Mandorle bruciate. Sull’utilità della storia per evitare la fine dell’alimentazione

Quando ero uno studente di storia pensavo che sarebbe stato bello avviare una rivista, o una serie di studi, dedicata a quelli che, dentro di me, definivo “anni paradigmatici”, momenti dunque che hanno radicalmente cambiato il mondo. Credo fosse un’idea del cacchio, perché è vero che lo storico ha il compito di ridurre la complessità a qualcosa di comprensibile, ma non si può neppure esagerare con il rischio di perdere l’andamento lento dei processi epocali.
Mi è tornata alla mente questa mia idea del cacchio leggendo l’introduzione del libro La fin de l’alimentation, di Wilfried Bommert e Marianne Landzettel, pubblicato assai di recente in Francia.
Parentesi. Quella che ho letto è una traduzione di un libro tedesco uscito a fine 2017, libro che mi ero del tutto perso e che ho appunto conosciuto nella sua traduzione francese. E dire che solo pochi anni fa la mia conoscenza di lingua e cultura tedesca superava nettamente quella di lingua e cultura francesi. Le cose cambiano. Ma il titolo tedesco è più bello: Mandorla bruciata. Come il cambiamento climatico raggiunge il nostro piatto. Chiusa parentesi, neppure troppo lunga, dai.
Scrivevo dell’introduzione, dove si ragiona sul fatto che ci sono avvenimenti capaci di cambiare il mondo in un giorno, addirittura un’ora, e si fanno gli esempi della caduta del muro di Berlino, dell’11 settembre 2001, dello tsunami che nel marzo 2011 ha provocato l’incidente del reattore nucleare di Fukushima. Ma ci sono grandi cambiamenti per quali non possiamo indicare alcuna data, come il mutamento climatico.
Wilfried Bommert e Marianne Landzettel sono due giornalisti esperti di agronomia e hanno fatto un’inchiesta davvero bella e approfondita per cercare di capire come i grandi cambiamenti climatici incidano su quello che mangiamo, o meglio detto, su quello che ci viene proposto sul piatto.
Poca acqua? In California si produce più dell’80% delle mandorle che vanno poi in giro per il mondo, ma la siccità del 2016 ha reso improduttivi 32.000 ettari di terre coltivabili (sono le “mandorle bruciate” della traduzione tedesca). Troppa acqua? Le piogge abbondanti dell’agosto 2016 hanno compromesso in maniera gigantesca le coltivazioni di riso e soia della Louisiana.
E sono sempre gli scherzi della meteorologia a causare la proliferazione di parassiti nel bacino mediterraneo (olive); insetti che da meridione salgono verso Svizzera e Germania, dove distruggono le viti; le malattie degli ovini raggiungono livelli e latitudini sconosciuti a causa della proliferazione di certi insetti. La scomparsa di piccole alghe, dovuta al riscaldamento degli oceani, sta sconvolgendo le grandi catene alimentari marine. Solo per fare alcuni esempi, ma nel libro ce ne sono molti altri (Spagna, Paesi Bassi, valle del Nilo, India, Ghana, Brasile…).
L’agricoltura riuscirà a riempire per sempre i nostri piatti? È questa la domanda che ha fatto partire l’inchiesta, e i viaggi, di Bommert e Landzettel.
Il cambiamento climatico è irreversibile, si risponde, dunque dobbiamo trovare dei modi per attenuarne e compensarne gli effetti. Le tecnologie ci sono, cose si possono fare: migliorare la qualità del suolo, assicurare la sostenibilità economica di un’agricoltura realmente biologica, sviluppare sementi più resistenti ai capricci del clima, proteggere gli insetti impollinatori. Ma, a mio parere, c’è di più. Il di più siamo noi, che possiamo aumentare la consapevolezza, scegliere un’alimentazione sostenibile e rispettare il pianeta a partire dalla quotidianità delle piccole cose.
A che ci serve la storia? Ad aumentare questa consapevolezza. A capire che il qui e ora è il prodotto del laggiù e allora. Che la conoscenza delle dinamiche di medio e lungo periodo consente di orientare le scelte per il presente e il futuro. Anche quello delle cose che ci troviamo nel piatto. A comprendere che abbiamo sempre fatto i conti con il pane quotidiano, e questi conti continuiamo a farli, anche se in certe parti del mondo il cibo pare non essere un problema, perché c’è. A non dimenticare che la fame però esiste eccome, come esisteva nella campagne italiane del Cinquecento, per esempio. Per molti oggi l’urgenza potrà pure non essere più quella di garantirsi il pane quotidiano, ma è solo sostituita da quella di capire come e perché il nostro pane quotidiano è quello che è, renderci conto di quanto quel pane costi al pianeta.
La storia mica si ripete. Sarebbe troppo facile.

Bommert-MandelnFin alimentation

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