Conclave licenzioso. Banchetti da rinchiusi nel 1559.

Il più recente conclave ebbe durata davvero breve: solo cinque scrutini in due giorni, 12 e 13 marzo 2013, per eleggere papa il cardinale Bergoglio, oggi Francesco. Prima della clausura qualche simpatica storia a proposito di cibo era circolata: il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, aveva fatto sorridere i fedeli dopo aver celebrato la messa  nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario  domenica 10 marzo. Viste delle caramelle disse – me le prendo, perché in conclave si mangia male. Il cardinale Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto, aveva ordinato una carbonara in una trattoria romana, sostenendo che dopo il terzo giorno di conclave agli elettori sarebbero stati offerti pane secco e acqua. Un’esagerazione? Forse. Ma non lo sappiamo, perché oltre i tre giorni non si è andati. Il menu della breve clausura, preparato dalle suore di Santa Marta, prevedeva minestra, spaghetti, piccoli spiedini di carne e verdure bollite. Semplice e casereccio.

Di ben altre portate si parlò durante un conclave del tutto opposto a quello del 2013. Quattrocentocinquantaquattro anni prima (1559) i cardinali ebbero bisogno di quasi quattro mesi per eleggere colui che si sarebbe poi chiamato Pio IV. E in quei cento giorni abbondanti pare che nessuno avesse sofferto la fame. Secondo le molte testimonianze di quello che da un ambasciatore di Venezia fu definito il conclave più aperto e licenzioso che si fosse mai visto, i cardinali si abbuffavano senza ritegno mentre a Roma serpeggiava il pericolo della carestia: scarseggiavano il grano, le carni, il vino.

Un cronista mandato dal duca di Mantova a osservare il conclave per raccontarglielo, si mangiava con tanta abbondanza che sembrava di essere nei proverbiali banchetti di Lucio Licinio Lucullo, quando per un solo pasto si spendevano cifre inenarrabili. Il vino scorreva a fiumi e il fresco delle bevande era garantito dalla fornitura di ghiaccio, puntualmente recapitato a Roma due volte al giorno, direttamente dalle montagne abruzzesi. I servitori dei cardinali spendevano tanto per vitelle, uccellami e pollame da drogare il mercato, a discapito dei poveracci che della carne potevano permettersi solo i tagli più miseri. Lo stesso poteva dirsi per suppellettili e vasellame. Il dilungarsi dell’assemblea elettiva e le conseguenti pressioni in arrivo dal popolo romano e dai suoi rappresentanti aveva indotto i cardinali a inasprire le regole, introducendo delle limitazioni alla mensa. Decisero di accontentarsi di un solo tipo di vivanda al giorno, comunque cucinata arrosta et alesso a ogni pasto “che non si porti se non una sorte vivanda, ma arrosto et alesso ogni pasto e comunque con la possibilità di variare ogni giorno. Funzionò? Probabilmente non tutto a puntino, basti pensare che nonostante le presunte limitazioni il duca di Guisa Francesco entrò a visitare il fratello cardinale, Carlo, pare al solo scopo di condividere quattro giornate di generosi banchetti. E poi lo salutò, uscendo ben pasciuto. Un momento, ma come “entrò”? Non doveva essere il conclave luogo chiuso e protetto per eccellenza? Certo, fino a quando qualcuno non trovava una porticina da aprire.

cardinali convivio

Le informazioni qui raccolte provengono per i riferimenti al conclave di Francesco a una rassegna stampa dell’epoca, per quello di Pio IV alla lettura di documenti provenienti dalle corti mantovana e asburgica, le prime pubblicate da R. Rezzaghi, Cronaca di un conclave: l’elezione di Pio IV (1559), in Salesianum, 3, 1986, pp. 539-581, le seconde non pubblicate da nessuno e da me consultate nell’Archivio di Stato di Trieste, un sacco di tempo fa.

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