Vitello tonnato

Siamo dunque giunti agli sgoccioli della Quaresima, in un’alternanza di giorni di grasso e di magro che poco hanno a che fare, almeno nel mio piatto, con quanto mangiamo o beviamo. Piuttosto, l’alternanza di cui sopra mi sembra più nettamente segnata dalle disponibilità della dispensa, la voglia e la possibilità di fare la spesa, soprattutto dall’urgenza più o meno intensa di coccolarsi, tirarsi su il morale o rilassarsi. La Quaresima che diventa quarantena e non ha un calendario definito. Strano a dirsi, in certa misura nuovo a dirsi, ma questo è il momento nel quale stiamo vivendo.

Uno dei cibi di conforto al mio benessere, oltre che alle mie papille è il vitello tonnato. Ma come, quando, dove nasce questo strano sposalizio, non esecrabile come quello che Woody Allen – cito a memoria – definì “turpe frutto di orrido connubio con vostra madre” per insultare i figli, ma certo un’unione inusuale. Però dai frutti non turpi.

Ragioniamo allora sulla Quaresima, o più in generale sulla secolare persistenza del calendario cristiano, con la sua alternanza di giorni di grasso e giorni di magro. Una delle conseguenze fu il successo delle ricette a base di cibi diversi dalla carne quali verdure, legumi, cereali, ma anche formaggio, uova e soprattutto pesce, affrancatosi presto dagli originari divieti. Perché nei primi secoli il pesce era vietato pure lui, nei giorni di magro, ma durò poco. Di questo tema ho già scritto qui, a proposito di salame del venerdì, con ricetta annessa.

La ricetta del vitello tonnato trova origine nel XVIII secolo, quando le prescrizioni alimentari imposte dalla Chiesa cattolica erano cadute in disgrazia. Sono origini contese tra Piemonte (più legittimato delle altre regioni a rivendicarle), Lombardia, Veneto ed Emilia. Ricordiamo questo piatto come simbolo della gastronomia anni Ottanta, insieme ad altri come le penne alla vodka, quando in nome dell’esterofilia del tempo molti preferivano chiamarlo vitel tonné, attribuendogli un’inesistente connotazione francese. Per fare un po’ i fighi,  senza contare che per i cugini d’oltralpe vitello è veau, mica vitel. Se oggi il vitello tonnato sta tornando sulle nostre tavole, grazie anche alle rivisitazioni di giovani chef e per il piacere del gusto di chi scrive, lo dobbiamo (ancora una volta) a Pellegrino Artusi, il primo a darne alle stampe la ricetta. Eccola:

Prendete un kg di vitella di latte (forse non una ricetta per persone sole, scrivo io), nella coscia o nel culaccio, tutto unito e senz’osso, levategli le pelletiche e il grasso,  poi steccatelo con due acciughe. Queste lavatele, apritele in due, levate loro la spina e tagliatele per traverso facendone in tutto otto pezzi. Legate la carne non molto stretta e mettetela a bollire per un’ora e mezzo in tanta acqua che vi stia sommersa e in cui avrete messo un quarto di cipolla steccata con due chiodi di garofani, una foglia d’alloro, sedano, carota e prezzemolo. L’acqua salatela generosamente e aspettate che bolla per gettarvi la carne. Dopo cotta scioglietela, asciugatela e, diaccia che sia, tagliatela a fette sottili e tenetela in infusione un giorno o due in un vaso stretto, nella seguente salsa in quantità sufficiente da ricoprirla.

Non finisce naturalmente qui…

Pesate grammi 100 di tonno sott’olio e due acciughe; disfateli bene colla lama di un coltello o, meglio, passateli dallo staccio aggiungendo olio fine in abbondanza a poco per volta e l’agro di un limone o anche più, in modo che la salsa riesca liquida; per ultimo mescolateci un pugnello di capperi spremuti dall’aceto. Servite il vitello tonnato con la sua salsa e con spicchi di limone. Il brodo colatelo e servitevene per un risotto (perché non si butta via niente, scrivo io).

Vitello Tonnato

Oltre che di Pellegrino Artusi e del suo La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, questo post è debitore del mio libro sul digiuno, che immagino si potrà intitolare Venerdì Pesce. Lui sarebbe pure scritto, ma i tempi editoriali sono ovviamente rivoluzionati, quindi aspettiamo. Questo inserto sul vitello tonnato lo avevo scritto per inserirlo nel libro, poi ho scelto diversamente, ma non potevo proprio perderlo ed eccolo qui.

Quaresima. Una storia in briciole

Venerdì 6 marzo, secondo di Quaresima. Saremo tutti ben attenti a digiunare nell’astinenza, come un ex-Ministro degli Interni, sedicente e autoproclamato difensore dei valori di un cattolicesimo cucito su propria misura? Quello che allo scoccare del Mercoledì delle Ceneri si è fatto fotografare mentre brinda a pane, salame e vinello.

Perché il digiuno significa evitare qualsiasi cibo per un periodo determinato (un mese, una parte della giornata); per norma e tradizione quel periodo è proprio la Quaresima. Mangiare una volta al giorno. Si chiama digiuno ecclesiastico.

Perché l’astensione significa eliminare dalla dieta alimenti specifici; per norma e tradizione quelli considerati più appaganti e nutritivi da chi studia e presumibilmente conosce morale e medicina, mente e corpo: carne di ogni genere, tranne quella di pesce, alcolici di vario genere, dolci golosità.

I cristiani (in particolare i cattolici) digiunano e si astengono perché Gesù lo fece per quaranta giorni prima di iniziare ad agire nel proprio ministero di salvezza. Ma lo fanno (lo facevano) in quanto la penitenza passa attraverso la gola e la limitazioni alimentari disperdono le nebbie della lussuria, spengono gli ardori della libido, accendono la luce della vera castità, mortificano la carne, tormentano la gola, debilitano la concupiscenza nella moderazione. Mica poco. E lo dice san Tommaso d’Aquino sommo teologo autore della Summa Teologica, vissuto tra 1225-1274.

Oggi però digiuno e astinenza quaresimali sono passati di moda, almeno nelle forme della norma e della tradizione, come ho scritto sopra. Per almeno diciassette secoli, dal primo al diciassettesimo, i cattolici hanno più o meno seguito quello che comandavano le autorità ecclesiastiche. Più o meno perché le eccezioni erano tante: malattie, età, lavori di fatica fisica e intellettuale, condizione e stato (gravidanza e allattamento, per esempio), reperibilità di alimenti cosiddetti di magro, compravendita. Compravendita? Già, qualche permesso lo si poteva pure acquistare da chi aveva l’autorità per cederlo, di norma papi, cardinali e persino vescovi.

Briciole di antichità. Si digiunava il mercoledì e il venerdì, i giorni del tradimento di Giuda e della morte di Gesù, poi in Quaresima e durante altre feste cristiane. All’inizio a pane e acqua, poi nei secoli all’unico pasto quotidiano si aggiunsero verdure, frutta, legumi e soprattutto pesci e frutti di mare e di fiume.

Briciole di medioevo. Si perse l’abitudine del mercoledì, ma nel calendario si aggiunsero altri momenti, in onore di santi, martiri, apostoli. Ci si cominciò a preoccupare dei condimenti e a concedersi qualche latticino. Si credette opportuno aggiungere a quell’unico pasto uno spuntino almeno.

Briciole di prima età moderna. Lutero sentenziò che il digiuno non ha senso, la salvezza non passa per la tavola e il cristiano è assai bene in grado di decidere da solo quale forma possa assumere la sua penitenza. Tanto più se per mangiare liberamente del burro basta che paghi una costosa tassa al papa. Molti cattolici per prendere le distanze da lui riscoprirono una sobrietà via via perduta, alla luce delle infinite possibilità del pesce.

Briciole di XVIII secolo. La grande razionalità di philosophes e pensatori prima di tutto francesi fece presente l’insensatezza di norme che tendenzialmente pesavano solo sui poveri, ché tanto i ricchi erano benissimo in grado di riempire la tavola di pesci prelibati mangiando sì una sola volta al giorno, ma quella volta quanto durava? Li seguirono in molti, sulla strada del pasto libero.

Briciole di (Mille)Novecento-Duemila. Il Concilio Vaticano II e il diritto canonico pensano che la penitenza possa trovare altre strade, accanto a quella blandita della tavola. Che ne dite di un’astinenza da radio, TV, internet, social network (in ordine cronologico)?

Briciole di Terzo Millennio, Terzo Ventennio. Negli Stati Uniti i cattolici si chiedono se l’hamburger vegano sia lecito, se prescrivere digiuno e astinenza non sia discriminazione di chi soffre per patologie legate a disturbi alimentari (body shaming). E gli ex-ministri talvolta zoppicano in coerenza.

La storia diviene, il digiuno con lei.

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Difficile indicare un riferimento per questo post, o meglio, prevedo il futuro e vi invito a leggere, tra qualche tempo, un libro sul digiuno che sarà certamente bellissimo.

Anoressia per fede. Sull’utilità della storia associata ad altre scienze

Per la seconda volta scelgo nel titolo l’espressione “Sull’utilità della storia”, c’era infatti anche qui.

Il riferimento di oggi richiama un libro del 1988, intitolato Fasting girls: the emergence of anorexia nervosa as a modern disease (Ragazze che digiunano: l’emergere dell’anoressia nervosa come malattia contemporanea… modern, per lo storico, è il classico esempio di false friend e non si traduce con moderno). L’autrice del libro è Joan Jacobs Brunberg, che all’epoca in cui lo scrisse insegnava a Cornell University e che per questo lavoro vinse – meritatamente – parecchi premi.

Non mi voglio dilungare qui sulle questioni storiche e storiografiche dibattute in Fasting Girls, lo farò nel libro che sto scrivendo. Serve solo una breve sintesi per il blog: l’emergere dell’anoressia nervosa come un problema sociale serio negli anni Ottanta del secolo scorso indusse Brunberg a porsi una delle domande tipiche dello storico: è sempre stato così? O, al rovescio, cosa è cambiato? Prima di lei altri (Rudolph Bell e Caroline Walker Bynum su tutti) avevano studiato il fenomeno di donne come Santa Caterina da Siena, donne che del rifiuto del cibo avevano fatto la cifra della propria santità. Erano malate? Rispondevano a modelli culturali che le volevano vedere digiunare? Risposta complessa, per la quale concorrono elementi culturali e medici, ma non è questo il punto. Quello che mi ha colpito in positivo del ragionamento di Brunberg è la sua esemplare chiarezza nel tratteggiare l’utilità della storia.

Traduco da pagina 42:

“Per questo studio l’implicazione critica del modello di assoluta dipendenza (nota mia: dependency-addiction model = il rifiuto del cibo diventa una dipendenza paragonabile a quella da stupefacenti o medicinali, fisica e psicologica allo stesso tempo) è che l’anoressia nervosa può essere concettualmente divisa in due fasi. La prima coinvolge il contesto socioculturale o “reclutamento” al comportamento del digiuno (nota mia: c’è un modello sociale che ti dice: digiuna!); la seconda incorpora la successiva “carriera” come anoressica e include i cambiamenti fisiologici che condizionano l’individuo a sopravvivere (nota mia: talvolta anche a morire) in uno stato di perenne fame. La seconda fase è ovviamente la preoccupazione della medicina e dei professionisti della salute mentale perché è solo relativamente stereotipica e storicamente non varia. La prima fase invece coinvolge lo storico, il cui compito è quello di ricostruire i pensieri e le cose che hanno portato le giovani donne a questo modello di comportamento solo relativamente stereotipato.
La storia è ovviamente importante per capire come e perché ci troviamo oggi (1988, ricordiamo) di fronte alla crescente incidenza del disturbo. Una prospettiva storica contribuisce anche al dibattito sull’eziologia dell’anoressia nervosa, fornendo un’interpretazione che di fatto concilia diversi modelli teorici. Nonostante l’enfasi qui posta sulla cultura, va evidenziato, la mia interpretazione non disconosce la possibilità di una componente biomedica nell’anoressia nervosa”.

Mi sembra detto così bene che quasi mi trovo a disagio ad aggiungere qualcosa, mi limito a ribadire: la storia può allearsi in maniera assai virtuosa con altre scienze persino, udiamo udiamo, per comprendere meglio il presente.

Come accennavo, questa lettura è parte del lavoro che sto facendo per il libro in scrittura, libro che è il mio lavoro principale per l’anno appena iniziato, dopo le Olimpiadi, ovviamente.

Fasting Girls

 

Il digiuno in lingua osage

… ovvero il dono della sintesi.

Premessa. Nel decennio 1820/1830 lo sforzo missionario della da poco ricostituita Compagnia di Gesù si concentrò con particolare intensità in alcune zone degli Stati Uniti d’America, prima fra tutte quella che aveva come centro di riferimento la città di Saint Louis. Scrivo “da poco ricostituita” perché tra 1773 e 1821 l’ordine visse in quasi ogni angolo del mondo la parentesi della soppressione. Una delle tribù cosiddette indiane in mezzo alla quale i gesuiti furono presto attivi fu quella degli Osage, che viveva la propria vita e celebrava i propri riti in un vasto territorio nelle vali dei fiumi Ohio e Mississippi. Fine premessa.

Tra le prime urgenze pastorali degli zelanti missionari vi fu certo quella di modificare i costumi di vita degli Osage, cercando di avvicinarli alla pretesa superiore civiltà cristiana. Per esempio:

“Al sorgere della stella del mattino, gli Osage, come molti altri indiani, si alzano dal proprio giaciglio per cantare le proprie preghiere mattutine, poi si rimettono a letto. Le donne però vanno al lavoro, e fanno in modo che la colazione sia pronta al sorgere del sole. Allora (il maschio) si alza, annusando il profumo del caffè che si diffonde, poi fuma, gioca, va in giro a visitare qualcuno oppure a caccia, bada ai propri cavalli. Nessuna pietà per le donne, che devono occuparsi di ogni faccenda domestica e procurare legna e acqua. Nel frattempo gli uomini ridono di loro, dicendo che si comportano così perché le donne devono fare penitenza per aver mangiato il frutto proibito”. Certo, pensare che questo commento sia verosimile risulta arduo, quantomeno però rivela che i maschi osage avevano ben capito cosa i missionari volessero sentirsi rispondere. Pure il significato di “caffè” qualche interrogativo lo pone, ma andiamo avanti.

Per queste anime perdute e consumatrici di frutti proibiti serviva un catechismo, e pure nella loro lingua. Fu tra gli altri e in anni successivi un gesuita italiano, Paolo Ponziglione (1819-1900), a occuparsene, contribuendo con alcuni confratelli a mettere assieme un libro in inglese e in osage, il quale nella data che porta rivela l’impegno necessario a scriverlo: 1847-1887.

La parte sul digiuno risiede nel capitolo XI, intitolato Sui Comandamenti della Chiesa di Dio.

“Di questi comandamenti, il digiuno è il secondo. I 40 giorni (Quaresima), i giorni in cui ci si cosparge di cenere (giorni del digiuno) e le vigilie delle festività, in questi giorni devi mangiare una sola volta (il che significa prendere un solo pasto completo). Così anche nel giorno della Croce (venerdì) e in altri giorni proibiti non devi mangiare carne.

1. La Chiesa ci comanda di digiunare e lo fa per questa ragione, perché Dio possa avere soddisfazione dei nostri peccati.

2. Se uno non può digiunare, la Chiesa non lo obbliga a digiunare”.

Ecco, questo secondo punto mi ha subito attirato l’attenzione, potrei addirittura arrischiarmi a dire che mi ha entusiasmato. Ci sono trattati di centinaia di pagine nei quali questa semplice riga viene sviscerata in ogni sua possibile (o probabile) interpretazione per chiarire quando davvero “uno non può digiunare”. Qualcuno l’ho pure letto, per scrivere un dettagliato articolo. Le risposte sono numerose come gli uomini bianchi arrivati oltreoceano, le dispute sulle eccezioni ardite, severe e violente. I dissidi enormi, i peccatori non si contano, così come non si contano i dispensatori. Eppure, per un missionario nella valle del Mississippi dalla vita, scriviamolo, incasinata da mille questioni, quella del digiuno non si pone. Se non può, non può. E si dice così:

Wanumble itzaletze winckie lutzackieta ouwacontzeaca hupacki pashielao.

E che diamine!

OSage Indians

Questa ricostruzione, trascrizione in lingua osage compresa, deriva dallo studio di alcuni documenti conservati presso il Saint Louis Jesuit Archives and Research Center. Se qualcuno proprio morisse dalla curiosità, nell’attesa delle mie prossime scritture, potrebbe persino consultare John Mack, Osage Mission: The Story of a Catholic Missionary Work in Southeast Kansas, in “The Catholic Historical Review”, Vol. 96, No. 2 (April, 2010), pp. 262-281. E ne risulterebbe, forse, saziato. 

Disturbi ossessivi compulsivi e digiuno estremo. Ignazio di Loyola visto da un medico nel 2019

Vi è mai capitato di rientrare a passo spedito da una conferenza spinti ad accelerare dall’urgenza di scrivere? No? Buon per voi, siete sani… io no. La conferenza era quella di John R. Siberski, uno psichiatra gesuita che ci ha intrattenuto proponendoci una lettura, appunto psichiatrica, dell’esperienza di Ignazio di Loyola a Manresa (1522-23), dove il futuro santo spese quasi un anno macerandosi tra dubbi e privazioni. Ogni giorno chiedeva l’elemosina …. non mangiava carne, non beveva vino …. la domenica non digiunava, e beveva il poco vino che gli veniva offerto. Ne uscì se non vincitore, quantomeno vivo, il che fu certo una conquista. Da lì la sua vita avrebbe proseguito attraverso sentieri tortuosi che lo portarono a fondare la Compagnia di Gesù. Qui una breve introduzione alla conferenza.

La tesi di Siberski, speaker di particolare verve e intelligenza, è in somma sintesi questa: digiuno estremo e malnutrizione contribuirono a causare in Ignazio una forte depressione, accompagnata da un disturbo ossessivo-compulsivo, i quali lo avrebbero potuto anche condurre al suicidio, ma non lo fecero. Successe invece che Ignazio seppe in qualche modo riconoscere se non certo il proprio disturbo, quantomeno il rischio di determinati eccessi, in particolare quelli della tavola. Per questa ragione, in quello che poi sarebbe diventato il suo ordine religioso, la Compagnia di Gesù, le regole dettate da Ignazio sono concentrate all’esclusione dell’eccesso. Per esempio, il digiuno non è richiesto e ogni regola alimentare viene declinata attraverso il concetto di moderazione: né troppo, né troppo poco.

Non essendo uno storico ma un medico, Siberski ha a buon diritto chiuso la propria conferenza con un richiamo all’attualità di Ignazio che, secondo lui, ha usato la duramente conquistata conoscenza di se stesso per proteggere e governare sia tutti quelli destinati a entrare nella Compagnia, sia tutti quelli destinati a fare gli Esercizi Spirituali (durante i quali lui stesso ebbe modo di fare i conti con le proprie scelte-limite in tema di digiuno e privazione).

Certo, c’è qualcosa di molto convincente, io stesso ho scritto un articolo sul tema, riconoscendo questo stretto legame tra l’esperienza di privazione auto-inflitta, il riconoscimento che non ne valeva la pena e il tentativo di evitare che altri cadano nelle stesse esagerazioni. Per gli inguaribili curiosi, questo è il link.

E poi c’è la sempre affascinante idea di ragionare attraverso le connessioni tra passato e presente.

Mi rimangono due dubbi, uno per ignoranza e uno per conoscenza.

Ignoranza. Possiamo applicare gli schemi diagnostici del XXI secolo a una malattia del XVI secolo? Non ne ho idea.

Conoscenza. Della malattia del XVI secolo sappiamo da documenti scritti o meglio dettati dal malato stesso, dunque non propriamente una descrizione del tutto affidabile. Per di più, questa descrizione non tiene conto dell’ambiente circostante, del clima culturale dal quale le privazioni nascono: in fondo, se decido di smettere di mangiare per una settimana difficilmente la mia scelta eviterà di fare i conti con esempi e ragionamenti che costruiscono la cultura in cui vivo. E che magari mi suggeriscono questo tipo di comportamento. Di questo non c’era traccia, nella conferenza di oggi.

Perché ho scritto questo post?

Forse perché sono affetto da qualche disturbo ossessivo-compulsivo… lo chiederò al dottor Siberski, che dovrei incontrare nei prossimi giorni.

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Siberski mi ha detto di non aver mai pubblicato su questo tema, dunque non ho letture da consigliare, se non la mia (quella al link indicato sopra), se proprio siete curiosi 

Digiuno rituale. La danza del sole

Il digiuno rituale è antico, molto antico, tanto antico che difficilmente possiamo dire quando sia iniziato. Si digiunava, e ancora si digiuna, per prepararsi all’esperienza sacra.

Il digiuno era parte fondamentale della religiosità di molti gruppi nativi americani, primi fra tutti i sioux, nazione indigena stanziata in origine negli attuali stati americani del Nord e Sud Dakota. Luoghi dove l’inverno è torrido e l’estate gelida, come racconta Lee Child in un romanzo del ciclo di Jack Reacher (L’ora decisiva), che ho appena terminato di leggere. Ma non divaghiamo, che tanto lo abbiamo già fatto. E allora posso anche dire che la danza non era esclusiva dei Sioux: l’immagine che vi propongo è, infatti, la rappresentazione di una danza shoshone, altra tribù delle celebri Grandi Pianure.

La cerimonia probabilmente più importante per la tradizione sioux è la danza del sole. Toro Seduto e Cavallo Pazzo erano sioux, Nuvola Rossa e Alce Nero lo erano: grandi guerrieri e grandi capi spirituali, che digiunarono e danzarono quando per loro era giunto il momento giusto. Attraverso una complicata ritualità preparatoria ed esecutoria, la danza del sole coinvolgeva un’intera tribù (talvolta anche più d’una) ed era centrata sul sacrificio in particolare dei candidati (così venivano chiamati i giovani uomini coinvolti nella danza), ma anche dei religiosi chiamati a sovrintendere la celebrazione. Nel sacrificio oltre alla mortificazione corporale, molto cruenta nella tipologia più estrema della danza, era previsto il digiuno che si estendeva dai momenti antecedenti il rito fino alla sua conclusione. Dalla notte antecedente la celebrazione si bandivano di norma cibo e bevande, mentre già dai giorni precedenti erano proibite le relazioni sessuali. La durata della danza del sole poteva raggiungere persino le quarantotto ore, durante le quali al candidato era proibito bere e mangiare. Si pensi che la cerimonia si celebrava in estate e prevedeva che il candidato stesso seguisse il percorso del sole con il suo movimento, la sofferenza fisica era dunque notevole. Elemento purificatore per antonomasia, il digiuno serviva ad agevolare la comunicazione con una dimensione spirituale. Ma non è finita qui. Al culmine del rito, al candidato venivano infilati sottopelle due pezzetti di osso di bisonte, ai quali venivano legate delle funi a loro il cui capo opposto era assicurato all’albero (o al palo) sacro, centro della cerimonia. I danzatori dovevano continuare a danzare fino alla lacerazione della carne. Cruento? Senza dubbio. Ma la sofferenza portava con sé l’impareggiabile dono della visione. Digiuno e sofferenza elevavano lo spirito.

Testimonianze raccolte dagli antropologi raccontano che i Sioux avevano deciso di proibire la danza agli uomini bianchi. Quei pochi che, prima del divieto, avevano voluto provarci avevano tutti sofferto gravi conseguenze, in alcuni casi anche fatali. Segno che non ne erano degni, oltre a essere debolucci. Meglio tenerli alla larga dal rito, per evitare il rischio di essere accusati di averli mandati a morte.

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Delle tante mie letture sui nativi americani, a questo proposito, oltre al celebre “Alce Nero parla” (varie edizioni italiane) e al bel libro di Vittorio Zucconi, “Gli spiriti non dimenticano”, mi sento proprio di consigliare C. Holler, Black Elk’s Religion. The Sun Dance and Lakota Catholicism, New York, Syracuse University Press, 1985, in particolare le pp. XXI-XXIII, 75-109. L’intero libro è di grande interesse per l’attenzione rivolta alla riproposizione della danza nella religiosità lakota a partire dai primi anni 1950). In questo libro risalta il fondamentale contributo dell’antropologia per la storia. La maggioranza delle fonti sulla Sun Dance è infatti frutto di osservazioni etnografiche. 

 

Lasagne con lo zucchero. Una questione di potere

Venti marzo 1642. È il giorno in cui un anonimo gesuita si prende la briga di sedersi al suo scrittoio messinese e di redigere, o quantomeno firmare, una lettera da spedire ai suoi superiori, quello siciliano e quello romano. Possiamo pensare che a muovere la sua penna sia stata la sensazione che la misura fosse davvero colma.

Da quando è entrato nella Compagnia di Gesù, almeno da quel momento ma probabilmente anche da prima, lui sa che il cibo non è uguale per tutti. Non lo è nelle comunità religiose, come non lo è in nessuna tavola. Gli ospiti hanno diritto a mangiare di più, chi fa fatica lo stesso, siano i suoi impegni intellettuali o fisici. Chi brucia, mangi. Va bene, certo, si accetta. Come si accetta che ci siano eccezioni al digiuno: se stai male hai diritto a qualche carezza. Le chiamano così, carezze. Se sei debole, mangia pure la carne al venerdì. E pazienza se tutti sanno che quel confratello male non ha, è solo goloso e ha un amico medico. Peccato di gola, se la vedrà con l’Altissimo.

Ma quel venti marzo 1642 è arrivato il momento di dire che adesso basta. Perché a fare il goloso, e a pretendere di poterlo fare in barba a ogni regola e, peggio, a ogni buona norma di condotta e coscienza, è addirittura la prima autorità di tutta la vasta provincia siciliana. Privilegi inaccettabili, di questo si tratta. Il provinciale. Prima di tutto non si accontenta di viaggiare nelle residenze da solo, no. È sempre con un compagno, lo stesso, e non avvisa che arriveranno in due. Così quel compagno, quell’assistente, quando arriva costringe qualcuno ad alzarsi da mensa e cedergli la sedia. Perché i posti sono contati. Il menu quello è, ma i due potenti vogliono di più, vogliono di meglio. Chiedono le lasagne con lo zucchero, mica piatti da poco. Pretendono minestre prelibate, pesci di pregio. E mangiano, mangiano senza ritegno, tanto che quando arriva il momento del dessert, che nel 1642 si chiama pospasto, esigono di più. Non sono queste le regole del gioco, e qualcuno lo deve pur dire. E allora ecco che quel qualcuno si siede allo scrittorio e comincia la sua lettera di protesta, lamento e denuncia. Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è quella caduta quando ha visto il capo di tutti loro fare finta di digiunare nei giorni di precetto. Fare finta perché avrà pure rinunciato alla carne, ma facendosi servire nel piatto un raffinato polpo, cibo squisito per eccellenza. E allora non basta che se la veda con l’Altissimo, bisogna che si sappia: il cibo non sarà mai uguale per tutti, ma questo è troppo.

Come è finita? Non lo so. Probabilmente non lo sapremo mai. Chissà, magari con un richiamo, probabilmente con un’indigestione, di certo con del rancore nato dalla certezza di assistere al consumarsi, nel piatto, di un’ingiustizia.

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Il racconto nasce da una lettera che ho consultato nel fondo “Sicula” dell’Archivio Romano della Compagnia di Gesù.