Lasagne con lo zucchero. Una questione di potere

Venti marzo 1642. È il giorno in cui un anonimo gesuita si prende la briga di sedersi al suo scrittoio messinese e di redigere, o quantomeno firmare, una lettera da spedire ai suoi superiori, quello siciliano e quello romano. Possiamo pensare che a muovere la sua penna sia stata la sensazione che la misura fosse davvero colma.

Da quando è entrato nella Compagnia di Gesù, almeno da quel momento ma probabilmente anche da prima, lui sa che il cibo non è uguale per tutti. Non lo è nelle comunità religiose, come non lo è in nessuna tavola. Gli ospiti hanno diritto a mangiare di più, chi fa fatica lo stesso, siano i suoi impegni intellettuali o fisici. Chi brucia, mangi. Va bene, certo, si accetta. Come si accetta che ci siano eccezioni al digiuno: se stai male hai diritto a qualche carezza. Le chiamano così, carezze. Se sei debole, mangia pure la carne al venerdì. E pazienza se tutti sanno che quel confratello male non ha, è solo goloso e ha un amico medico. Peccato di gola, se la vedrà con l’Altissimo.

Ma quel venti marzo 1642 è arrivato il momento di dire che adesso basta. Perché a fare il goloso, e a pretendere di poterlo fare in barba a ogni regola e, peggio, a ogni buona norma di condotta e coscienza, è addirittura la prima autorità di tutta la vasta provincia siciliana. Privilegi inaccettabili, di questo si tratta. Il provinciale. Prima di tutto non si accontenta di viaggiare nelle residenze da solo, no. È sempre con un compagno, lo stesso, e non avvisa che arriveranno in due. Così quel compagno, quell’assistente, quando arriva costringe qualcuno ad alzarsi da mensa e cedergli la sedia. Perché i posti sono contati. Il menu quello è, ma i due potenti vogliono di più, vogliono di meglio. Chiedono le lasagne con lo zucchero, mica piatti da poco. Pretendono minestre prelibate, pesci di pregio. E mangiano, mangiano senza ritegno, tanto che quando arriva il momento del dessert, che nel 1642 si chiama pospasto, esigono di più. Non sono queste le regole del gioco, e qualcuno lo deve pur dire. E allora ecco che quel qualcuno si siede allo scrittorio e comincia la sua lettera di protesta, lamento e denuncia. Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è quella caduta quando ha visto il capo di tutti loro fare finta di digiunare nei giorni di precetto. Fare finta perché avrà pure rinunciato alla carne, ma facendosi servire nel piatto un raffinato polpo, cibo squisito per eccellenza. E allora non basta che se la veda con l’Altissimo, bisogna che si sappia: il cibo non sarà mai uguale per tutti, ma questo è troppo.

Come è finita? Non lo so. Probabilmente non lo sapremo mai. Chissà, magari con un richiamo, probabilmente con un’indigestione, di certo con del rancore nato dalla certezza di assistere al consumarsi, nel piatto, di un’ingiustizia.

lasagnasugar-2510533_960_720

 

Il racconto nasce da una lettera che ho consultato nel fondo “Sicula” dell’Archivio Romano della Compagnia di Gesù.

Advertisements

Leave a Reply

Please log in using one of these methods to post your comment:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s