Cibo e fede. A margine di un convegno in Cambridge

Apro e chiudo una parentesi, tralasciando le storie legate al cibo per raccontare qualcosa dello storico legato al cibo. Qualcosa di buono che nutre il mio lavoro. Sono stato per la prima volta in vita mia a Cambridge, toccata e fuga, per partecipare a un convegno intitolato in maniera per me molto promettente “Food and Faith in the Early Modern World, c. 1400 – c. 1700”. Promesse mantenute.

La mia aspettativa era di andare in Inghilterra non solo e non tanto per raccontare quello che sto studiando, i miei progetti di ricerca, ma anche e piuttosto per ascoltare le idee degli altri. Obiettivo pienamente raggiunto, me ne torno con le tasche piene di suggestioni e nuove conoscenze, personali e storiche.

La prima cosa da elogiare… correggo, la prima persona da elogiare è Eleanor Barnett, che ha organizzato questa bella e riuscita iniziativa. Torniamo alla prima cosa, che è la curiosità è la capacità di far dialogare la storia con l’attualità. Perché accanto alle varie relazioni degli storici che si occupano di fatti accaduti tra 1400 e 1700 circa, Eleanor ha ben pensato di organizzare una tavola rotonda nella quale ha intervistato quattro leader religiosi (buddhismo, cristianesimo, ebraismo, induismo) sul tema “Cibo e fede oggi”. Perché, a ben guardare, se non ragioniamo sulle questioni attuali, a che ci serve la storia? Forse a fare un poco appetitoso sfoggio di erudizione, di cui io personalmente faccio volentieri a meno. Interviste ben fatte, con domande semplici e ben poste, con risposte senza scorciatoie.

La seconda cosa da elogiare è la qualità delle varie relazioni, nessuna esclusa, con una menzione particolare per alcuni dei giovani dottorandi che hanno presentato le proprie ricerche. Hanno dato prova di come gli inizi della carriera non debbano essere necessariamente legati a questioni di non troppo ampio respiro che consentono di rifugiarsi in quella poco simpatica erudizione di cui sopra. E per chi dottorando più non è, rimane piacevole vedere che i temi di ricerca progrediscono senza doversi ripetere anno dopo anno.

La terza cosa da elogiare è la ricca varietà degli argomenti. Non è infatti facile sentir parlare – bene e con grande cognizione di causa, giova ripeterlo – di cannibalismo ed eucaristia, di eresia e inquisizione, di cibo come pratica sociale in varie religioni, di feste e digiuni, di banchetti alla presenza di presunte streghe, di simboli, immagini, liturgie. Tutto questo in Europa, in America e in Asia.

La quarta cosa da elogiare è quel fantastico clima anglosassone in cui ci si chiama per nome e ci si dà dello “you”, senza grandi deferenze legate all’effimero grado accademico del chi è lei, chi sono io.

Mi fermo qui con gli elogi, riassumendoli in tutti nella dichiarazione che ho fatto a me stesso: è stato uno dei migliori convegni della mia carriera. Per questo almeno, vale un post.

Vi allego il riassunto dei temi trattati.

Io ho parlato di gesuiti e cibo, cercando di mettere in evidenza quali sono per me i tratti caratteristici della cultura alimentare gesuita nella prima età moderna: la moderazione (nel mangiare, nel bere e nel digiunare) da un lato, la concezione del pasto come fatto sociale e non individuale dall’altro. Sto scrivendo su questo.

Alla cena del convegno ho mangiato pesce d’acqua dolce, accompagnato da vino bianco spagnolo. Meglio il primo del secondo, ma è questione di gusti.

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