Elezioni presidenziali USA. Storia di un’affluenza

Premessa

Questo post ha una lunga preparazione, ciononostante ho rischiato di non scriverlo e pubblicarlo, in segno di profonda delusione, nelle ore in cui ho temuto una rielezione dell’inquilino della Casa Bianca 2017/2020. Quando lo sfratto ha avuto la sua ufficialità, mi sono messo a rielaborare gli appunti ed eccoci qua. Scrivo un’analisi storica delle statistiche relative alla partecipazione al voto degli elettori statunitensi alle loro elezioni presidenziali, dalle origini fino al 2020 (anno per il quale i dati sono ancora parziali e andranno aggiornati). Aggiungo un’analisi delle principali modifiche legislative relative all’ammissione al voto.

Chi contare, come contare

Ci sono delle complicazioni oggettive nel presentare una riflessione di lungo periodo, come quella che segue:

I dati non sono stati raccolti con la medesima cura, stiamo parlando di un confronto lungo più di tre secoli;

Gli e le aventi diritto al voto sono molto cambiati nel corso del tempo;

Gli indicatori sono diversi: si può calcolare la percentuale dei votanti prendendo in considerazione l’età degli aventi diritto (Voting Age Population – VAP); oppure l’eleggibilità dei votanti, escludendo chi ha perso il diritto per esempio in seguito alla commissione di reati (Voting Eligible Population – VEP); oppure ancora i votanti registrati (Registered voters – RV).

Le differenze tra VAP, VEP e RV sono la ragione per la quale si trovano risultati diversi nei siti che si occupano del tema, come per esempio The American President Project, United States Election Project o Wikipedia. Il mio preferito è il primo (disponibile dal 1828), anche se il secondo propone uno spettro più ampio, basato su calcoli VEP relativi a tutte le elezioni (dal 1789). Proprio per questo, mi riferirò nelle righe ai dati della percentuale VEP calcolata dallo United States Election Project.

In conclusione vi proporrò un grafico riassuntivo, il post già sarà più lungo del solito, per questa ragione eviterò di analizzare singolarmente le elezioni, ma sceglierò alcuni momenti di svolta per sviluppare il mio/nostro tema.

Origini

Il principio del cammino elettorale fu riservato a pochi: la Costituzione del 1789 attribuì ai singoli Stati dell’Unione il diritto di disciplinare l’accesso al voto. La soluzione più frequente fu: votavano i maschi bianchi che avevano una proprietà e/o pagavano le tasse, una quota di popolazione stimata attorno al 6%. L’anno successivo fu specificato che i cittadini bianchi nati fuori dagli USA potevano diventare cittadini con diritto di voto. Di questi pochi, ancora meno votarono nelle elezioni presidenziali di fine Settecento, inizio Ottocento (1789-1808): le percentuali stimate oscillano tra il 6,3% e il 36,8%. Furono sempre molto basse fino al 1828 (prima volta oltre il 50%, precisamente 57,3%), con una crescita nel 1812 (40,4%), anno di guerra tra USA e Regno Unito.

Le cose cambiarono a partire dal 1840 (80,3%), quando si tennero le prime elezioni successive alla terribile crisi economica del 1837. Di lì in poi, per parecchio tempo la percentuale dei votanti si attestò tra il 70 e l’80%.

Guerra Civile (1861-65)

Fino a metà Ottocento ai cittadini liberi maschi neri qualche Stato del Nord concesse il diritto, salvo poi revocarlo. In generale, al momento dello scoppio della Guerra Civile (1861-65) il diritto era ancora assai limitato, e pure confuso, poiché ogni Stato andava per conto proprio, alcuni mantenendo le ristrette indicazioni legate a proprietà e tasse, altri allargando ma non troppo. Nel 1860 già si sentiva aria di guerra ed evidentemente l’interesse degli elettori per la politica era altissimo, l’81,8% scelse Abraham Lincoln. L’onda lunga della Guerra arrivò a bagnare le elezioni più partecipate della storia dell’Unione, quelle del 1876 (82,6%), nelle quali non vinse nessuno e il presidente fu nominato a seguito di un accordo politico che avrebbe determinato in negativo la vita dei cittadini afroamericani per quasi un secolo. Toccò a Rutherford Hayes, repubblicano, all’epoca il partito dei progressisti, e dei nordisti. Il prezzo dell’accordo fu la non ingerenza federale negli affari degli Stati del Sud, che tanto male avrebbe fatto in futuro.

Gli aventi diritto al voto erano aumentati di numero: nel 1868 il XIV Emendamento aveva concesso il diritto di voto a tutte le persone bianche di sesso maschile nate o naturalizzate negli Stati Uniti. Due anni dopo, il XV emendamento aveva abolito le restrizioni legate a razza, colore o precedente stato di schiavitù. Ma per i Nativi americani e gli immigrati cinesi la strada era ancora lunga. Il provvedimento fu subito contestato e contrastato negli Stati del Sud, gli ex-secessionisti. Qui viveva la maggior parte dei cittadini neri, qui si cercò in ogni modo di impedire loro di esercitare il diritto di voto. Qualche Stato iniziò a introdurre pure il voto femminile, pioniere il Wyoming nel 1869.

Altri emendamenti

Dal 1904 in poi la percentuale dei votanti non ha mai più superato il 70%, fino (forse) al 2020. Scrivo “forse” perché al momento di chiudere questo post la stima della partecipazione è ancora imprecisa e oscilla tra il 66% e il 72%. Fosse anche il 66%, sarebbe comunque il dato più alto dal 1900.

E chi ha votato in questi centosedici anni? Dal 1920 le donne maggiorenni (XIX Emendamento), ma alcuni Stati cercarono di limitare il diritto come era stato fatto per i maschi nel 1790: serviva avere qualche proprietà oppure essere contribuenti.

Solo nel 1887 i Nativi americani ebbero riconosciuto il diritto, vincolato però al disconoscimento dell’appartenenza tribale. Il limite fu tolto di mezzo nel 1924, ma alcuni Stati dell’Ovest (Arizona e New Mexico in primis) cercarono di resistere imponendo cavillose restrizioni, levate definitivamente di mezzo nel 1948. Nel 2020 in Wisconsin e Arizona, non proprio due stati di poco peso, il voto dei Nativi americani è stato decisivo. Il diritto di cittadinanza e voto agli immigrati cinesi risale invece al 1943.
Il XXIV Emendamento (1964) proibì le restrizioni al diritto di voto legate al pagamento delle tasse, mentre nel 1966 la Corte Suprema sancì che non si potevano addurre ragioni di salute o, ancora legate alla tassazione, per impedire alla gente di votare. Erano provvedimenti necessari negli Stati del Sud, dove il voto degli afroamericani continuava a essere boicottato in ogni modo.
Il XXVI emendamento, che poi è anche l’ultimo, (1971) abbassò l’età dell’elettorato passivo a diciotto anni (prima erano ventuno): i diciottenni potevano andare a combattere in Vietnam, non contribuire a scegliere il proprio presidente. Siamo così faticosamente arrivati al sistema attuale.

Perché in pochi

Oltre al fisiologico disinteresse, la risposta è facile: perché in un’Unione federale, dove ancora l’autonomia legislativa dei singoli Stati è piuttosto significativa, in molti luoghi votare può essere, passatemi il termine, un casino. In disordinata sintesi: per le particolari regole di costruzione dei seggi, votare può richiedere ore di coda; detenuti o condannati con diritto di voto possono essere costretti a complicati adempimenti burocratici per potere effettivamente votare; in molti Stati il riconoscimento dell’identità dei votanti è un deterrente. Pausa. Come un deterrente? Eh, già, in parecchi Stati dell’Unione non serve un documento, quindi si vota in fiducia. Un amico americano mi raccontava di una sua amica che, arrivata al seggio, si sentì dire che già c’era stata. Non era vero, ma non poté farci nulla. Questione di abitudini, o di cultura. Ripresa. Per il presidente si vota in un giorno feriale, e non è obbligatorio farlo. Di sicuro il voto per posta, di cui tutti siamo ormai diventati esperti, è stato un fattore di cambiamento nel 2020.

Sessanta e più per cento

Proprio gli anni decisivi della Guerra in Vietnam segnarono una partecipazione relativamente alta e costante, superiore al 60% per le tornate 1960-1964-1968. Per arrivare a sfiorare il 60% nel post-Vietnam servirono le elezioni successive all’Undici settembre, quelle del 2004. Per superarlo, invece, è stata decisiva la voglia di notificare a Donald Trump lo sfratto dalla Casa Bianca. O quella di cercare di lasciarlo ancora lì, ma loro non ce l’hanno fatta.

La morale

Il diritto di voto non è stato e ancora non è garantito il giusto. L’elettore si mobilita più vigorosamente quando avverte un pericolo. La percentuale dei votanti è un dato storicamente oscillante. Trump ha perso.

Come anticipato, le letture per questo post sono state molte e variegate. Il consiglio è unico però: seguite Francesco Costa, su Instagram, attraverso il suo sito, il podcast o la newsletter. Lui è l’esempio di un giornalismo di qualità fatto anche grazie alla storia.

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