Economia da taverna. Cadice, XVII secolo

I termini con i quali definire i luoghi di distribuzione e consumazione dell’alcol, in età moderna ma pure oggi, avevano e hanno nomi diversi: bar, osterie, taverne, saloon, inn, bar, pub; andando indietro nel tempo possiamo considerarli sinonimi, nella consapevolezza della ricchezza e varietà del vocabolario.

Un caso che bene prova la rilevanza delle taverne (scegliamo questo nome e poi cambiamolo) per l’economia di certe città europee è quello della spagnola, andalusa Cadice, snodo centrale dei traffici atlantici fino a buona parte del Settecento. Distrutta in seguito all’assalto della flotta anglo-olandese nel 1596, la cinta muraria della città dovette essere ricostruita con particolare dispendio di denaro, visto il piano volto a edificare qualcosa di inespugnabile.

Le disponibilità della Corona spagnola non bastavano a sovvenzionare il progetto, per questo si iniziò fin dai primi anni del Seicento a tassare i consumi quotidiani, primo fra tutti il vino. La scelta di chi impone l’imposta ricade sui beni di largo consumo, altrimenti dove starebbe il guadagno? Allo stesso tempo, la reazione di chi subisce l’imposta non è sempre pacifica. Gli abitanti di Cadice non erano solo generosi consumatori di vino, ma gli scambi legati alla bevanda erano anche particolarmente floridi anche per la sua abbondante esportazione verso i domini d’oltremare. C’era di che infastidirsi, tanto più che la monarchia non si fermò, poiché gli introiti non furono sufficienti. Una Cedola Reale datata
14 luglio 1693 stabilì allora per la municipalità il diritto di imporre nuove imposte su vino, birra, olio e aceto: da allora furono questi, assieme all’acquavite, i prodotti protagonisti del finanziamento delle fortificazioni.

Neppure questo fu sufficiente a garantire il denaro necessario alla ricostruzione. I gravami non si limitarono più ai liquori che entravano nelle mura urbane, ma si estesero a quelli venduti nelle taverne. La misura iniziò ad alimentare le proteste di osti e clienti. Dopo vari anni di lamentele, non sempre pacifiche, gli osti ottennero dall’autorità competente la licenza di alzare i prezzi, cosa che naturalmente disturbò i clienti. Non c’era via di scampo: qualcuno da scontentare non manca mai. Tentativi di risolvere la questione limitando il numero delle taverne o instaurando un monopolio per la vendita del vino al dettaglio non portarono a nulla, anzi, non furono mai attuati, incontrando la prevedibile opposizione dei venditori. E intanto le mura crescevano.

Crebbero bene, tanto che  nel 1717 Filippo V scelse Cadice come città di riferimento per il monopolio commerciale americano e stabilì che la sede centrale dell’amministrazione di tale commercio fosse spostata da Siviglia proprio a Cadice. Qui dunque si stabilì la Casa de Contratación e qui si organizzò la Flota de Indias. La città era di nuovo sicura, grazie (anche) al vino.

Di Cadice e delle sue taverne ho scritto in Sbornie sacre, sbornie profane

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