Secondo me – il mestiere dello storico del cristianesimo

Oggi, venerdì 21 febbraio, sono stato ospite della trasmissione di Radio 1 Trentino “Terre di confine”, nel corso della quale assieme a tre colleghi che lavorano in Trentino e in Sicilia abbiamo parlato del nostro lavoro, rispondendo alle sollecitazioni del nostro intervistatore, Giuseppe D’Agostino.

Per chi non si è potuto sintonizzare sulle frequenze delle trasmissioni Radio Rai provinciali, provo a sintetizzare qui quello che ho detto, aggiungendo pure qualcosa che è scappato nell’angusto percorso dei tempi radiofonici.

  • Perché serve fare storia del cristianesimo?

Io la faccio per rispondere alla mia esigenza di capire come le persone si incontrino e come nel passato abbiano gestito l’incontro tra le diversità. Le religioni a questo proposito sono uno specchio assai significativo. Che poi io abbia scelto la storia del cristianesimo e non quella di tutte le religioni (che come disciplina preferisco) dipende da due fattori: la sintonia con la professoressa di storia del cristianesimo, l’impossibilità di studiare la storia delle religioni nel mio corso di laurea. La tappa corrente di questo mio percorso mi ha portato a ragionare sull’incontro a tavola, a mensa.

  • Quali ricadute può avere la tua ricerca sul territorio in cui vivi?

Rispondo usando due piani diversi.

Primo. Le scienze umane hanno una loro enorme dignità: così come è necessario studiare come si possano curare l’uomo e la donna, come loro si spostino o vivano in rapporto all’ambiente, così lo è studiare come pensino, cosa credano oggi come ieri.

Secondo. Dobbiamo comunicare le nostre ricerche, soprattutto le nostre domande. Non solo scrivendo libri complessi, ma anche scegliendo canali diversi, a partire dal libro meno complesso per arrivare alla radio, alla TV, al blog, all’articolo sul quotidiano. Oppure, per richiamare una delle mie attuali esperienze preferite, lavorando con i ragazzi delle scuole e confrontandoci con loro sulle domande della storia.

  • Come lavora un ricercatore?

In squadra. Non da solo, non rinchiuso. Le risposte alle grandi domande hanno bisogno di confronto continuo e avveduto. Non pensiamo di bastare a noi stessi solo perché siamo in grado di riempire le pagine di un libro bianco grazie al nostro studio e alle nostre conoscenze. Lavoriamo assieme, dialoghiamo e cerchiamo di farlo magari anche in lingue che non sono la nostra, studiando.

  • Qual è il tuo sogno come ricercatore?

Riuscire a trasmettere anche un piccolissimo contributo alla formazione di un sentimento comune di comprensione perché si capisca finalmente che la pace, tra le religioni (rispetto al mio tema di studio, ma la pace in generale bisognerebbe dire) è l’unica strada percorribile e passa anche attraverso la conoscenza avveduta del passato.

 

 

Rai Radio 1

Anoressia per fede. Sull’utilità della storia associata ad altre scienze

Per la seconda volta scelgo nel titolo l’espressione “Sull’utilità della storia”, c’era infatti anche qui.

Il riferimento di oggi richiama un libro del 1988, intitolato Fasting girls: the emergence of anorexia nervosa as a modern disease (Ragazze che digiunano: l’emergere dell’anoressia nervosa come malattia contemporanea… modern, per lo storico, è il classico esempio di false friend e non si traduce con moderno). L’autrice del libro è Joan Jacobs Brunberg, che all’epoca in cui lo scrisse insegnava a Cornell University e che per questo lavoro vinse – meritatamente – parecchi premi.

Non mi voglio dilungare qui sulle questioni storiche e storiografiche dibattute in Fasting Girls, lo farò nel libro che sto scrivendo. Serve solo una breve sintesi per il blog: l’emergere dell’anoressia nervosa come un problema sociale serio negli anni Ottanta del secolo scorso indusse Brunberg a porsi una delle domande tipiche dello storico: è sempre stato così? O, al rovescio, cosa è cambiato? Prima di lei altri (Rudolph Bell e Caroline Walker Bynum su tutti) avevano studiato il fenomeno di donne come Santa Caterina da Siena, donne che del rifiuto del cibo avevano fatto la cifra della propria santità. Erano malate? Rispondevano a modelli culturali che le volevano vedere digiunare? Risposta complessa, per la quale concorrono elementi culturali e medici, ma non è questo il punto. Quello che mi ha colpito in positivo del ragionamento di Brunberg è la sua esemplare chiarezza nel tratteggiare l’utilità della storia.

Traduco da pagina 42:

“Per questo studio l’implicazione critica del modello di assoluta dipendenza (nota mia: dependency-addiction model = il rifiuto del cibo diventa una dipendenza paragonabile a quella da stupefacenti o medicinali, fisica e psicologica allo stesso tempo) è che l’anoressia nervosa può essere concettualmente divisa in due fasi. La prima coinvolge il contesto socioculturale o “reclutamento” al comportamento del digiuno (nota mia: c’è un modello sociale che ti dice: digiuna!); la seconda incorpora la successiva “carriera” come anoressica e include i cambiamenti fisiologici che condizionano l’individuo a sopravvivere (nota mia: talvolta anche a morire) in uno stato di perenne fame. La seconda fase è ovviamente la preoccupazione della medicina e dei professionisti della salute mentale perché è solo relativamente stereotipica e storicamente non varia. La prima fase invece coinvolge lo storico, il cui compito è quello di ricostruire i pensieri e le cose che hanno portato le giovani donne a questo modello di comportamento solo relativamente stereotipato.
La storia è ovviamente importante per capire come e perché ci troviamo oggi (1988, ricordiamo) di fronte alla crescente incidenza del disturbo. Una prospettiva storica contribuisce anche al dibattito sull’eziologia dell’anoressia nervosa, fornendo un’interpretazione che di fatto concilia diversi modelli teorici. Nonostante l’enfasi qui posta sulla cultura, va evidenziato, la mia interpretazione non disconosce la possibilità di una componente biomedica nell’anoressia nervosa”.

Mi sembra detto così bene che quasi mi trovo a disagio ad aggiungere qualcosa, mi limito a ribadire: la storia può allearsi in maniera assai virtuosa con altre scienze persino, udiamo udiamo, per comprendere meglio il presente.

Come accennavo, questa lettura è parte del lavoro che sto facendo per il libro in scrittura, libro che è il mio lavoro principale per l’anno appena iniziato, dopo le Olimpiadi, ovviamente.

Fasting Girls

 

Conclave licenzioso. Banchetti da rinchiusi nel 1559.

Il più recente conclave ebbe durata davvero breve: solo cinque scrutini in due giorni, 12 e 13 marzo 2013, per eleggere papa il cardinale Bergoglio, oggi Francesco. Prima della clausura qualche simpatica storia a proposito di cibo era circolata: il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, aveva fatto sorridere i fedeli dopo aver celebrato la messa  nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario  domenica 10 marzo. Viste delle caramelle disse – me le prendo, perché in conclave si mangia male. Il cardinale Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto, aveva ordinato una carbonara in una trattoria romana, sostenendo che dopo il terzo giorno di conclave agli elettori sarebbero stati offerti pane secco e acqua. Un’esagerazione? Forse. Ma non lo sappiamo, perché oltre i tre giorni non si è andati. Il menu della breve clausura, preparato dalle suore di Santa Marta, prevedeva minestra, spaghetti, piccoli spiedini di carne e verdure bollite. Semplice e casereccio.

Di ben altre portate si parlò durante un conclave del tutto opposto a quello del 2013. Quattrocentocinquantaquattro anni prima (1559) i cardinali ebbero bisogno di quasi quattro mesi per eleggere colui che si sarebbe poi chiamato Pio IV. E in quei cento giorni abbondanti pare che nessuno avesse sofferto la fame. Secondo le molte testimonianze di quello che da un ambasciatore di Venezia fu definito il conclave più aperto e licenzioso che si fosse mai visto, i cardinali si abbuffavano senza ritegno mentre a Roma serpeggiava il pericolo della carestia: scarseggiavano il grano, le carni, il vino.

Un cronista mandato dal duca di Mantova a osservare il conclave per raccontarglielo, si mangiava con tanta abbondanza che sembrava di essere nei proverbiali banchetti di Lucio Licinio Lucullo, quando per un solo pasto si spendevano cifre inenarrabili. Il vino scorreva a fiumi e il fresco delle bevande era garantito dalla fornitura di ghiaccio, puntualmente recapitato a Roma due volte al giorno, direttamente dalle montagne abruzzesi. I servitori dei cardinali spendevano tanto per vitelle, uccellami e pollame da drogare il mercato, a discapito dei poveracci che della carne potevano permettersi solo i tagli più miseri. Lo stesso poteva dirsi per suppellettili e vasellame. Il dilungarsi dell’assemblea elettiva e le conseguenti pressioni in arrivo dal popolo romano e dai suoi rappresentanti aveva indotto i cardinali a inasprire le regole, introducendo delle limitazioni alla mensa. Decisero di accontentarsi di un solo tipo di vivanda al giorno, comunque cucinata arrosta et alesso a ogni pasto “che non si porti se non una sorte vivanda, ma arrosto et alesso ogni pasto e comunque con la possibilità di variare ogni giorno. Funzionò? Probabilmente non tutto a puntino, basti pensare che nonostante le presunte limitazioni il duca di Guisa Francesco entrò a visitare il fratello cardinale, Carlo, pare al solo scopo di condividere quattro giornate di generosi banchetti. E poi lo salutò, uscendo ben pasciuto. Un momento, ma come “entrò”? Non doveva essere il conclave luogo chiuso e protetto per eccellenza? Certo, fino a quando qualcuno non trovava una porticina da aprire.

cardinali convivio

Le informazioni qui raccolte provengono per i riferimenti al conclave di Francesco a una rassegna stampa dell’epoca, per quello di Pio IV alla lettura di documenti provenienti dalle corti mantovana e asburgica, le prime pubblicate da R. Rezzaghi, Cronaca di un conclave: l’elezione di Pio IV (1559), in Salesianum, 3, 1986, pp. 539-581, le seconde non pubblicate da nessuno e da me consultate nell’Archivio di Stato di Trieste, un sacco di tempo fa.

Pastasciutta bollente

Come molti degli amati lettori di questo blog bene sanno, sono a Boston  per sviluppare un progetto di storia dell’alimentazione.

Il viaggio dello storico è indietro nel tempo, che in questo caso significa non solo studiare memorie e documentazione di gente vissuta parecchio tempo fa, ma anche dopo qualche anno ripetere l’esperienza della condivisione di una casa con persone in prima battuta estranee. Come da studenti. Tutto sta andando bene, nonostante qualche shock culturale, il principale dei quali è coinciso con il momento in cui, armeggiando tra frigo e fornelli, ho scoperto una pentola d’acqua fredda messa sul fuoco (che poi in realtà è elettrico) assieme a pasta cruda e olio. Ho avuto un mancamento, ma sono rimasto in piedi e mi sono ripromesso di insegnare.

Di simili cattiverie avevo già parlato qui, quando da Berkeley avevo sentito il bisogno di chiarire come gli spaghetti, e la pasta in generale, meritino un rispetto che non sempre hanno.

Conservata nel bagaglio dello storico la scioccante esperienza, ho proseguito a viaggiare nel tempo, confermando la già confermata consapevolezza che i gesuiti hanno una marcia in più. Sto leggendo un manuale di comportamento, scritto nel 1941 per gli studenti di un collegio di Milwaukee, nel quale ampio e interessante spazio è riservato alle maniere della tavola. La voce che mi ha emozionato e riconciliato con l’orrenda pentola recita (in libera traduzione):

Spaghetti – A meno che tu non sia abituato a maneggiarli fin dalla nascita (e dunque a meno che tu non sia italiano), è meglio per te neanche provarci, ad arrotolarli sulla tua forchetta. A meno che davvero tu non sia esperto nel mangiarli in questo modo, meglio per te se usi la forchetta per tagliarli in piccole parti e poi portarli alla bocca con i denti della forchetta rivolti all’insù.

Anche i maccheroni, tagliali in piccole parti con la forchetta.

Perché se non te l’hanno insegnato dalla nascita, rassegnati!

È tempo di chiudere, l’acqua bolle…

spaghetti-569067_960_720

 

Il documento cui mi riferisco è inedito, ne devo la conoscenza a un amico gesuita che me lo ha prestato. 

In vino veritas – un’intervista

Il nuovo post è nuovo assai. Vi propongo infatti un link all’intervista che ho fatto per Radio FBK, un podcast: sono venti minuti (diciannove e cinquantasette, a essere precisi) nei quali racconto di me e delle mie ricerche. E poi è la prima volta che mi affaccio al blog dal “ritiro” di Boston, dove sono arrivato ieri 3 settembre 2019 e dove mi fermerò per quattro mesi, a studiare (ça va sans dire) cibo e gesuiti.

Mi piace, il podcast. Un formato che ha un futuro in questo blog.

Senti chi ricerca – Storie di vita e di scienza
In questo format i ricercatori della Fondazione Bruno Kessler si raccontano in libertà all’interno di brevi interviste sotto forma di dialogo.

Il programma è a cura di Matteo Serra, con la regia di Alessandro Girardi e la consulenza di “Osuonomio”.

EPISODIO 4 | In vino veritas
La storia del cibo, del vino e anche dell’ubriachezza si intreccia a doppio filo con l’evoluzione della società moderna. A spiegarcelo, con un vivace contorno di aneddoti sia divertenti che amari, è Claudio Ferlan, storico e allenatore di basket mancato.

Per ascoltare, basta cliccare. Cheers

Il valore degli avanzi. Il cibo nella spazzatura, un’invenzione contemporanea

Lo sperpero del cibo è uno dei temi che più muove i miei interessi di storico dell’alimentazione. È molto chiaro per me il legame tra la curiosità per il passato e l’urgenza del presente: ridurre lo spreco, uno dei grandi obiettivi dei nostri giorni. Già ne ho scritto qualche tempo fa. Qualcosa ritorna, qualcosa appare come novità.

Uno sguardo poco accorto al tempo che fu potrebbe farci pensare che oggi siamo più bravi, ma non è così: il cibo nella spazzatura è un fenomeno contemporaneo; noi abbiamo più di quanto possiamo consumare, e questo succede appena dal XIX secolo. Per la storia sono tempi cortissimi.

Possiamo esserci fatti l’idea di un passato dove i molto ricchi molto buttavano: banchetti, festini, lusso, abbondanza ostentazione. Vero. Ma l’idea che il superfluo possa, persino debba andare nella spazzatura è roba nostra.  La cultura dello spreco nasce con la società industriale, quella dei consumi. Come si sostituisce quanto si guasta senza ripararlo, così ci sbarazza degli avanzi. Da Trimalcione al Re Sole, gli enormi banchetti dei tempi andati seguivano tutt’altra logica: ciò che rimaneva in tavola, o in cucina, alimentava (è il caso di scriverlo) un’economia fatta di recupero e riutilizzo. Fermiamoci al lusso della corte francese: c’erano dei funzionari incaricati di ridistribuirne gli avanzi in città. E poi regalare il cibo migliorava l’immagine del sovrano, o del nobile, su altra scala. Ce lo spiega anche l’antropologia: il cosiddetto Big Man è colui che si aggiudica il controllo del cibo in eccesso e di altri beni. Esempio melanesiano (se vi capita di leggere Marshall Sahlins…): il Big Man elargisce regali e mette così gli altri nella condizione di doversi sdebitare con doni ancora più generosi dei suoi. E spesso i doni sono cibo. Per mettere in moto il processo il Big Man deve convincere la sua famiglia a produrre/preparare qualcosa da mangiare o da bere in più, qualcosa che poi lui regalerà ad altri. È un circolo virtuoso. Big Man riceverà in cambio altro cibo, che potrà distribuire tra i suoi familiari e donare nuovamente ad altri, che contrarranno un debito di riconoscenza. Si tratta di un processo non lontano da dinamiche tipiche dei nostri giorni.

Nella cucina domestica l’economia del recupero è ampiamente testimoniata e rappresentata. Nel 1918 e negli anni successivi ebbe un grande successo il libro (postumo) di Olindo Guerrini (1845-1916), L’arte di riutilizzare gli avanzi della mensa, nato dall’idea di dare valore a quanto avanzato dopo il pranzo di Natale. La cucina monastica, che mi arrischierei a definire una variante di quella domestica, è piena di consigli anti-spreco. Per esempio, nel Medioevo le regole dei monasteri imponevano di preparare nel weekend (anche se non si scriveva propriamente “weekend”) una torta con gli avanzi del pane raccolti in settimana.

Impariamo dagli americani: anche in cucina si può fare. Pensiamo al buttermilk, latticello lo chiamiamo noi. Chi ha un libro di ricette made in USA lo conosce: è un ingrediente chiave, specie per i piatti texani e in generale per quelli tipici degli stati del Sud. Come mai? Perché i pionieri non potevano permettersi di sprecare nulla: il buttermilk è infatti il liquido che si separa dal grasso durante il processo di trasformazione della panna in burro. Di sapore leggermente acidulo, ha molteplici utilizzi: ammorbidisce e insaporisce i prodotti da forno, intenerisce la carne, condisce le insalate.

Impariamo ancora: il «doggy bag» è un’importazione dagli States, stiamo imparando a farlo nostro. In Trentino la possibilità di portarsi gli avanzi a casa costituisce per i ristoratori uno dei fattori necessari a ottenere una patente di qualità provinciale. Pure l’Associazione italiana sommelier si è mossa: capita di rinunciare a bere una bottiglia perché si è in pochi, perché qualcuno non beve (o preferisce la birra, tanto per essere autobiografici), deve guidare. Ora però si cerca di sdoganare l’idea che la bottiglia aperta te la puoi portare tranquillamente a casa.

Insomma, guardiamoci indietro per dare il giusto valore agli avanzi.

bread-crust-3491814_960_720

Difficile indicare le fonti di questo post: sono tante e variegate, dalla Storia della cucina italiana di Capatti e Montanari a un libro di cucina Tex-Mex, da appunti presi da articoli di periodici e quotidiani a riflessioni personali, dalla storia dell’alimentazione di Tom Standage ai saggi di Sahlins. Forse non era così difficile, in effetti… 

Cibo e fede. A margine di un convegno in Cambridge

Apro e chiudo una parentesi, tralasciando le storie legate al cibo per raccontare qualcosa dello storico legato al cibo. Qualcosa di buono che nutre il mio lavoro. Sono stato per la prima volta in vita mia a Cambridge, toccata e fuga, per partecipare a un convegno intitolato in maniera per me molto promettente “Food and Faith in the Early Modern World, c. 1400 – c. 1700”. Promesse mantenute.

La mia aspettativa era di andare in Inghilterra non solo e non tanto per raccontare quello che sto studiando, i miei progetti di ricerca, ma anche e piuttosto per ascoltare le idee degli altri. Obiettivo pienamente raggiunto, me ne torno con le tasche piene di suggestioni e nuove conoscenze, personali e storiche.

La prima cosa da elogiare… correggo, la prima persona da elogiare è Eleanor Barnett, che ha organizzato questa bella e riuscita iniziativa. Torniamo alla prima cosa, che è la curiosità e la capacità di far dialogare la storia con l’attualità. Perché accanto alle varie relazioni degli storici che si occupano di fatti accaduti tra 1400 e 1700 circa, Eleanor ha ben pensato di organizzare una tavola rotonda nella quale ha intervistato quattro leader religiosi (buddhismo, cristianesimo, ebraismo, induismo) sul tema “Cibo e fede oggi”. Perché, a ben guardare, se non ragioniamo sulle questioni attuali, a che ci serve la storia? Forse a fare un poco appetitoso sfoggio di erudizione, di cui io personalmente faccio volentieri a meno. Interviste ben fatte, con domande semplici e ben poste, con risposte senza scorciatoie.

La seconda cosa da elogiare è la qualità delle varie relazioni, nessuna esclusa, con una menzione particolare per alcuni dei giovani dottorandi che hanno presentato le proprie ricerche. Hanno dato prova di come gli inizi della carriera non debbano essere necessariamente legati a questioni di non troppo ampio respiro che consentono di rifugiarsi in quella poco simpatica erudizione di cui sopra. E per chi dottorando più non è, rimane piacevole vedere che i temi di ricerca progrediscono senza doversi ripetere anno dopo anno.

La terza cosa da elogiare è la ricca varietà degli argomenti. Non è infatti facile sentir parlare – bene e con grande cognizione di causa, giova ripeterlo – di cannibalismo ed eucaristia, di eresia e inquisizione, di cibo come pratica sociale in varie religioni, di feste e digiuni, di banchetti alla presenza di presunte streghe, di simboli, immagini, liturgie. Tutto questo in Europa, in America e in Asia.

La quarta cosa da elogiare è quel fantastico clima anglosassone in cui ci si chiama per nome e ci si dà dello “you”, senza grandi deferenze legate all’effimero grado accademico del chi è lei, chi sono io.

Mi fermo qui con gli elogi, riassumendoli in tutti nella dichiarazione che ho fatto a me stesso: è stato uno dei migliori convegni della mia carriera. Per questo almeno, vale un post.

Vi allego il riassunto dei temi trattati.

Io ho parlato di gesuiti e cibo, cercando di mettere in evidenza quali sono per me i tratti caratteristici della cultura alimentare gesuita nella prima età moderna: la moderazione (nel mangiare, nel bere e nel digiunare) da un lato, la concezione del pasto come fatto sociale e non individuale dall’altro. Sto scrivendo su questo.

Alla cena del convegno ho mangiato pesce d’acqua dolce, accompagnato da vino bianco spagnolo. Meglio il primo del secondo, ma è questione di gusti.

0001