Gorizia, non sei un paese per sobri. Bere e mangiare nelle scuole di inizio ‘900

24 maggio 1904. Su proposta dell’ispettore scolastico, il consiglio comunale di Gorizia decide l’acquisto di mille esemplari di una lettera scritta da Giovanni Trunk perché venga distribuita alle famiglie povere. Giovanni è Johann Trunk, maestro, pedagogo e scrittore di Graz. A dare un’occhiata alle pubblicazioni stiriane di fine Ottocento e inizio Novecento si nota quanto Trunk sia presente nella vita sociale e culturale di Graz. Questa sua lettera dunque arriva a Gorizia e viene tradotta dal maestro Giuseppe Franzot.

Si tratta di un opuscolo che contiene consigli ai genitori per l’educazione dei figli in età scolare, tra i quali uno spazio importante spetta all’alimentazione, specie a quella liquida.

«Affidando i vostri figli alla scuola, v’aspettate ch’essa li renda uomini dabbene, cittadini utili alla società. La scuola però non può compiere questo nobile e difficile suo mandato, se voi non educate bene i vostri figlioli e non v’adoperate a sostenerla efficacemente. A tale scopo è necessario, vi atteniate fermamente a quanto segue:»

Il primo punto si concentra su ciò che si mangia, e ciò che si beve.

«Curate innanzitutto l’educazione fisica de’ vostri figlioli. Procacciate loro, per quanto v’è possibile, nutrimento sostanzioso e sano». E che diamine! Centoquindici anni dopo abbiamo conquistato l’ora di ‘ginnastica’ settimanale, guidata per lo più da maestri non qualificati a farlo.

Un po’ più avanti:

«I vostri figli non prendano mai bevande spiritose, l’uso delle quali è sempre dannoso, e l’opinione, piuttosto diffusa, che quest’uso rinforzi l’organismo, è priva affatto di fondamento. L’esperienza insegna, che fanciulli, i quali bevano vino, birra, acquavite o altre bevande alcooliche, hanno un tardo sviluppo fisico e un più tardo sviluppo intellettuale. Ciò che agli adulti è innocuo, danneggia la salute dei bambini è perciò dev’essere loro ricusato. L’uso del fumare non sia loro concesso a nessun patto».

Hai ragione, Trunk, tracannare alcolici in età scolare benissimo non fa. Ma, perdonami, hai pure torto: anche per gli adulti non è proprio del tutto innocuo. Proprio prima di leggere questo documento sono andato a bere un caffè. Erano le 10.30 quando, a Gorizia, mi spostavo dall’Archivio Storico Provinciale a quello di Stato e ordinavo un caffè lungo. Vicino a me questo dialogo (tradotto fedelmente dal dialetto): Ostessa: “Cosa ti servo adesso, [vino] bianco?” Avventrice: “Sì!”  “No, no, no. Non serve che prendi un nuovo bicchiere, usa pure questo”. E giù spritz per combattere i trenta e passa gradi di un inizio estate niente affatto fresco.

È una lettera ricchissima, questa di Trunk, che prosegue consigliando sul rapporto genitori e figli, sul comportamento da pretendere (o forse solo chiedere) con una visione del mondo talvolta davvero affascinante nella sua apertura (rapporti con i maestri, per esempio), talaltra inquietante, debitrice di alcune convinzioni del tempo, infarcite di un cattolicesimo tradizionalista e spaventato dal nuovo (paura della conoscenza, per esempio).

Sull’alimentazione e sui suoi luoghi qualche consiglio trova ancora spazio:

«Non tollerate punto la leccornia, perroché nuoce non solo alla salute e guasta l’appetito, ma trae non di rado i fanciulli alla menzogna e alla disonestà».

La connessione tra concessioni alla gola e falsità non l’avevo immaginata, c’è un pizzico di moralismo, mi sa.

«Teneteli lontani dalle trattorie e da qualsiasi luogo di divertimento, in cui potessero vedere e udire qualcosa di male».

Questa indicazione invece sì che si trova ripetuta negli anni e nei secoli: lontani bambini e ragazzi dai luoghi di perdizione! Lontane anche le donne, si legge spesso altrove, non qui. Ma sappiamo che non ha funzionato.

Un documento, questo di Trunk, persino bello da leggere, capace di far riflettere. Mi chiedo quanto sia stato seguito.

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Il documento che vi ho molto parzialmente raccontato è conservato in Archivio di Stato di Gorizia, Archivio Storico del Comune di Gorizia (1830-1927) busta 752, filza 1123/II; notizie su Trunk si trovano sul Pädagogische Zeitschrift: (Organ des steiermärkischen Lehrerbundes).

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Il valore degli avanzi. Il cibo nella spazzatura, un’invenzione contemporanea

Lo sperpero del cibo è uno dei temi che più muove i miei interessi di storico dell’alimentazione. È molto chiaro per me il legame tra la curiosità per il passato e l’urgenza del presente: ridurre lo spreco, uno dei grandi obiettivi dei nostri giorni. Già ne ho scritto qualche tempo fa. Qualcosa ritorna, qualcosa appare come novità.

Uno sguardo poco accorto al tempo che fu potrebbe farci pensare che oggi siamo più bravi, ma non è così: il cibo nella spazzatura è un fenomeno contemporaneo; noi abbiamo più di quanto possiamo consumare, e questo succede appena dal XIX secolo. Per la storia sono tempi cortissimi.

Possiamo esserci fatti l’idea di un passato dove i molto ricchi molto buttavano: banchetti, festini, lusso, abbondanza ostentazione. Vero. Ma l’idea che il superfluo possa, persino debba andare nella spazzatura è roba nostra.  La cultura dello spreco nasce con la società industriale, quella dei consumi. Come si sostituisce quanto si guasta senza ripararlo, così ci sbarazza degli avanzi. Da Trimalcione al Re Sole, gli enormi banchetti dei tempi andati seguivano tutt’altra logica: ciò che rimaneva in tavola, o in cucina, alimentava (è il caso di scriverlo) un’economia fatta di recupero e riutilizzo. Fermiamoci al lusso della corte francese: c’erano dei funzionari incaricati di ridistribuirne gli avanzi in città. E poi regalare il cibo migliorava l’immagine del sovrano, o del nobile, su altra scala. Ce lo spiega anche l’antropologia: il cosiddetto Big Man è colui che si aggiudica il controllo del cibo in eccesso e di altri beni. Esempio melanesiano (se vi capita di leggere Marshall Sahlins…): il Big Man elargisce regali e mette così gli altri nella condizione di doversi sdebitare con doni ancora più generosi dei suoi. E spesso i doni sono cibo. Per mettere in moto il processo il Big Man deve convincere la sua famiglia a produrre/preparare qualcosa da mangiare o da bere in più, qualcosa che poi lui regalerà ad altri. È un circolo virtuoso. Big Man riceverà in cambio altro cibo, che potrà distribuire tra i suoi familiari e donare nuovamente ad altri, che contrarranno un debito di riconoscenza. Si tratta di un processo non lontano da dinamiche tipiche dei nostri giorni.

Nella cucina domestica l’economia del recupero è ampiamente testimoniata e rappresentata. Nel 1918 e negli anni successivi ebbe un grande successo il libro (postumo) di Olindo Guerrini (1845-1916), L’arte di riutilizzare gli avanzi della mensa, nato dall’idea di dare valore a quanto avanzato dopo il pranzo di Natale. La cucina monastica, che mi arrischierei a definire una variante di quella domestica, è piena di consigli anti-spreco. Per esempio, nel Medioevo le regole dei monasteri imponevano di preparare nel weekend (anche se non si scriveva propriamente “weekend”) una torta con gli avanzi del pane raccolti in settimana.

Impariamo dagli americani: anche in cucina si può fare. Pensiamo al buttermilk, latticello lo chiamiamo noi. Chi ha un libro di ricette made in USA lo conosce: è un ingrediente chiave, specie per i piatti texani e in generale per quelli tipici degli stati del Sud. Come mai? Perché i pionieri non potevano permettersi di sprecare nulla: il buttermilk è infatti il liquido che si separa dal grasso durante il processo di trasformazione della panna in burro. Di sapore leggermente acidulo, ha molteplici utilizzi: ammorbidisce e insaporisce i prodotti da forno, intenerisce la carne, condisce le insalate.

Impariamo ancora: il «doggy bag» è un’importazione dagli States, stiamo imparando a farlo nostro. In Trentino la possibilità di portarsi gli avanzi a casa costituisce per i ristoratori uno dei fattori necessari a ottenere una patente di qualità provinciale. Pure l’Associazione italiana sommelier si è mossa: capita di rinunciare a bere una bottiglia perché si è in pochi, perché qualcuno non beve (o preferisce la birra, tanto per essere autobiografici), deve guidare. Ora però si cerca di sdoganare l’idea che la bottiglia aperta te la puoi portare tranquillamente a casa.

Insomma, guardiamoci indietro per dare il giusto valore agli avanzi.

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Difficile indicare le fonti di questo post: sono tante e variegate, dalla Storia della cucina italiana di Capatti e Montanari a un libro di cucina Tex-Mex, da appunti presi da articoli di periodici e quotidiani a riflessioni personali, dalla storia dell’alimentazione di Tom Standage ai saggi di Sahlins. Forse non era così difficile, in effetti… 

Drunk priest. A tavern is a home

This is an excerpt of a talk discussed at the workshop: Entangled Worlds. Daily Practices, Identity Negotiation and the City as Border Space (University of Maryland, April 8-9, 2019), organized by Filomena Viviana Tagliaferri. Here is the full version 

The title of the post is a tribute to the song A House is a Home (Ben and Ellen Harper)

The source is a series of documents that takes us to the taverns in the the Fiemme Valley (Trento Region): the tavern could be a place of criminality.

The serious thing is that the criminal can be, and is, a priest. What is going on?

I am referring to Giuseppe Rizzoli, a priest from Cavalese central village of the Valley, accused of mistreating his parents, of drunkenness and scandalous life. The Archdiocesan Court of Trento investigated and judged Rizzoli several times in a procedure that lasted for years. He was in a stable relationship with a woman named Paula. The connection between the sins of drunkenness and lust is typical of early modern Catholic morality. Moreover, the drunkenness of clerics was a matter of canon law as early as the 13th century (Lateran Council IV). The Council of Trent (1545-1563) had also delt with the issue, judging the drunkenness of priests to be more serious than that of the secular people.  The jurists, however, called for a distinction to be made between occasional and usual drunkenness. The level of guilt in the two cases was different. Our case is not at all occasional.

August 1753. The judicial authority requires Don Rizzoli to maintain his sobriety, not to drink too much wine, not to go to taverns, to respect his parents. The same authority also reminds him that his way of life is not that of a priest (Archivio Diocesano Trento 69, 1r-v).

November 1753. The warnings were of no use. Don Rizzoli continues to go to the tavern, to get drunk and, coming home drunk, to beat and mistreat his parents. He was sanctioned (pecuniary penalty), forced to retire to a convent and suspended from the right to celebrate the mass (ADTn 69, 3r-4v).

February 1755. A year and a half later, nothing has changed. There is even more: the court adds to the accusations against the priest the illicit relationship with a woman, Paula (ADTn 69, 7r-9r).

Let us focus on frequenting taverns and the sin of drunkenness.

If we were to paint a portrait of the typical drunkard of the ancient regime, it would be a young male, aged between twenty and thirty years. An artisan or peasant, he drinks mainly on Sundays after mass, in the evening or at night. But drunkenness involves everyone, from the aristocrat to the mendicant to the priest.

August 1755. Investigators begin to listen to witnesses. The voices are unanimous: Giuseppe Rizzoli regularly attended the taverns and got drunk.

Don Rizzoli is at a friend’s house, Bartolomeo, on his way back from the tavern. Bartolomeo’s wife, Brigitta, reproaches the priest for being drunk and he beats her, putting his hands around her neck.

A witness (other Giuseppe, Gramola) claims to have often seen the priest in the tavern, regardless of the ban imposed by the bishop’s court.

Depositions repeat themselves.

Do you remember William Black? In the taverns there are the informants, the delators. Inns can be places where personal vendettas are consumed, where a good observer can get anyone into trouble.

We move on to don Rizzoli’s interrogatory. He demonstrates a very detailed knowledge of the taverns in the area where he lives. He listed eight of them.

Question: Do you frequent them?

Answer: To tell you the truth, I went to the tavern both for my own interest and to drink, wine and spirits, we can add.

The reason for the appeal and ubiquity of taverns for Giuseppe Rizzoli and for many of his peers was not simply that they offered access to alcohol and opportunities for inebriation, taverns were also sites of surrogate domesticity. The pub was used as a substitute or secondary home, a center of warmth and sociability (Booth, Drinking and domesticity).

The sources reveal this clearly: for don Rizzoli, the tavern is a comfortable, domestic place. The family house, on the contrary, is not. The house is the place where he goes after drinking, where he has violent behavior and where he does not feel comfortable. He is forced to live in his parents’ house, but cannot give up the tavern, despite the sentence pronounced by the court.

But there are not just friends in the tavern. There are also people who see the priest drinking and gambling. And these people denounce him.

Priests were often involved in criminal behaviors, first of all blasphemy, but also violence and moral turpitude. In the places where wine was sold and consumed, they could found temporary refuge from the problems of a life often imposed and not freely chosen.

Before concluding, I would like to say one more thing about the domesticity of the tavern. As Matthieu Lecoutre explains very well in his excellent book dedicated to the history of drunkenness in France, the lack of availability of glasses, cups and bottles was another reason why people drank outside the house. For example, inventories after the death of many innkeepers point out that drinking vessels are rare, even in drinking establishments. This consideration leads us to emphasize another aspect of the familiarity of the customers of the taverns: often the drinkers shared the cups.

The tavern is a place where you can hide, sell by smuggling, talk, fight, observe, accuse, eat and drink. Often, however, the most difficult moment can be to get up from your chair and go home.

Cibo in trincea. Carne e vino per i soldati della Grande Guerra

Quest post ha radici lontane, germogli mai spuntati di semi gettati nell’anno dell’Expo di Milano. Assieme all’amico prima che collega Marco Mondini eravamo stati invitati proprio all’Expo, per tenere una conferenza congiunta sul cibo nella Prima guerra mondiale. Poi chi ci invitò dimenticò dei dettagli e non se ne fece nulla. Marco e io ancora ne parliamo, magari addentando un panino nelle pause delle nostre escursioni camminanti, iscrivendo la mancata conferenza nel novero delle occasioni perdute.

Avevo iniziato a prepararmi, presto adocchiando un promettente opuscolo di un medico, Angelo Pugliese, che nel 1915 dedicò riflessioni davvero approfondite a “L’alimentazione del nostro soldato in guerra : relazione letta e discussa nella seduta del 21 ottobre 1915”. Ho studiato l’opuscolo, perché è studiando che s’impara, anche se può sembrare che a uno storico delle religioni poco debba interessare cosa si bevesse e mangiasse in trincea. Impressione sbagliata.

L’opuscolo di Pugliese è breve ma intenso, venti pagine ricche di dati, riflessioni e cibo per pensare. Di tutto questo ho scelto per il mio post la carne e il vino.

La carne. In tempo di guerra al soldato alpino si assegnavano 425 grammi di carne, 375 agli altri. Troppi, secondo il dottor Pugliese, che difende la propri a tesi con un ragionamento che si segue lasciandosi convincere. C’è un fattore economico: tali dosi, contando un milione di soldati –  fermiamoci un attimo e lasciamoci spaventare dalle cifre … proseguiamo – richiedono la macellazione giornaliera di 3.000 capi. Troppi. Tanto che si sacrificano le mucche da latte e i bambini piangono. E poi la carne fa bene, non v’è dubbio, ma troppa fa male. I combattenti francesi e inglesi ne mangiano anche di più, vero, però si portano dietro abitudini del tempo di pace. In Italia si mangia meno carne, la dieta è più varia, le risorse più differenziate. Lo dimostrano le cifre, che raccontano di come più si vada a sud, meno carne si consumi, anche all’interno dello Stivale: gusti e abitudini hanno profonde radici di ordine etnico, chiosa il dottore, quando noi magari (o almeno, alcuni di noi, mala tempora currunt) diremmo culturale anziché etnico.

Con simili razioni “noi portiamo un grave danno all’economia nazionale, senza un reale vantaggio per la salute e l’energia fisica del soldato”. Ma non esageriamo all’opposto: leviamo 50 grammi al giorno e questo basti, perché c’è da tenere bene in conto anche il fattore psicologico: il soldato è convinto che la carne gli dia forza. Pugliese non è convinto che fisiologicamente la cosa sia tanto fondata, ma la psicologia è una cosa seria; e per di più le bistecche piacciono, come sa chiunque sia passato per una trincea. Con tale riduzione ci sarà pure un grande beneficio all’economia nazionale, un risparmio di 500 quintali al giorno. I bambini riavranno il loro latte, i militari avranno più formaggio.

Il vino. Servono più calorie, il dottore lo spiega con grande chiarezza, analizzando di quanto si spenda marciando, di quanta energia ti rubi il freddo e la dura vita del fronte. Assodato che questo aumento di calorie non deve essere dato dalla carne, i medici francesi hanno proposto di trovarlo nel vino. Perché l’alcol concentrato è dannoso, quello diluito no, quindi facciamoli bere, questi militari. Pugliese non è affatto convinto della soluzione: “Io, pure non essendo un nemico dichiarato del vino, pure ritenendo mezzo poco pratico di lotta contro l’alcoolismo la propaganda per l’astinenza assoluta da ogni bevanda alcoolica, qualunque sia il suo grado di concentrazione, pure essendo fermamente convinto che anche per l’alcool è questione di misura, nullameno non posso essere pienamente d’accordo coi colleghi di Francia”. L’alcol è come un fuoco di paglia: scalda per un istante e poi il suo calore svanisce. Il vino serve per il fattore psicologico: il soldato lo vuole, gli piace, lo gusta con piacere e proprio per questo motivo merita vino di buona qualità, non gli scarti orrendi che troppo spesso trova negli spacci. Pasta e riso, le calorie vengano da lì. Nulla si dice sull’ottundimento da alcol dell’assalitore all’arma bianca.

Pugliese Alimentazione soldato copertina

Che impressione mi fanno le storie di guerra. Ho una gran voglia di approfondire, ciononostante, vari appunti di lettura ai quali mettere mano. Per il momento vi rimando al link dal quale si può leggere l’opuscolo che ho commentato

http://www.14-18.it/opuscolo/BSMC_CUB0527781/001

E poi, siccome ho nominato il Mondini, leggete il suo Il capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna https://www.mulino.it/isbn/9788815272843 . Perché non di sola storia dell’alimentazione vive il lettore di storia.

 

Videi di sbornia

Tra gli impeccabili neologismi che ascolto dalla voce dei bambini uno dei miei preferiti è il plurale di video, “videi”, appunto. Logicamente trovo l’espressione impeccabile: se io voglio vedere due estratti dalla playlist di Youtube “Animali Pazzi”, per esempio, voglio vedere due videi, mica uno.

Ed ecco allora che pure io propongo due videi che raccontano di Sbornie sacre e sbornie profane.

Il primo è una presentazione di Galatea Vaglio, una scrittrice, insegnante e storica che ho conosciuto in un festival nel quale presentavamo entrambi i nostri libri. Ha avuto la bontà, magari persino il buon gusto, di leggersi le Sbornie nonostante sia astemia. E ha deciso di parlarne nel suo blog e nel suo canale Youtube.

Il secondo è la registrazione di una puntata di “Sarà Tempo”, un talk show andato in onda sulla TV trentina dedicata alla storia, History Lab. Si tratta di una puntata dedicata alla storia e all’attualità delle bevute. Nella prima parte l’impeccabile Sara Zanatta intervista proprio sul mio libro. Nella seconda si parla invece di vino buono, non necessariamente da sbronza, con Tommaso Iori, responsabile della comunicazione dei Vignaioli del Trentino.

Mandorle bruciate. Sull’utilità della storia per evitare la fine dell’alimentazione

Quando ero uno studente di storia pensavo che sarebbe stato bello avviare una rivista, o una serie di studi, dedicata a quelli che, dentro di me, definivo “anni paradigmatici”, momenti dunque che hanno radicalmente cambiato il mondo. Credo fosse un’idea del cacchio, perché è vero che lo storico ha il compito di ridurre la complessità a qualcosa di comprensibile, ma non si può neppure esagerare con il rischio di perdere l’andamento lento dei processi epocali.
Mi è tornata alla mente questa mia idea del cacchio leggendo l’introduzione del libro La fin de l’alimentation, di Wilfried Bommert e Marianne Landzettel, pubblicato assai di recente in Francia.
Parentesi. Quella che ho letto è una traduzione di un libro tedesco uscito a fine 2017, libro che mi ero del tutto perso e che ho appunto conosciuto nella sua traduzione francese. E dire che solo pochi anni fa la mia conoscenza di lingua e cultura tedesca superava nettamente quella di lingua e cultura francesi. Le cose cambiano. Ma il titolo tedesco è più bello: Mandorla bruciata. Come il cambiamento climatico raggiunge il nostro piatto. Chiusa parentesi, neppure troppo lunga, dai.
Scrivevo dell’introduzione, dove si ragiona sul fatto che ci sono avvenimenti capaci di cambiare il mondo in un giorno, addirittura un’ora, e si fanno gli esempi della caduta del muro di Berlino, dell’11 settembre 2001, dello tsunami che nel marzo 2011 ha provocato l’incidente del reattore nucleare di Fukushima. Ma ci sono grandi cambiamenti per quali non possiamo indicare alcuna data, come il mutamento climatico.
Wilfried Bommert e Marianne Landzettel sono due giornalisti esperti di agronomia e hanno fatto un’inchiesta davvero bella e approfondita per cercare di capire come i grandi cambiamenti climatici incidano su quello che mangiamo, o meglio detto, su quello che ci viene proposto sul piatto.
Poca acqua? In California si produce più dell’80% delle mandorle che vanno poi in giro per il mondo, ma la siccità del 2016 ha reso improduttivi 32.000 ettari di terre coltivabili (sono le “mandorle bruciate” della traduzione tedesca). Troppa acqua? Le piogge abbondanti dell’agosto 2016 hanno compromesso in maniera gigantesca le coltivazioni di riso e soia della Louisiana.
E sono sempre gli scherzi della meteorologia a causare la proliferazione di parassiti nel bacino mediterraneo (olive); insetti che da meridione salgono verso Svizzera e Germania, dove distruggono le viti; le malattie degli ovini raggiungono livelli e latitudini sconosciuti a causa della proliferazione di certi insetti. La scomparsa di piccole alghe, dovuta al riscaldamento degli oceani, sta sconvolgendo le grandi catene alimentari marine. Solo per fare alcuni esempi, ma nel libro ce ne sono molti altri (Spagna, Paesi Bassi, valle del Nilo, India, Ghana, Brasile…).
L’agricoltura riuscirà a riempire per sempre i nostri piatti? È questa la domanda che ha fatto partire l’inchiesta, e i viaggi, di Bommert e Landzettel.
Il cambiamento climatico è irreversibile, si risponde, dunque dobbiamo trovare dei modi per attenuarne e compensarne gli effetti. Le tecnologie ci sono, cose si possono fare: migliorare la qualità del suolo, assicurare la sostenibilità economica di un’agricoltura realmente biologica, sviluppare sementi più resistenti ai capricci del clima, proteggere gli insetti impollinatori. Ma, a mio parere, c’è di più. Il di più siamo noi, che possiamo aumentare la consapevolezza, scegliere un’alimentazione sostenibile e rispettare il pianeta a partire dalla quotidianità delle piccole cose.
A che ci serve la storia? Ad aumentare questa consapevolezza. A capire che il qui e ora è il prodotto del laggiù e allora. Che la conoscenza delle dinamiche di medio e lungo periodo consente di orientare le scelte per il presente e il futuro. Anche quello delle cose che ci troviamo nel piatto. A comprendere che abbiamo sempre fatto i conti con il pane quotidiano, e questi conti continuiamo a farli, anche se in certe parti del mondo il cibo pare non essere un problema, perché c’è. A non dimenticare che la fame però esiste eccome, come esisteva nella campagne italiane del Cinquecento, per esempio. Per molti oggi l’urgenza potrà pure non essere più quella di garantirsi il pane quotidiano, ma è solo sostituita da quella di capire come e perché il nostro pane quotidiano è quello che è, renderci conto di quanto quel pane costi al pianeta.
La storia mica si ripete. Sarebbe troppo facile.

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Le goût de l’ivresse, un bel libro di Matthieu Lecoutre

Qualche mese fa è uscita una mia recensione a un libro sulla storia dell’ubriachezza in Francia, la ripropongo qui sul blog, arricchendola di qualche commento: è un esperimento, intervallare alla scrittura ‘accademica’ passi personali per spiegare perché si scrivono determinate parole e a cosa si pensa nel rileggerle.

Frutto di una lunga frequentazione con il tema della storia dell’ubriachezza, “Le goût de l’ivresse” propone un allargamento del campo già indagato da Matthieu Lecoutre nel riuscito Ivresse et ivrognerie dans la France moderne (Pufr – PUR 2011). Rispetto alla monografia precedente, l’autore allarga il campo cronologico, passando dall’età moderna a un ambizioso progetto d’insieme, volto a indagare gli eccessi alcolici francesi tra V e XXI secolo. Possiamo subito anticipare che il risultato è davvero molto buono, ricco di spunti di riflessione e informazioni, elaborati in uno stile piacevole che rende la lettura facile e talvolta anche appassionante, agevolata da un equilibrato utilizzo di aneddoti.

Avevo studiato il primo libro trovandovi ottimi spunti per migliorare il mio stesso lavoro e voglio mettere in luce il fatto che, pur trattando lo stesso argomento, questo secondo libro non è affatto ripetitivo. 

La trattazione segue un ordine cronologico, scelta azzeccata e probabilmente inevitabile in uno studio che prende in esame tempi molto lunghi e tra loro assolutamente diversi. Fin dalle prime pagine dell’introduzione si svela uno dei punti di maggiore interesse del libro: l’utilizzo – che nel prosieguo si rivela equilibrato e rigoroso – di fonti molto diverse: dai testi dei poeti latini alle inchieste alimentari dei nostri giorni, passando per manoscritti e stampe di varia foggia, menù, cronache, libri di viaggio, testi medici ed ecclesiastici (regole monastiche, per esempio), solo per elencarne alcuni (pp. 12-13).

Il problema si pone sempre, quando si scrivono libri dedicati a un periodo storico lungo: privilegiare l’ordine temporale o inventarne uno tematico. Spesso vince il tempo.

Il libro conta quattro parti: Meticciati (V-IX secolo), Diversità (X-XV secolo), Modernità (XVI-XVIII secolo), Mondializzazione e tradizione(XIX-XXI secolo), ciascuna organizzata in tre capitoli e si conclude con una bibliografia selettiva, scelta dovuta evidentemente alla necessità di non aumentare troppo il numero delle pagine, ma che complica parzialmente l’utilizzo di un apparato di note molto solido e interessante.

In una recensione, uno schema del libro di cui si scrive ci sta sempre bene. 

Uno dei temi guida del lavoro di Lecoutre è la considerazione del bere come mezzo di ibridazione, questione centrale nello sviluppo dei food and drinking studies, riconosciuto dall’autore come caratteristico già dei secoli della romanità cristianità, quando l’incontro di due mondi culturali e religiosi completamente diversi diede luogo a nuove regole e abitudini alcoliche.

Quella stessa considerazione guida anche il mio lavoro: beviamo quello che beviamo e dunque siamo quello che siamo perché siamo il frutto di innumerevoli incontri e incroci. 

Un’altra questione ricorrente è quella relativa alla relazione tra storia della medicina e dell’alimentazione, tipica certo dell’età medievale ma ritornata prepotentemente in auge a fine XIX secolo con i movimenti di temperanza (cap. XII: L’alcol, ecco il nemico) e molto importante anche per la comprensione di usi e costumi attuali. Sotto questo aspetto, è fondamentale anche l’attenzione, che l’autore ha, per la sobrietà. Ci riferiamo a questo proposito sia alle nozioni di dietetica legate al consumo alcolico, sia alla medicalizzazione dell’ubriachezza, frutto di ragionamenti iniziati nel tardo medioevo e destinati a trovare un punto di svolta al momento della ‘nascita’ del concetto di alcolismo (Magnus Huss, 1849). Lecoutre non dimentica poi di mettere in evidenza il frequente legame tra critica medica e morale, legame che non ha mancato di identificare, in diversi secoli, il vizio dell’ubriachezza come pericolo sociale.

Fare storia senza porsi domande sul presente lo trovo un esercizio arido. 

Di sicuro interesse è poi l’analisi diacronica delle modifiche – spesso di lungo periodo – intervenute in gestione, regolamentazione e identificazione dei luoghi del bere, pubblici e privati: dai primi locali riservati a rifocillare i viaggiatori fino all’attuale “ristorazione stellata” (p. 356). Lo stesso si può dire per l’esame dei cambiamenti connessi alla distinzione di genere e legati soprattutto alla narrazione / condanna dell’ubriachezza, anche in questo caso pubblica e privata. Quella dell’ebbrezza è anche una storia sociale, che mette in evidenza come il ‘bere elegante’ sia stato considerato in diverse epoche storiche tratto distintivo delle classi alte, uniche del resto a potersi permettere il consumo di bevande per lo più care e talvolta anche di difficile reperimento: si pensi al caso delle abitudini importate – talvolta piuttosto lentamente, come nel caso del cioccolato – dallo scambio colombiano. A questo proposito, pare opportuno segnalare la particolare acutezza dei paragrafi dedicati al caffè, e in generale alle bevande eccitanti analcoliche, nei quali non manca una attenta analisi del respiro mondiale di commercio e cultura francesi tra XVIII e XIX secolo (pp. 165-173).

Bere è un fatto sociale, non si scappa, per questo coinvolge tanti aspetti della nostra vita comunitaria (luoghi, amici, parenti). Lo stesso si può dire per il non bere, che è una scelta, o una necessità talvolta, che ci pone di norma di fronte a sguardi interrogativi. Avete mai provato a ordinare una bibita in una “Privata” (leggi luogo dove si mesce solo il vino autoprodotto)? 

Uno dei casi in cui l’indagine di lungo periodo si rivela particolarmente fruttuosa è quello dei criteri di definizione della persona ubriaca, destinati a farsi (o meglio a cercare di farsi) sempre più oggettivi, passando dall’identificazione dell’ebbro come chi perde la capacità di giudizio agli incerti tentativi di stabilire criteri quantitativi, in particolare per quel che riguarda la guida in stato di ebbrezza. Lo stesso si può dire anche per il divenire del gusto, tema molto caro alla storiografia francese, molto presente nel libro di Lecoutre, in particolare nelle numerose pagine dedicate al vino, dalle quali si evince il sovente stretto rapporto tra espansione del mercato, promozione del prodotto e, appunto, educazione del gusto.

Non è ubriaco chi dal pavimento / può alzarsi un’altra volta e continuare ancora a bere / ma ubriaco è quello che giace prostrato, / senza la possibilità di bere o di alzarsi

Riprendendo le parole del titolo, possiamo davvero definire Le goût de l’ivresse un libro da gustare. L’attenzione alla contestualizzazione ci porta anche al di là dei confini francesi e fa dell’ubriachezza una protagonista non esclusiva. Tra le pagine c’è infatti spazio per le abitudini alimentari in generale e per i loro tanto profondi quanto lenti mutamenti, fino ad arrivare a uno sguardo sociologico sulla quotidianità degli anni 2000. Riportiamo, a questo proposito, l’esempio dello studio dei pranzi di lavoro e del radicale cambiamento intercorso tra il XIX secolo – quando il pasto in comune costituiva occasione privilegiata di socialità soprattutto operaia – e l’inizio del XXI secolo. Sappiamo infatti che oggi il pranzo si risolve assai di frequente in una rapida consumazione che non prevede neppure di posare gli occhi su quanto si mangia e si beve (pp. 360-366).

La letteratura storiografica su questioni legate al cibo è molto ricca, farsi qualche viaggio al suo interno può regalare grosse soddisfazioni

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