Acqua. Una, tante storie

Da qualche tempo cerco di rispettare la cadenza bisettimanale dei post, giorni 21 e 6 di ogni mese. In questo strano marzo 2020, segnato per tutti noi dalla reclusione forzata, il secondo appuntamento è slittato di due giorni perché mi sono fidato dalla mia memoria, che ricordava 23 anziché 21. Poco male, cercherò di perdonare me stesso. Il post era in cantiere da giorni, pronto per fare riferimento al 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua. Il post però è cambiato in seguito a una lettura fatta ieri sera.

Un anno fa sul tema acqua avevo scritto in altra sede, precisamente qui, raccontando come la sua penuria non sia una novità nella storia dell’uomo, perché la storia certo non si ripete ma lascia un sacco di tracce per aiutarci a comprendere il presente e persino a immaginare un futuro plausibile. Dopo questo articolo del 2019, di acqua ho iniziato a occuparmi più in profondità, grazie soprattutto al progetto interdisciplinare CheAcqua, diretto alle scuole superiori e lanciato dalla Fondazione per la quale lavoro, in sinergia con altre istituzioni. Il mio ruolo è quello di guidare la classe che lavora sulla storia dell’acqua. Eravamo partiti dall’idea di ragionare su quella del sistema idrico in Trentino, ma dopo un’esperienza di alternanza scuola/lavoro e qualche chiacchierata (in presenza e virtuale) abbiamo preso strade diverse, dirette ben oltre i confini della regione in cui viviamo. L’acqua oggetto di storia. Lo è sotto molti, molti aspetti: l’arte, la gastronomia, la tecnologia, la religione (e la mitologia), la salute, l’ambiente, l’economia… con un facile sforzo di concretizzazione dell’idea astratta non sarà difficile per nessuno, credo, trovare esempi e aggiungere categorie. E poi ci sono naturalmente gli intrecci, per i quali l’esempio lo faccio io.

Partiamo dalla religione: per il cristiano l’acqua è fondamentale, nell’acqua e con l’acqua ci si battezza, si battezza e si benedice. Si ritiene poi che il pesce sia stato da ben più di un millennio privilegiato nella dieta di magro (gastronomia) rispetto alla carne degli animali di terra proprio perché, come gli altri frutti di mare, vive in acqua: la terra ha un che di maledetto, è l’ambiente dove il serpente è condannato a strisciare dopo avere indotto Eva a mangiare il frutto proibito. L’acqua purifica, come sa bene Noè quando deve affrontare il diluvio. E così via. I regolamenti di certi monasteri dell’alto Medioevo prevedevano l’obbligo per i monaci di assicurarsi che i luoghi scelti per le loro fondazioni fossero vicini ad acque pescose o comunque adatte ad avviare degli allevamenti ittici (ambiente, ma anche economia). La santità del vino era data anche dalla sua capacità di disinfettare un’acqua che spesso era troppo sporca per essere bevuta pura (salute). Ma fermiamoci qui, perché la mia intenzione per questo post (modificatasi come scritto ieri sera) è soprattutto quella di proporvi una sintesi di un articolo apparso su Le Monde per la giornata mondiale dell’acqua 2020, a firma di Martine Valo. Le Monde, un abbonamento che non finirò mai di elogiare, specie in questi giorni in cui l’informazione italiana sta dimostrando, quasi con crudeltà oserei dire, tutti i suoi preoccupanti limiti, costringendoci a leggere spesso malamente di un solo argomento.

L’acqua alla prova dei cambiamenti climatici

Un recentissimo rapporto rivela: le Nazioni Unite ritengono che nel 2050 circa il 52% della popolazione mondiale potrebbe soffrire gli effetti di una penuria d’acqua, anche nei luoghi in cui le precipitazioni sono abbondanti. Sta diminuendo l’accessibilità delle risorse idriche, la loro quantità e qualità e tutto questo è collegato con il cambiamento climatico.

Il tempo stringe: sono già quasi quattro miliardi gli individui che soffrono problemi legati alla penuria d’acqua per almeno un mese all’anno. La causa non è da ricercare solo nel riscaldamento globale ma anche, per esempio, nell’esplosione dei consumi a livello mondiale, accelerati a un ritmo vertiginoso negli ultimi anni. L’inquinamento delle falde sotterranee e dei corsi d’acqua aggrava la situazione.

Accelerata emergenza dei patogeni

I responsabili del programma ONU per l’acqua la considerano elemento chiave della maggior parte dei diciassette obiettivi dello sviluppo sostenibile. Eccone alcuni: lotte contro la fame, la povertà, la diseguaglianza di genere, il degrado del suolo e degli oceani. Più si alzano le temperature, più sale la domanda d’acqua, l’evaporazione si accentua e il suolo perde la propria umidità. Le interazioni tra il cambiamento climatico e questi aspetti della crisi dell’acqua sono indiscutibili: produzione di energia, agricoltura, ecosistemi contribuiscono al riscaldamento globale. Ma ci sono altre ripercussioni profonde della crisi, legate alla salute dell’uomo e analizzabili anche sotto la lente dell’attuale emergenza sanitaria e della diffusione degli elementi patogeni.

Le inondazioni e le precipitazioni estreme sono aumentate di più del 50% negli ultimi anni, se partiamo dai recentissimi anni 1980 la crescita è addirittura del 200%. Numeri solo di poco inferiori riguardano siccità e ondate di calore. La salute delle future generazioni, se questi numeri si confermeranno, dipenderanno grandemente dall’imprevedibilità di fenomeni meteorologici estremi. Secondo uno studio del 2019 negli ultimi vent’anni inondazioni e siccità hanno causato più di 166.000 morti, coinvolto più di 3 miliardi di persone e provocato perdite economiche quantificabili in 700 miliardi di dollari. Tra 1995 e 2015 le ondate di siccità hanno messo in difficoltà 1,1 miliardi di persone e causato 22.000 decessi, provocando incendi, spostamenti incontrollati delle persone e mancanze di ogni genere.

Stress idrico

Torniamo alla cifra scritta sopra: il 52% della popolazione mondiale potrebbe già nel 2050 soffrire gravissime conseguenze per la penuria d’acqua. Vediamo alcuni esempi: agglomerati urbani come Amman (Giordania) o Melbourne (Australia) rischiano di dover affrontare una diminuzione tra il 30% e il 49% della disponibilità d’acqua dolce, mentre per Santiago del Cile la previsione supera il 50%. Città del Capo (Sudafrica) queste sofferenze le ha già patite, si pensi che nel 2018 i rubinetti della città sono stati chiusi. Sono soprattutto i piccoli stati insulari a rischiare, alla luce delle loro scarse risorse, della prevedibile crescita del livello del mare e della conseguente invasione costiera dell’acqua salata.

L’agricoltura è di gran lunga la più grande consumatrice delle acque dolci disponibili sul pianeta, ne utilizza infatti il 69%; dovrà affrontare però una nuova sfida perché sarà la denutrizione una delle più grandi minacce della prevista nuova situazione. Il punto di osservazione non è sempre immediato: l’utilizzo appena menzionato, infatti, riguarda non solo quello che si mangia, ma anche gli agro-carburanti, carburanti ricavati da prodotti vegetali derivanti dalla produzione agricola, necessari nel settore dei trasporti.

Le riserve idriche vanno considerate assieme alle infrastrutture necessarie all’alimentazione, a dissetare l’umanità. Se queste strutture entrano in crisi, il genere umano entra in crisi. Alcuni esempi: le piene che fanno debordare le acque conservate nei depositi di depurazione, le siccità che inquinano le riserve d’acqua dolce. E teniamo conto che depositi e riserve già oggi non sono a disposizione di tutti.

Due milioni di morti si possono evitare

Questa la cifra dei decessi annui riconducibili alla penuria d’acqua, in grande percentuale relativa a bambini di meno di cinque anni, secondo una stima prudente della Organizzazione Mondiale della Sanità (2019). Le ragioni di questo inquietante tasso di mortalità riconducono a malattie diarroiche (830.000 vittime) e a infezioni delle vie respiratorie (370.000): acqua sporca e malsana che può persino essere assassina.

Difficile misurare l’impatto del cambiamento climatico sull’acqua, meno arduo invece calcolarne gli effetti sugli esseri umani e sugli ecosistemi. Sul primo aspetto si tendono a contare solo le malattie direttamente riconducibili alla scarsità (paludismo, malaria, colera), ma hanno molta rilevanza anche i danni sulla saluta mentale, per esempio l’angoscia da penuria, il trauma da catastrofe. Inoltre, il riscaldamento crea una ambiente favorevole alla riproduzione e moltiplicazione di vari agenti patogeni, in primo luogo quelli che identifichiamo come causa delle malattie cosiddette tropicali. C’è poi la capacità dell’acqua di trasportare i menzionati agenti patogeni, per non dire dell’inquinamento chimico che riguarda nitrati, fluoro, arsenico e molti altri elementi inquinanti, il cui impatto sulla nostra salute è ancora tutto da scoprire. Possibile anche che un fattore di altro rischio sia presente nel fare il bagno in laghi o fiumi infestati da alghe nocive, in mari nei quali nuotano pesci che a loro volta hanno sviluppato patologie legate all’inquinamento o al proliferare di microorganismi dannosi, agevolati nella propria sopravvivenza dal riscaldamento dell’acqua.

Le acque inquinate, magari inconsapevolmente, sono utilizzate per l’irrigazione delle terre coltivabili. Quelle ubicate nei pressi dei grandi agglomerati urbani sono le più a rischio. Ma è possibile riciclare, pulire l’acqua?

Desalinizzazione, cattura atmosferica, cattura degli iceberg

A fronte di tali dati, dei quali del resto si discute non da oggi, nel mondo si cercano vie alternative per procurarsi buona acqua. Le abbiamo brevemente elencate nel titolo del paragrafo, anche se un chiarimento serve per l’espressione “cattura atmosferica”: si tratta del tentativo di estrarre l’acqua dalle nebbie e dalle nubi. Queste però sono solo idee, forse affascinanti ma al momento impraticabili per il costo esorbitante delle tecnologie richieste a concretizzarle. Esistono però soluzioni praticabili, da imparare osservando la natura, pensiamo alle zone umide. Qui lo stoccaggio è organizzato dalla natura stessa, così come il filtraggio delle impurità, la ricarica delle falde; qui sarebbe possibile accogliere uccelli marini e pesci che in altre zone rischiano l’estinzione. Sono zone da studiare, il problema è che si stanno ritraendo, stanno addirittura scomparendo a ritmi preoccupanti.

L’acqua potrebbe dunque avere un ruolo nella resistenza al cambiamento climatico, anche se paradossalmente è una delle sue vittime. Si dovrebbe iniziare dall’economizzare le risorse, dunque risparmiando l’energia necessaria a pomparla, a trasportarla, ma anche limitando il suo utilizzo in agricoltura, con un vero e proprio cambio di modello di produzione. Importanti investimenti dovrebbero essere poi destinati alla pulizia delle acqua disponibili, cosa che sarebbe di enorme e immediato beneficio soprattutto ai paesi in via di sviluppo.

Fin qui Le Monde. Concludo riprendendo la parola e appuntando ancora una volta, perché non sono mai troppe, come la storia ci possa aiutare alla consapevolezza, a capire che esistono emergenze già vissute e affrontate, in maniera certo diversa ma importante da conoscere. A comprendere che il futuro si costruisce sui comportamenti del presente e del passato. A non dare niente per scontato e a non pensare che tutto sia ciclico o immutabile. Henri Pirenne, uno dei maestri della storia del XIX secolo, ha insegnato che lo storico è tale se ha una passione civile, un impegno civile. Lo scrivo traducendo nel linguaggio di oggi le sue parole, ma con la ragionevole convinzione di non tradirle.

Inquinamento marino

La fonte per questo post è, come scritto, l’articolo di Le Monde, ma sono anche le molte letture che sto facendo sulla storia dell’acqua, a partire dal capitolo dedicato da Massimo Montanari al tema nel libro Gusti del Medioevo per proseguire con le ricerche mirate fatte sull’indice tematico della Storia dell’Alimentazione curata dallo stesso Montanari e da Flandrin e dalla lettura di vari studi di Jacques Le Goff, nei quali magari l’acqua non è protagonista principale, ma c’è.

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