Pastasciutta bollente

Come molti degli amati lettori di questo blog bene sanno, sono a Boston  per sviluppare un progetto di storia dell’alimentazione.

Il viaggio dello storico è indietro nel tempo, che in questo caso significa non solo studiare memorie e documentazione di gente vissuta parecchio tempo fa, ma anche dopo qualche anno ripetere l’esperienza della condivisione di una casa con persone in prima battuta estranee. Come da studenti. Tutto sta andando bene, nonostante qualche shock culturale, il principale dei quali è coinciso con il momento in cui, armeggiando tra frigo e fornelli, ho scoperto una pentola d’acqua fredda messa sul fuoco (che poi in realtà è elettrico) assieme a pasta cruda e olio. Ho avuto un mancamento, ma sono rimasto in piedi e mi sono ripromesso di insegnare.

Di simili cattiverie avevo già parlato qui, quando da Berkeley avevo sentito il bisogno di chiarire come gli spaghetti, e la pasta in generale, meritino un rispetto che non sempre hanno.

Conservata nel bagaglio dello storico la scioccante esperienza, ho proseguito a viaggiare nel tempo, confermando la già confermata consapevolezza che i gesuiti hanno una marcia in più. Sto leggendo un manuale di comportamento, scritto nel 1941 per gli studenti di un collegio di Milwaukee, nel quale ampio e interessante spazio è riservato alle maniere della tavola. La voce che mi ha emozionato e riconciliato con l’orrenda pentola recita (in libera traduzione):

Spaghetti – A meno che tu non sia abituato a maneggiarli fin dalla nascita (e dunque a meno che tu non sia italiano), è meglio per te neanche provarci, ad arrotolarli sulla tua forchetta. A meno che davvero tu non sia esperto nel mangiarli in questo modo, meglio per te se usi la forchetta per tagliarli in piccole parti e poi portarli alla bocca con i denti della forchetta rivolti all’insù.

Anche i maccheroni, tagliali in piccole parti con la forchetta.

Perché se non te l’hanno insegnato dalla nascita, rassegnati!

È tempo di chiudere, l’acqua bolle…

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Il documento cui mi riferisco è inedito, ne devo la conoscenza a un amico gesuita che me lo ha prestato. 

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