Balla triste.

Il 2018 è stato per me l’anno delle Sbornie. Letterarie, ovviamente. In aprile è uscito il libro di cui spesso ho dato conto in questo blog (e chissà se è finita qui) e del quale ho avuto parecchie occasioni di parlare pubblicamente: in libreria, in biblioteca, in università, in sala, all’aperto, in radio e in tv.

Ci sono state varie occasioni in cui con i lettori, o con chi è venuto ad ascoltarmi, si è discusso della tristezza dell’ubriachezza. Già, perché per quanto l’argomento si presti pure a un sorriso, la sbronza spesso è una cosa dolorosa, che porta con sé conseguenze drammatiche. Qualcuno mi ha detto che è stato difficile leggere il libro perché rimandava con la memoria a esperienze di ubriachezza violenta sopportate o viste nella propria vita. Sono d’accordo. Anche scrivere alcune pagine non è stato affatto facile. Penso soprattutto a quelle dedicate agli indiani del Nord America, quelli che abbiamo chiamato i pellerossa e rappresentato nei film western. Come ho potuto raccontare, credo siano loro il motivo primo per cui faccio lo storico, o meglio, per cui mi è nata la curiosità che mi ha spinto a intraprendere la strada che mi ha portato a questo mestiere. Pensare a come siano stati sterminati con il contributo fondamentale del whisky da quattro soldi continua a farmi accapponare la pelle.

La sbornia, oltre che sacra e profana, può dunque essere anche tragica. Lo sappiamo. Mi prendo allora lo spazio per ragionarci un po’ su e per commentare una bella pagina del quotidiano francese “Le Monde”, che nel numero di mercoledì 9 gennaio scorso ha dedicato un approfondimento alla dipendenza da alcol. Comincio dalla vignetta, che mostra un serioso tipo con un bicchiere in mano affermare “Brindo al successo del nostro piano di lotta contro le dipendenze” (allego sotto l’immagine). L’occasione dell’approfondimento è proprio il lancio di un piano approvato dallo Stato francese il 28 dicembre per contrastare le dipendenze (alcol, droga e tabacco). Mi limito a ragionare su quella da alcol. Le cifre fanno impressione: 49.000 persone in Francia muoiono per causa sua, 5 milioni sono quanti ne consumano quotidianamente, l’otto per cento dei minori di 17 anni beve alcol almeno dieci volte al mese. Il piano è stato lanciato in sordina, perché la cultura del buon vino, tipica dei vicini d’oltralpe come nostra, guarda con fastidio a un possibile neo-proibizionismo. Ci sono lamentele perché il governo sembra abbia annotato tale piano come tutt’altro che una priorità. Il buon vino muove il turismo, fa girare l’economia, crea posti di lavoro.  Produttori di vino, birra e superalcolici si sono offerti di stanziare 4,8 milioni di euro per finanziare un programma di prevenzione delle dipendenze. Chi opera nel settore (educatori, volontari, medici, infermieri) li ha accusati di tirchieria e di cinismo. Facile mollare gli spiccioli quando giocando sulla salute altrui ti guadagni i milioni, dicono.

Un’altra escursione nel mondo alcolico mi consente un link: la BBC propone in podcast uno splendido programma, che si intitola Food Chain. In una puntata dedicata a Louisville, Kentucky, si parla del bourbon e di come questo pregiato superalcolico determini l’economia di una città e persino del suo stato. Lo chiamano Bourbonism, il turismo del bourbon. La domanda di fondo è: può un superalcolico rivitalizzare una città? La risposta è sì. C’è però un contraltare e, come in Francia, anche qui ci si chiede: ma la dipendenza? La risposta è sempre quella: bere responsabilmente. Cosa niente affatto facile, altrimenti avremmo già risolto.

Tante domande. Nello studiare per preparare “Sbornie sacre, sbornie profane” mi sono chiesto “Perché si beve?” e ho provato a rispondere nel paragrafo che ho intitolato “Ma perché?”. Di ragioni ne ho trovate molte, anche contraddittorie, e non ho avuto altra scelta se non quella di proporre un modello di spiegazione presumibilmente incompleto e di certo complesso.

Torniamo in Francia. La seconda parte del dossier è quella più triste. Racconta la storia di un ragazzino di 16 e una ragazzina di 15 anni, entrambi caduti in coma etilico dopo una terrificante sbronza. Presa, in entrambi i casi, per sfida. Gareggiavano con gli amici a chi beve di più (anche qui in inglese c’è un’espressione apposita: binge drinking). La parte speranzosa della storia è che esistono dei protocolli per cui agli adolescenti che arrivano in ospedale in coma etilico viene offerto un sostegno, a opinione di Le Monde e nulla spinge a dubitare, molto serio e ben organizzato. Un educatore si prende cura di loro e delle famiglie. Ma per le storie a lieto fine, quante ce ne sono, scritte e non scritte, con esito infelice? Tante, lo sappiamo. Ancora oggi nel leggere o studiare storie dei Nativi Americani – oggi il termine corretto da usare è stato deciso sia questo – mi scopro a sognare di cambiarne il finale.

image-small-266931

Del dossier di Le Monde si può consultare liberamente solo l’articolo costruito sui casi di coma etilico https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/01/08/un-suivi-psychologique-obligatoire-pour-les-jeunes-hospitalises-pour-coma-ethylique_5406298_3224.html?xtmc=ivresse&xtcr=1 . Gli altri sono riservati agli abbonati (cosa che io sono, dunque non ho piratato nulla per leggere).

Il link a BBC Food Chain è nel testo (basta cliccare sulla parola “puntata”).

Il paragrafo del mio libro cui faccio riferimento è il primo del quarto capitolo (pp. 93-100)

Advertisements

Leave a Reply

Please log in using one of these methods to post your comment:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s