sue opere mise in evidenza la necessità di evitare ogni sofferenze agli animali, ma pur elogiando la dieta vegetariana, non arrivò a condannare in toto la pratica del nutrirsi di carne. Come si comportasse lui non lo sappiamo, ma chi ne ha studiato in profondità vita e insegnamenti non sarebbe disposto a scommettere sul fatto che seguisse una dieta vegetariana. Difese però l’importanza delle preghiere capaci di purificare il cibo pronto a essere ingerito e di aiutare l’animale ad avere una migliore rinascita. Perché dopo il sacrificio del macello, la convinzione era che il destino dell’animale fosse proprio una rinascita. Al di là delle orazioni pre-pasto, il monaco suggerì anche dei più complessi rituali di purificazione riservati ai consumatori non occasionali di carne, quelli per i quali la preghiera della tavola non sembrava essere sufficiente. Un limitato utilizzo della carne, secondo l’opinione di Jigmé Lingpa e di altri maestri, poteva anche essere ammesso per scopi rituali. In questo caso non era la delicatezza dell’imposizione di una dieta a rilevare, ma la destinazione del cibo.

Siamo qui di fronte a un non semplice tentativo di conciliare le convinzioni religiose con le pratiche alimentari quotidiane. Sono questioni che non hanno né luogo, né tempo.

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Questo post nasce dalla lettura di G. Barstow, Buddhism Between Abstinence and Indulgence: Vegetarianism in the Life and Works of Jigmé Lingpa, in: «Journal of Buddhist Ethics», 20, 2013, pp. 74-104; tema poi ripreso e sviluppato nel primo capitolo di G. Barstow, Food of Sinful Demons: Meat, Vegetarianism, and the Limits of Buddhism in Tibet, New York, Columbia University Press, 2018 (lettura fresca fresca, come si vede dall’anno di pubblicazione).

Marché d’Aligre – Paris

La prima volta ci sono capitato per caso. 2016. Ero a Parigi per lavoro, a studiare la storia dell’alimentazione soprattutto grazie alla ricca collezione di storia e antropologia del Quai Branly, probabilmente il mio museo preferito. E a ragionare di storia all’interno di quella impareggiabile istituzione che è l’Ecole des hautes études en sciences sociales. Ma non divaghiamo. Si era detto, ero a Parigi per studiare e con me c’erano anche Chiara e Mateja, almeno per buona parte dei tre mesi che ebbi la buona sorte di passare là. La non facile ricerca di un appartamento si risolse in un bellissimo bilocale vicino alla piazza della Bastiglia. Fo E studiando sulla carta i dintorni, scoprii che a poche centinaia di metri dal nostro charmant domicilio si trovava il piuttosto celebre Marché d’Aligre, un mercato che nella realtà sono due mercati. Il primo, coperto, si chiama Marché Beauvau; il secondo, scoperto si sviluppa su place d’Aligre e lungo la vicina  rue d’Aligre (siamo nel XII arrondissement, per chi fosse interessato alla geografia urbana).

Ci andai, per scoprire vere delizie. Ricordo ancora una cena fredda (ero da solo), che mi preparai prima nella mente e poi sul piatto. Uscito dalla biblioteca, rientrato verso casa in metro, mi precipitai al mercato coperto a comprare formaggi, verdure e birra artigianale, poi nella sontuosa panetteria mi conquistai la baguette appena sfornata anche se era ormai ora di cena. Parentesi. Quanto gusto quella baguette lì penso che forse dovrei smettere di fare il pane in casa e affidarmi ai professionisti, ma poi ricordo che non vivo in Place d’Aligre. Ma riveniamo alla mia spesa. Tornato a casa giocai alla mise en place solitaria e preparai delle tartine belle da vedere e buone da mangiare. Ricordo ancora gusti e sensazioni.

Ho ripensato a quella cenetta per me stesso mentre sto leggendo un articolo della rivista “Food Culture & Society”, nel quale si scrive della scrittrice americana Laurie Colwin e di come nel suo concetto di “domestic sensualism”, una sorta di piacere delle cose semplici nel quale la cucina gioca la parte del leone, la colazione solitaria ha un ruolo fondamentale. Così ho interrotto la lettura e mi sono messo a scrivere questo post.

Siamo ritornati a Parigi poco tempo fa, primi di agosto 2018, con l’obiettivo di fare da guide alla mia mamma, detta nonna Giuliana, che a Parigi mai era stata e la sognava. Grazie ad amici francesi abbiamo trovato un appartamento in affitto nella stessa zona del 2016, ancora più vicina al mercato. Lo avevamo già sperimentato due anni fa, per l’ultimo periodo dei tre mesi di cui sopra. Ed è stato proprio il Marché d’Aligre il primo posto parigino che ho voluto far vedere a mamma. Ho scoperto che il mercato coperto è parzialmente chiuso in agosto, ma in maniera intelligente: siccome l’offerta è ampia, rimane aperto uno di tutto. Almeno una pescheria (questa volta non l’abbiamo sperimentata, ma al tempo sì), un paio di macellerie, una bottiglieria, una formaggeria. Quanto a frutta e verdura, il mercato all’aperto garantisce un’offerta clamorosa. Pure la mamma, cuoca curiosa, esperta e sontuosa, ha confessato di aver visto delle cose per la prima volta in vita sua. Anche l’esperienza del prezzo a caso è da vivere, con frutta e ortaggi pesati nella stessa bilancia per i quali ti viene chiesto di pagare a spanne. Non è economico, ma buono, tanto buono. L’insalata che dura fresca per giorni è un’esperienza che per quanto ripetuta rimane sorprendente. Ma c’è molto altro. Basterebbe guardare gli occhi di una bambina di otto anni da compiere quando addenta un frutto. Ci siamo andati ogni giorno.

Dove la storia in questo post? La storia si fa in luoghi come questo. E comunque:  Étienne François d’Aligre (1727-1788) fu il primo presidente del Parlamento di Parigi all’epoca della costruzione del mercato. Fuggì scampando alla rivoluzione. La decisione di aprire il mercato fu presa da Luigi XVI (documento del 17 febbraio 1777) per sostituire quello stabilito da Luigi XIII il 2 marzo 1643, abbandonato, scrive Luigi XVI, “da tempo immemorabile” a causa degli eccessivi traffico e stazionamento di vetture sull’ampio viale. Subito dopo il provvedimento di Luigi XVI, l’architetto Lenoir iniziò i lavori per la costruzione del mercato coperto e per la piazza. Il nuovo complesso fu inizialmente chiamato Marché de l’Abbaye de Saint-Antoine, perché sorgeva su terreni appartenuti proprio ai religiosi dell’abbazia di Saint-Antoine-des-Champs. Il nome del mercato coperto, Beauveau, ricorda madame Beauveau-Craone, ultima abbadessa in carica prima del trasferimento di proprietà di tali terreni.

Le letture: l’articolo cui faccio riferimento per “l’ispirazione” è Tanfer Emin Tunc, Domestic Sensualism: Laurie Colwin’s food writing, in Food, Culture & Society, 2, 2018, 128-143 (ora lo finisco). Le notizie parigine invece le ricavo da: Dictionnaire administratif et historique des rues de Paris et de ses monuments, Paris, F. Lazare, 1844-1849, pp. 61-62, consultato su Gallica.fr.

 

Contro le ubriacature. Predicando nel Perù di fine 1500

Fedele all’idea di proporre sul blog delle storie che non hanno trovato posto nel libro “Sbornie sacre, sbornie profane”, arricchisco uno spunto presente nel capitolo terzo, all’inizio del paragrafo intitolato “Ubriachi senza Dio”.

Nel libro scrivo così: “La disciplina dell’ubriachezza trovò posto nel Catechismo nato dai lavori del Terzo Concilio di Lima (1582-1583). Nel testo la retorica dell’insegnamento religioso fu testimoniata dalla pubblicazione di un sermone pensato per servire da guida ai predicatori attivi nelle Ande” e riassumo poi alcuni passaggi di questo ideale sermone, pensato per essere imparato a memoria da predicatori poco inclini a scriversele da sole, le prediche, o non tanto dotti da essere in grado di farlo.

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Ma facciamo un passo indietro e leggiamo il riassunto del sermone, proposto dall’autore (che non ha nome, probabilmente era un collettivo guidato dal gesuita José de Acosta).

Sermone XXIII, Contro le ubriacature. Ne quale si insegna come l’ubriachezza sia di per sé peccato mortale, e i danni che provoca al corpo, dai quali derivano malattie e morti, e nei sensi intorpidendoli, e nell’anima causando grandi peccati, come incesti e omicidi e sodomie, e soprattutto si insegna come l’ubriachezza sia il mezzo principale per distruggere la fede, supportare le superstizioni e le idolatrie.

Insomma, non proprio una presentazione che si metterebbe volentieri nella pubblicità di una bottiglia di whisky.

Leggiamo le argomentazioni del potenziale predicatore:

Dio ha creato cibo e bevande per il sostentamento dell’uomo, chi ne abusa offende il proprio corpo e la propria anima.

Ubriacarsi significa non osservare il quinto comandamento (non uccidere), attraverso la sbronza infatti si uccide la propria anima, buttando via ciò che Dio ha dato di migliore all’uomo: il giudizio e la ragione. Peccato mortale.

L’ubriaco è fuori di sé, violento, infermo sulle gambe, simile a un cavallo o a un cane piuttosto che a un uomo.

La Sacra Scrittura lo dice: l’ubriachezza porta all’inferno dove, si sa, si starà in compagnia del demonio soffrendo pene indicibili, per esempio essere tormentati dalla sete come cani rabbiosi.

Ok, l’ubriachezza è il peggio del peggio, lo abbiamo capito, ma se fossimo duri di comprendonio ecco quattro mali, scelti tra i tanti che ne derivano:

Primo. Ci si ammala e si muore: prima che arrivassero gli spagnoli, gli inca erano molto numerosi perché era loro vietato ubriacarsi (magari qualche altra causa potrebbe pure venire in mente, ma andiamo avanti).

Secondo. L’ubriachezza confonde e rende imbecilli, come dimostra il fatto che, tra gli indigeni e solo tra loro, i bambini sono più saggi degli adulti. Si sa infatti che sbornie e lussuria intorpidiscono l’intelletto.

Terzo. Gli ubriachi sono peccatori: ripetere giova e dunque ecco la lista. Sono violenti con le proprie donne (viceversa non è contemplato) e gli amici, arrivano a uccidere, commettono incesti, si accoppiano come animali. E non capire quel che si fa sotto i fumi dell’alcol è un’aggravante, mica il contrario.

Quarto e più grave di tutti. L’ubriachezza allontana dalla fede in Gesù Cristo, rinnova e alimenta l’idolatria e i culti diabolici. Gesù Cristo nell’ubriachezza perde tutto quello che ha sottratto al diavolo, e viceversa, qui sì.

Dio punirà gli ubriachi.

Prosit!

Ho tratto queste informazioni da un’edizione spagnola del 1773 del Tercero Catecismo Y Exposición de la Doctrina Christiana por Sermones, copia di un’edizione del 1584, pubblicata un anno dopo la conclusione del Terzo Concilio di Lima.

Sbornie sacre, sbornie profane: un’intervista

Alimento il blog con ancora un piatto (meglio forse scrivere un bicchiere) dedicato alle “mie” sbornie. Si tratta di un’intervista realizzata per il portale letture.org, un bel sito dedicato ai libri. Evviva i blog che ci aiutano a viaggiare tra le pagine.

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Potete leggere l’intervista qui: Sbornie sacre, sbornie profane

Ma anche qui di seguito:

Prima di rispondere alle domande propostemi dai redattori di letture.org, che ringrazio per l’interesse riservato ai miei lavori, vorrei segnalare ai lettori che molte delle storie inserite nel mio libro, ma anche molte altre storie che nelle pagine non hanno trovato spazio contribuiscono ad alimentare il mio blog di storia dell’alimentazione: claudiofoodhistory.wordpress.com

1) Professor Ferlan, Lei è autore del libro Sbornie sacre, sbornie profane. L’ubriachezza dal Vecchio al Nuovo Mondo edito dal Mulino: come giunse l’alcol nel Nuovo Mondo?

Arrivò nelle navi, come molte altre cose (armi, animali, libri, oggetti sacri). Il vino prima di tutto, indispensabile per la celebrazione delle messe oltreoceano: ma non solo nelle botti, furono importati anche semi e barbatelle di vite. Più tardi arrivarono anche i distillati, assieme alla competenza e alla strumentazione necessarie per la loro produzione.

Vi furono navi nelle quali l’alcol rimase nascosto, diversi capitani infatti vietarono la distribuzione di bevande inebrianti tra equipaggio e soldatesca, nel timore di insurrezioni alimentate dall’ubriachezza.

Vi furono navi nelle quali l’alcol si distribuì in abbondanza, un esempio importante è quello della Mayflower, il galeone dei padri pellegrini (1620): durante quella traversata fermentati e distillati servirono anche per disinfettare l’acqua e furono consumati in abbondanza; del resto, all’epoca non si disdegnava di offrire un cicchetto ai bambini piccoli, perché si credeva facesse bene. E non stentiamo a dubitare che potesse agevolare il loro sonno.

 

2) Come era considerata l’ubriachezza in Europa alla vigilia della colonizzazione americana?

Nell’Europa cattolica era ritenuta un peccato di gola, accoppiato spesso (è proprio il caso di dirlo) in prediche e condanne a quello della lussuria. Il vino era parte integrante della dieta quotidiana e per la scienza medica dei secoli XV-XVI aveva anche della importanti proprietà curative e se ne consigliava l’assunzione per far fronte a molte malattie. Il nodo stava però nella quantità di consumo: sobrietà e moderazione erano le parole chiave.

Nell’Europa protestante vi era maggiore indulgenza, l’ubriachezza veniva vista come un problema là dove veniva a creare difficoltà che oggi definiremmo “di ordine pubblico”. Di certo nelle osterie di Germania sobrietà e moderazione non erano protagoniste.

L’ordine pubblico era importante in tutta Europa: i disordini causati dall’ubriachezza molesta consigliarono molti sovrani a dettare leggi per cercare di contenere gli eccessi alcolici, leggi che però non riuscirono a cambiare i costumi.

 

3) Qual era la funzione sociale e religiosa dei fermentati nelle società precolombiane?

Soprattutto nelle società indigene dell’America spagnola (principalmente azteca e inca, ma non solo), bevande fermentate come pulque e chicha erano parte integrante della quotidianità, della cultura. Venivano offerte agli ospiti, in formule d’accoglienza non lontane da quelle che vivono ancora oggi: offrire un bicchiere a chi ti viene a trovare è cosa piuttosto comune. Costituivano poi, soprattutto la chicha (un fermentato del mais diffuso in area andina), un elemento centrale di celebrazioni religiose nelle quali, entro tempi e spazi molto ben determinati, era non solo lecita ma persino richiesta l’ubriacatura. L’ebbrezza era necessaria, per esempio, per raggiungere una maggiore vicinanza con la divinità. Agli dei poi si offriva il liquore per ringraziarli del raccolto, in una sorta di scambio di doni.

Infine, l’alcol aveva un ruolo centrale nei riti funebri di molte società indigene, come anche nelle cerimonie sacrificali, nel corso delle quali le vittime venivano condotte a totale stordimento prima di essere immolate sugli altari.

 

4) Come accolsero le bevande alcoliche gli indigeni?

C’è da rimarcare una enorme differenza tra le culture indigene che già conoscevano i fermentati e quelle che invece ne ignoravano l’esistenza, una differenza che potremmo individuare geograficamente segnando una linea divisoria tra domini coloniali iberici e franco-inglesi; familiari con l’alcol i primi, estranei i secondi.

Nel primo caso vi fu indubbiamente un problema religioso centrale: come poteva quella stessa Chiesa che insegnava la sacralità del vino condannare come demoniaco ogni fermentato di altra natura? Gli indigeni spesso non capirono infatti e successe di frequente che mescolassero le tradizioni utilizzando fermentati di mais nelle messe cristiane, suscitando orrore e condanna dei missionari.

Nel secondo caso invece vi fu una presa di contatto con l’ignoto, caratterizzata dalla difficoltà di gestirlo: l’ubriachezza spesso fu causa di smarrimento, come nel caso testimoniato dal missionario moravo John Heckewelder: incontrato un indiano a Pittsburgh intorno alla fine del XVIII secolo, gli chiese semplicemente «Chi sei?», la risposta fu «Sono Blackfish, una persona intelligente, quando sono a casa tra i miei, ma quando mi trovo qui sono semplicemente un maiale (hog)».

5) Quali conseguenze produsse l’arrivo dell’alcol nel Nuovo Mondo? 

Molte furono tragiche. Penso prima di tutto al massacro di Wounded Knee, l’ultimo episodio delle guerre indiane (29 dicembre 1890), che vide l’uccisione di 153 lakota-minnecoju, in gran parte donne e bambini, sterminata da soldati dell’esercito americano molti dei quali erano pesantemente ubriachi. Questo è un episodio di ubriachezza non indigena, il quale ha segnato la storia indigena.

Ma la mortalità legata all’alcol è tristemente presente con forza nella storia delle Americhe. Si è detto che abbia fatto la sua parte nella catastrofe demografica, il che è in parte realistico. Sappiamo poi che oggi il problema dell’alcolismo è davvero urgente nella sua tragicità all’interno delle tribù indigene, quelle nordamericane in particolare, ancora vincolate al sistema delle riserve; ma anche nell’area andina la questione è delicata.

L’arrivo dell’alcol europeo ha anche avuto importanti conseguenze economiche: molti colonizzatori si sono arricchiti grazie all’esportazione del modello, tutto europeo, della taverna.

La sacralità dell’alcol indigeno, così fermamente combattuta dai missionari, ha tutto sommato vinto e ancora persiste nella ritualità di molte cerimonie, anche cristiane.

C’è anche da dire che i cinque statunitensi insigniti del primo Nobel per la letteratura nel Novecento ebbero tutti problemi legati all’alcolismo: Sinclair Lewis, Eugene O’Neill, William Faulkner, Ernest Hemingway e John Steinbeck.

Di certo se le abitudini alcoliche europee non avessero attraversato l’Oceano oggi vivremmo in un mondo differente. Non sappiamo in che termini, ma differente.