Disturbi ossessivi compulsivi e digiuno estremo. Ignazio di Loyola visto da un medico nel 2019

Vi è mai capitato di rientrare a passo spedito da una conferenza spinti ad accelerare dall’urgenza di scrivere? No? Buon per voi, siete sani… io no. La conferenza era quella di John R. Siberski, uno psichiatra gesuita che ci ha intrattenuto proponendoci una lettura, appunto psichiatrica, dell’esperienza di Ignazio di Loyola a Manresa (1522-23), dove il futuro santo spese quasi un anno macerandosi tra dubbi e privazioni. Ogni giorno chiedeva l’elemosina …. non mangiava carne, non beveva vino …. la domenica non digiunava, e beveva il poco vino che gli veniva offerto. Ne uscì se non vincitore, quantomeno vivo, il che fu certo una conquista. Da lì la sua vita avrebbe proseguito attraverso sentieri tortuosi che lo portarono a fondare la Compagnia di Gesù. Qui una breve introduzione alla conferenza.

La tesi di Siberski, speaker di particolare verve e intelligenza, è in somma sintesi questa: digiuno estremo e malnutrizione contribuirono a causare in Ignazio una forte depressione, accompagnata da un disturbo ossessivo-compulsivo, i quali lo avrebbero potuto anche condurre al suicidio, ma non lo fecero. Successe invece che Ignazio seppe in qualche modo riconoscere se non certo il proprio disturbo, quantomeno il rischio di determinati eccessi, in particolare quelli della tavola. Per questa ragione, in quello che poi sarebbe diventato il suo ordine religioso, la Compagnia di Gesù, le regole dettate da Ignazio sono concentrate all’esclusione dell’eccesso. Per esempio, il digiuno non è richiesto e ogni regola alimentare viene declinata attraverso il concetto di moderazione: né troppo, né troppo poco.

Non essendo uno storico ma un medico, Siberski ha a buon diritto chiuso la propria conferenza con un richiamo all’attualità di Ignazio che, secondo lui, ha usato la duramente conquistata conoscenza di se stesso per proteggere e governare sia tutti quelli destinati a entrare nella Compagnia, sia tutti quelli destinati a fare gli Esercizi Spirituali (durante i quali lui stesso ebbe modo di fare i conti con le proprie scelte-limite in tema di digiuno e privazione).

Certo, c’è qualcosa di molto convincente, io stesso ho scritto un articolo sul tema, riconoscendo questo stretto legame tra l’esperienza di privazione auto-inflitta, il riconoscimento che non ne valeva la pena e il tentativo di evitare che altri cadano nelle stesse esagerazioni. Per gli inguaribili curiosi, questo è il link.

E poi c’è la sempre affascinante idea di ragionare attraverso le connessioni tra passato e presente.

Mi rimangono due dubbi, uno per ignoranza e uno per conoscenza.

Ignoranza. Possiamo applicare gli schemi diagnostici del XXI secolo a una malattia del XVI secolo? Non ne ho idea.

Conoscenza. Della malattia del XVI secolo sappiamo da documenti scritti o meglio dettati dal malato stesso, dunque non propriamente una descrizione del tutto affidabile. Per di più, questa descrizione non tiene conto dell’ambiente circostante, del clima culturale dal quale le privazioni nascono: in fondo, se decido di smettere di mangiare per una settimana difficilmente la mia scelta eviterà di fare i conti con esempi e ragionamenti che costruiscono la cultura in cui vivo. E che magari mi suggeriscono questo tipo di comportamento. Di questo non c’era traccia, nella conferenza di oggi.

Perché ho scritto questo post?

Forse perché sono affetto da qualche disturbo ossessivo-compulsivo… lo chiederò al dottor Siberski, che dovrei incontrare nei prossimi giorni.

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Siberski mi ha detto di non aver mai pubblicato su questo tema, dunque non ho letture da consigliare, se non la mia (quella al link indicato sopra), se proprio siete curiosi 

Cibo e fede. A margine di un convegno in Cambridge

Apro e chiudo una parentesi, tralasciando le storie legate al cibo per raccontare qualcosa dello storico legato al cibo. Qualcosa di buono che nutre il mio lavoro. Sono stato per la prima volta in vita mia a Cambridge, toccata e fuga, per partecipare a un convegno intitolato in maniera per me molto promettente “Food and Faith in the Early Modern World, c. 1400 – c. 1700”. Promesse mantenute.

La mia aspettativa era di andare in Inghilterra non solo e non tanto per raccontare quello che sto studiando, i miei progetti di ricerca, ma anche e piuttosto per ascoltare le idee degli altri. Obiettivo pienamente raggiunto, me ne torno con le tasche piene di suggestioni e nuove conoscenze, personali e storiche.

La prima cosa da elogiare… correggo, la prima persona da elogiare è Eleanor Barnett, che ha organizzato questa bella e riuscita iniziativa. Torniamo alla prima cosa, che è la curiosità e la capacità di far dialogare la storia con l’attualità. Perché accanto alle varie relazioni degli storici che si occupano di fatti accaduti tra 1400 e 1700 circa, Eleanor ha ben pensato di organizzare una tavola rotonda nella quale ha intervistato quattro leader religiosi (buddhismo, cristianesimo, ebraismo, induismo) sul tema “Cibo e fede oggi”. Perché, a ben guardare, se non ragioniamo sulle questioni attuali, a che ci serve la storia? Forse a fare un poco appetitoso sfoggio di erudizione, di cui io personalmente faccio volentieri a meno. Interviste ben fatte, con domande semplici e ben poste, con risposte senza scorciatoie.

La seconda cosa da elogiare è la qualità delle varie relazioni, nessuna esclusa, con una menzione particolare per alcuni dei giovani dottorandi che hanno presentato le proprie ricerche. Hanno dato prova di come gli inizi della carriera non debbano essere necessariamente legati a questioni di non troppo ampio respiro che consentono di rifugiarsi in quella poco simpatica erudizione di cui sopra. E per chi dottorando più non è, rimane piacevole vedere che i temi di ricerca progrediscono senza doversi ripetere anno dopo anno.

La terza cosa da elogiare è la ricca varietà degli argomenti. Non è infatti facile sentir parlare – bene e con grande cognizione di causa, giova ripeterlo – di cannibalismo ed eucaristia, di eresia e inquisizione, di cibo come pratica sociale in varie religioni, di feste e digiuni, di banchetti alla presenza di presunte streghe, di simboli, immagini, liturgie. Tutto questo in Europa, in America e in Asia.

La quarta cosa da elogiare è quel fantastico clima anglosassone in cui ci si chiama per nome e ci si dà dello “you”, senza grandi deferenze legate all’effimero grado accademico del chi è lei, chi sono io.

Mi fermo qui con gli elogi, riassumendoli in tutti nella dichiarazione che ho fatto a me stesso: è stato uno dei migliori convegni della mia carriera. Per questo almeno, vale un post.

Vi allego il riassunto dei temi trattati.

Io ho parlato di gesuiti e cibo, cercando di mettere in evidenza quali sono per me i tratti caratteristici della cultura alimentare gesuita nella prima età moderna: la moderazione (nel mangiare, nel bere e nel digiunare) da un lato, la concezione del pasto come fatto sociale e non individuale dall’altro. Sto scrivendo su questo.

Alla cena del convegno ho mangiato pesce d’acqua dolce, accompagnato da vino bianco spagnolo. Meglio il primo del secondo, ma è questione di gusti.

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