Il digiuno in lingua osage

… ovvero il dono della sintesi.

Premessa. Nel decennio 1820/1830 lo sforzo missionario della da poco ricostituita Compagnia di Gesù si concentrò con particolare intensità in alcune zone degli Stati Uniti d’America, prima fra tutte quella che aveva come centro di riferimento la città di Saint Louis. Scrivo “da poco ricostituita” perché tra 1773 e 1821 l’ordine visse in quasi ogni angolo del mondo la parentesi della soppressione. Una delle tribù cosiddette indiane in mezzo alla quale i gesuiti furono presto attivi fu quella degli Osage, che viveva la propria vita e celebrava i propri riti in un vasto territorio nelle vali dei fiumi Ohio e Mississippi. Fine premessa.

Tra le prime urgenze pastorali degli zelanti missionari vi fu certo quella di modificare i costumi di vita degli Osage, cercando di avvicinarli alla pretesa superiore civiltà cristiana. Per esempio:

“Al sorgere della stella del mattino, gli Osage, come molti altri indiani, si alzano dal proprio giaciglio per cantare le proprie preghiere mattutine, poi si rimettono a letto. Le donne però vanno al lavoro, e fanno in modo che la colazione sia pronta al sorgere del sole. Allora (il maschio) si alza, annusando il profumo del caffè che si diffonde, poi fuma, gioca, va in giro a visitare qualcuno oppure a caccia, bada ai propri cavalli. Nessuna pietà per le donne, che devono occuparsi di ogni faccenda domestica e procurare legna e acqua. Nel frattempo gli uomini ridono di loro, dicendo che si comportano così perché le donne devono fare penitenza per aver mangiato il frutto proibito”. Certo, pensare che questo commento sia verosimile risulta arduo, quantomeno però rivela che i maschi osage avevano ben capito cosa i missionari volessero sentirsi rispondere. Pure il significato di “caffè” qualche interrogativo lo pone, ma andiamo avanti.

Per queste anime perdute e consumatrici di frutti proibiti serviva un catechismo, e pure nella loro lingua. Fu tra gli altri e in anni successivi un gesuita italiano, Paolo Ponziglione (1819-1900), a occuparsene, contribuendo con alcuni confratelli a mettere assieme un libro in inglese e in osage, il quale nella data che porta rivela l’impegno necessario a scriverlo: 1847-1887.

La parte sul digiuno risiede nel capitolo XI, intitolato Sui Comandamenti della Chiesa di Dio.

“Di questi comandamenti, il digiuno è il secondo. I 40 giorni (Quaresima), i giorni in cui ci si cosparge di cenere (giorni del digiuno) e le vigilie delle festività, in questi giorni devi mangiare una sola volta (il che significa prendere un solo pasto completo). Così anche nel giorno della Croce (venerdì) e in altri giorni proibiti non devi mangiare carne.

1. La Chiesa ci comanda di digiunare e lo fa per questa ragione, perché Dio possa avere soddisfazione dei nostri peccati.

2. Se uno non può digiunare, la Chiesa non lo obbliga a digiunare”.

Ecco, questo secondo punto mi ha subito attirato l’attenzione, potrei addirittura arrischiarmi a dire che mi ha entusiasmato. Ci sono trattati di centinaia di pagine nei quali questa semplice riga viene sviscerata in ogni sua possibile (o probabile) interpretazione per chiarire quando davvero “uno non può digiunare”. Qualcuno l’ho pure letto, per scrivere un dettagliato articolo. Le risposte sono numerose come gli uomini bianchi arrivati oltreoceano, le dispute sulle eccezioni ardite, severe e violente. I dissidi enormi, i peccatori non si contano, così come non si contano i dispensatori. Eppure, per un missionario nella valle del Mississippi dalla vita, scriviamolo, incasinata da mille questioni, quella del digiuno non si pone. Se non può, non può. E si dice così:

Wanumble itzaletze winckie lutzackieta ouwacontzeaca hupacki pashielao.

E che diamine!

OSage Indians

Questa ricostruzione, trascrizione in lingua osage compresa, deriva dallo studio di alcuni documenti conservati presso il Saint Louis Jesuit Archives and Research Center. Se qualcuno proprio morisse dalla curiosità, nell’attesa delle mie prossime scritture, potrebbe persino consultare John Mack, Osage Mission: The Story of a Catholic Missionary Work in Southeast Kansas, in “The Catholic Historical Review”, Vol. 96, No. 2 (April, 2010), pp. 262-281. E ne risulterebbe, forse, saziato. 

Disturbi ossessivi compulsivi e digiuno estremo. Ignazio di Loyola visto da un medico nel 2019

Vi è mai capitato di rientrare a passo spedito da una conferenza spinti ad accelerare dall’urgenza di scrivere? No? Buon per voi, siete sani… io no. La conferenza era quella di John R. Siberski, uno psichiatra gesuita che ci ha intrattenuto proponendoci una lettura, appunto psichiatrica, dell’esperienza di Ignazio di Loyola a Manresa (1522-23), dove il futuro santo spese quasi un anno macerandosi tra dubbi e privazioni. Ogni giorno chiedeva l’elemosina …. non mangiava carne, non beveva vino …. la domenica non digiunava, e beveva il poco vino che gli veniva offerto. Ne uscì se non vincitore, quantomeno vivo, il che fu certo una conquista. Da lì la sua vita avrebbe proseguito attraverso sentieri tortuosi che lo portarono a fondare la Compagnia di Gesù. Qui una breve introduzione alla conferenza.

La tesi di Siberski, speaker di particolare verve e intelligenza, è in somma sintesi questa: digiuno estremo e malnutrizione contribuirono a causare in Ignazio una forte depressione, accompagnata da un disturbo ossessivo-compulsivo, i quali lo avrebbero potuto anche condurre al suicidio, ma non lo fecero. Successe invece che Ignazio seppe in qualche modo riconoscere se non certo il proprio disturbo, quantomeno il rischio di determinati eccessi, in particolare quelli della tavola. Per questa ragione, in quello che poi sarebbe diventato il suo ordine religioso, la Compagnia di Gesù, le regole dettate da Ignazio sono concentrate all’esclusione dell’eccesso. Per esempio, il digiuno non è richiesto e ogni regola alimentare viene declinata attraverso il concetto di moderazione: né troppo, né troppo poco.

Non essendo uno storico ma un medico, Siberski ha a buon diritto chiuso la propria conferenza con un richiamo all’attualità di Ignazio che, secondo lui, ha usato la duramente conquistata conoscenza di se stesso per proteggere e governare sia tutti quelli destinati a entrare nella Compagnia, sia tutti quelli destinati a fare gli Esercizi Spirituali (durante i quali lui stesso ebbe modo di fare i conti con le proprie scelte-limite in tema di digiuno e privazione).

Certo, c’è qualcosa di molto convincente, io stesso ho scritto un articolo sul tema, riconoscendo questo stretto legame tra l’esperienza di privazione auto-inflitta, il riconoscimento che non ne valeva la pena e il tentativo di evitare che altri cadano nelle stesse esagerazioni. Per gli inguaribili curiosi, questo è il link.

E poi c’è la sempre affascinante idea di ragionare attraverso le connessioni tra passato e presente.

Mi rimangono due dubbi, uno per ignoranza e uno per conoscenza.

Ignoranza. Possiamo applicare gli schemi diagnostici del XXI secolo a una malattia del XVI secolo? Non ne ho idea.

Conoscenza. Della malattia del XVI secolo sappiamo da documenti scritti o meglio dettati dal malato stesso, dunque non propriamente una descrizione del tutto affidabile. Per di più, questa descrizione non tiene conto dell’ambiente circostante, del clima culturale dal quale le privazioni nascono: in fondo, se decido di smettere di mangiare per una settimana difficilmente la mia scelta eviterà di fare i conti con esempi e ragionamenti che costruiscono la cultura in cui vivo. E che magari mi suggeriscono questo tipo di comportamento. Di questo non c’era traccia, nella conferenza di oggi.

Perché ho scritto questo post?

Forse perché sono affetto da qualche disturbo ossessivo-compulsivo… lo chiederò al dottor Siberski, che dovrei incontrare nei prossimi giorni.

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Siberski mi ha detto di non aver mai pubblicato su questo tema, dunque non ho letture da consigliare, se non la mia (quella al link indicato sopra), se proprio siete curiosi 

Pastasciutta bollente

Come molti degli amati lettori di questo blog bene sanno, sono a Boston  per sviluppare un progetto di storia dell’alimentazione.

Il viaggio dello storico è indietro nel tempo, che in questo caso significa non solo studiare memorie e documentazione di gente vissuta parecchio tempo fa, ma anche dopo qualche anno ripetere l’esperienza della condivisione di una casa con persone in prima battuta estranee. Come da studenti. Tutto sta andando bene, nonostante qualche shock culturale, il principale dei quali è coinciso con il momento in cui, armeggiando tra frigo e fornelli, ho scoperto una pentola d’acqua fredda messa sul fuoco (che poi in realtà è elettrico) assieme a pasta cruda e olio. Ho avuto un mancamento, ma sono rimasto in piedi e mi sono ripromesso di insegnare.

Di simili cattiverie avevo già parlato qui, quando da Berkeley avevo sentito il bisogno di chiarire come gli spaghetti, e la pasta in generale, meritino un rispetto che non sempre hanno.

Conservata nel bagaglio dello storico la scioccante esperienza, ho proseguito a viaggiare nel tempo, confermando la già confermata consapevolezza che i gesuiti hanno una marcia in più. Sto leggendo un manuale di comportamento, scritto nel 1941 per gli studenti di un collegio di Milwaukee, nel quale ampio e interessante spazio è riservato alle maniere della tavola. La voce che mi ha emozionato e riconciliato con l’orrenda pentola recita (in libera traduzione):

Spaghetti – A meno che tu non sia abituato a maneggiarli fin dalla nascita (e dunque a meno che tu non sia italiano), è meglio per te neanche provarci, ad arrotolarli sulla tua forchetta. A meno che davvero tu non sia esperto nel mangiarli in questo modo, meglio per te se usi la forchetta per tagliarli in piccole parti e poi portarli alla bocca con i denti della forchetta rivolti all’insù.

Anche i maccheroni, tagliali in piccole parti con la forchetta.

Perché se non te l’hanno insegnato dalla nascita, rassegnati!

È tempo di chiudere, l’acqua bolle…

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Il documento cui mi riferisco è inedito, ne devo la conoscenza a un amico gesuita che me lo ha prestato. 

Lasagne con lo zucchero. Una questione di potere

Venti marzo 1642. È il giorno in cui un anonimo gesuita si prende la briga di sedersi al suo scrittoio messinese e di redigere, o quantomeno firmare, una lettera da spedire ai suoi superiori, quello siciliano e quello romano. Possiamo pensare che a muovere la sua penna sia stata la sensazione che la misura fosse davvero colma.

Da quando è entrato nella Compagnia di Gesù, almeno da quel momento ma probabilmente anche da prima, lui sa che il cibo non è uguale per tutti. Non lo è nelle comunità religiose, come non lo è in nessuna tavola. Gli ospiti hanno diritto a mangiare di più, chi fa fatica lo stesso, siano i suoi impegni intellettuali o fisici. Chi brucia, mangi. Va bene, certo, si accetta. Come si accetta che ci siano eccezioni al digiuno: se stai male hai diritto a qualche carezza. Le chiamano così, carezze. Se sei debole, mangia pure la carne al venerdì. E pazienza se tutti sanno che quel confratello male non ha, è solo goloso e ha un amico medico. Peccato di gola, se la vedrà con l’Altissimo.

Ma quel venti marzo 1642 è arrivato il momento di dire che adesso basta. Perché a fare il goloso, e a pretendere di poterlo fare in barba a ogni regola e, peggio, a ogni buona norma di condotta e coscienza, è addirittura la prima autorità di tutta la vasta provincia siciliana. Privilegi inaccettabili, di questo si tratta. Il provinciale. Prima di tutto non si accontenta di viaggiare nelle residenze da solo, no. È sempre con un compagno, lo stesso, e non avvisa che arriveranno in due. Così quel compagno, quell’assistente, quando arriva costringe qualcuno ad alzarsi da mensa e cedergli la sedia. Perché i posti sono contati. Il menu quello è, ma i due potenti vogliono di più, vogliono di meglio. Chiedono le lasagne con lo zucchero, mica piatti da poco. Pretendono minestre prelibate, pesci di pregio. E mangiano, mangiano senza ritegno, tanto che quando arriva il momento del dessert, che nel 1642 si chiama pospasto, esigono di più. Non sono queste le regole del gioco, e qualcuno lo deve pur dire. E allora ecco che quel qualcuno si siede allo scrittorio e comincia la sua lettera di protesta, lamento e denuncia. Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è quella caduta quando ha visto il capo di tutti loro fare finta di digiunare nei giorni di precetto. Fare finta perché avrà pure rinunciato alla carne, ma facendosi servire nel piatto un raffinato polpo, cibo squisito per eccellenza. E allora non basta che se la veda con l’Altissimo, bisogna che si sappia: il cibo non sarà mai uguale per tutti, ma questo è troppo.

Come è finita? Non lo so. Probabilmente non lo sapremo mai. Chissà, magari con un richiamo, probabilmente con un’indigestione, di certo con del rancore nato dalla certezza di assistere al consumarsi, nel piatto, di un’ingiustizia.

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Il racconto nasce da una lettera che ho consultato nel fondo “Sicula” dell’Archivio Romano della Compagnia di Gesù.