Cibo in trincea. Carne e vino per i soldati della Grande Guerra

Quest post ha radici lontane, germogli mai spuntati di semi gettati nell’anno dell’Expo di Milano. Assieme all’amico prima che collega Marco Mondini eravamo stati invitati proprio all’Expo, per tenere una conferenza congiunta sul cibo nella Prima guerra mondiale. Poi chi ci invitò dimenticò dei dettagli e non se ne fece nulla. Marco e io ancora ne parliamo, magari addentando un panino nelle pause delle nostre escursioni camminanti, iscrivendo la mancata conferenza nel novero delle occasioni perdute.

Avevo iniziato a prepararmi, presto adocchiando un promettente opuscolo di un medico, Angelo Pugliese, che nel 1915 dedicò riflessioni davvero approfondite a “L’alimentazione del nostro soldato in guerra : relazione letta e discussa nella seduta del 21 ottobre 1915”. Ho studiato l’opuscolo, perché è studiando che s’impara, anche se può sembrare che a uno storico delle religioni poco debba interessare cosa si bevesse e mangiasse in trincea. Impressione sbagliata.

L’opuscolo di Pugliese è breve ma intenso, venti pagine ricche di dati, riflessioni e cibo per pensare. Di tutto questo ho scelto per il mio post la carne e il vino.

La carne. In tempo di guerra al soldato alpino si assegnavano 425 grammi di carne, 375 agli altri. Troppi, secondo il dottor Pugliese, che difende la propri a tesi con un ragionamento che si segue lasciandosi convincere. C’è un fattore economico: tali dosi, contando un milione di soldati –  fermiamoci un attimo e lasciamoci spaventare dalle cifre … proseguiamo – richiedono la macellazione giornaliera di 3.000 capi. Troppi. Tanto che si sacrificano le mucche da latte e i bambini piangono. E poi la carne fa bene, non v’è dubbio, ma troppa fa male. I combattenti francesi e inglesi ne mangiano anche di più, vero, però si portano dietro abitudini del tempo di pace. In Italia si mangia meno carne, la dieta è più varia, le risorse più differenziate. Lo dimostrano le cifre, che raccontano di come più si vada a sud, meno carne si consumi, anche all’interno dello Stivale: gusti e abitudini hanno profonde radici di ordine etnico, chiosa il dottore, quando noi magari (o almeno, alcuni di noi, mala tempora currunt) diremmo culturale anziché etnico.

Con simili razioni “noi portiamo un grave danno all’economia nazionale, senza un reale vantaggio per la salute e l’energia fisica del soldato”. Ma non esageriamo all’opposto: leviamo 50 grammi al giorno e questo basti, perché c’è da tenere bene in conto anche il fattore psicologico: il soldato è convinto che la carne gli dia forza. Pugliese non è convinto che fisiologicamente la cosa sia tanto fondata, ma la psicologia è una cosa seria; e per di più le bistecche piacciono, come sa chiunque sia passato per una trincea. Con tale riduzione ci sarà pure un grande beneficio all’economia nazionale, un risparmio di 500 quintali al giorno. I bambini riavranno il loro latte, i militari avranno più formaggio.

Il vino. Servono più calorie, il dottore lo spiega con grande chiarezza, analizzando di quanto si spenda marciando, di quanta energia ti rubi il freddo e la dura vita del fronte. Assodato che questo aumento di calorie non deve essere dato dalla carne, i medici francesi hanno proposto di trovarlo nel vino. Perché l’alcol concentrato è dannoso, quello diluito no, quindi facciamoli bere, questi militari. Pugliese non è affatto convinto della soluzione: “Io, pure non essendo un nemico dichiarato del vino, pure ritenendo mezzo poco pratico di lotta contro l’alcoolismo la propaganda per l’astinenza assoluta da ogni bevanda alcoolica, qualunque sia il suo grado di concentrazione, pure essendo fermamente convinto che anche per l’alcool è questione di misura, nullameno non posso essere pienamente d’accordo coi colleghi di Francia”. L’alcol è come un fuoco di paglia: scalda per un istante e poi il suo calore svanisce. Il vino serve per il fattore psicologico: il soldato lo vuole, gli piace, lo gusta con piacere e proprio per questo motivo merita vino di buona qualità, non gli scarti orrendi che troppo spesso trova negli spacci. Pasta e riso, le calorie vengano da lì. Nulla si dice sull’ottundimento da alcol dell’assalitore all’arma bianca.

Pugliese Alimentazione soldato copertina

Che impressione mi fanno le storie di guerra. Ho una gran voglia di approfondire, ciononostante, vari appunti di lettura ai quali mettere mano. Per il momento vi rimando al link dal quale si può leggere l’opuscolo che ho commentato

http://www.14-18.it/opuscolo/BSMC_CUB0527781/001

E poi, siccome ho nominato il Mondini, leggete il suo Il capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna https://www.mulino.it/isbn/9788815272843 . Perché non di sola storia dell’alimentazione vive il lettore di storia.

 

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