Il cibo è un’arma. Non sprecarlo!

Un’immagine, tante letture, molte chiacchiere, qualche conferenza. Questo post nasce così.

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L’immagine fa parte dell’armamentario della propaganda di guerra (II Mondiale) statunitense e la didascalia recita quanto già scritto nel titolo del post, proseguendo poi con queste indicazioni: “Compra con intelligenza, cucina con attenzione, mangialo tutto”.

Una bella rassegna di manifesti simili si può trovare qui.

Ma andiamo indietro e mettiamo subito in chiaro che lo spreco lo abbiamo inventato noi, o almeno, quelli che sono venuti poco prima di noi. Dove il “poco prima” va interpretato con i tempi lunghi della storia. Siamo abituati a pensare ai banchetti rinascimentali, o a quelli degli splendori delle corti settecentesche, come a momenti dove sovrani, nobili e ricchi in generale, sprecano il cibo buttandolo dalla finestra, abbandonandolo sulla tavola, ostentando un lusso che si quantifica in portate che nessuno stomaco umano è in grado di sostenere. Non funzionava esattamente così. Quel cibo veniva, in qualche modo, riciclato. La cultura dello spreco nasce con la società industriale, la società dei consumi. Gettare via il cibo che avanza è cosa recente. Intendiamoci, per recente intendiamo cosa del XIX secolo.

E quei banchetti? Il cibo andava mostrato perché abbondanza e opulenza erano segno di potere, ma non si sprecava. Per esempio, alla corte del Re Sole esisteva una vera e propria economia del recupero, gestita da funzionari regi il cui compito era quello di ridistribuire gli avanzi. Probabilmente chi beneficiava della redistribuzione non mangiava roba freschissima, ma l’idea di buttare gli avanzi nella spazzatura non esisteva.

A Venezia già dal 1300 (1299, a essere proprio pignoli) esistevano dei magistrati addetti al controllo dello spreco, i provveditori alle pompe. La Repubblica legiferava, cercando di limitare gli eccessi dei banchetti di nozze prima e di quelli privati poi, provando a contenerne gli orari, il numero di portate e persone invitabili. Attenzione soprattutto alle donne, colpevoli di inutile sfoggio di gioielli e abiti. Ingannare la legge è sempre possibile, e si faceva rendendo irriconoscibili i piatti proibiti (tagliandoli in pezzi così piccoli da renderli, appunto, irriconoscibili) o fingendo che le dame invitate fossero delle parenti strette.

Esisteva pure un interesse economico: il cibo recuperato contribuiva a costruire e alimentare una economia di vendita di cui poco sappiamo, a eccezione della sua esistenza. Tutte queste cose venivano recuperate in un’economia di vendita. In realtà questa economia non la conosciamo bene, ma la redistribuzione, il riutilizzo del cibo avanzato esisteva di sicuro. Nella Baghdad del X secolo il visir Hamid b. Abbas preparava abbondanti banchetti per ospiti e servi, a base di carne e pane bianco, cibi ricchi per la cultura dell’epoca. I servi però preferivano mangiare fagioli secchi per mandare le proprie razioni alle famiglie. Venutolo a sapere, Hamid b. Abbas decise di raddoppiare la loro razione, ma i servi continuarono a mangiare fagioli secchi, preferendo destinare il secondo pasto ai macellai, accumulando così un credito da utilizzare in occasione delle feste. Ecco un esempio di economia anti-spreco.

Le ricette del recupero sono un altro tassello del mosaico, per esempio nelle regole dei monasteri del medioevo si prevedeva di recuperare le briciole di pane dopo ogni pasto, così che alla fine della settimana si poteva preparare la torta di pane. Continueremo in seguito, perché oggi vorrei chiudere riprendendo il discorso da dove è iniziato: “Il cibo è un’arma, non sprecarlo!”. Affermazione che si potrebbe tradurre nel suo contrario: “Il cibo è un’arma, sprecalo!”.

Seconda Guerra Punica (218 a.C. – 202 a.C.) – quella degli elefanti, degli scontri terrestri e non navali, della presenza pluriennale di Annibale in Italia. Nel tentativo di fermare Annibale, a Roma si proclamò un editto per cui tutti gli abitanti delle regioni in cui il cartaginese stesse per arrivare dovevano abbandonare le campagne dopo aver bruciato le case e guastato le messi, così che all’esercito nemico mancasse ogni cosa.

La campagna di Russia di Napoleone Bonaparte (1812). Più i francesi avanzavano, più i russi si ritiravano, abbandonando le posizioni e ripiegando verso Mosca. Napoleone era convinto che la campagna più ricca attorno a Smolensk e Mosca avrebbe dato da mangiare ai soldati, perciò proseguì, ma nella ritirata i russi razziavano la terra e distruggevano le provviste. L’esercito francese cominciò a disintegrarsi quando gli uomini indeboliti dalla fame, iniziarono ad ammalarsi. Napoleone entrò in Russia a fine giugno del 1812. A fine luglio il suo esercito aveva perso 130.000 uomini e 80.000 cavalli senza avere ancora combattuto. Ad agosto una battaglia non decisiva fu combattuta a Smolensk, che cadde in mano francese, ma solo dopo che i russi avevano distrutto ogni scorta di cibo. Dopo la vittoria nella battaglia di Borodino (7 settembre) i francesi ebbero strada aperta verso la capitale. Arrivati però a Mosca, Napoleone e i suoi trovarono la città deserta e gran parte dei depositi di cibo distrutti. Fu l’inizio della fine.

Si potrebbe continuare, e in effetti, prima o poi, continuerò. Anche perché ben poco ho scritto di quei manifesti che consigliavo all’inizio del post.

Come anticipato, questo post nasce da tante cose: letture varie dei libri di Massimo Montanari, poi Kirti N. Chaudhuri, L’Asia prima dell’Europa (il primo capitolo), Carla Coco, Venezia in cucina; Tom Standage, Una storia commestibile dell’umanità. C’è sicuramente anche dell’altro, ma non sempre si può ricostruire tutto. 

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One thought on “Il cibo è un’arma. Non sprecarlo!”

  1. dai un’occhiata alla Public Law 480 del luglio 1953, “Food for Peace”, poi un giorno ti racconterò che quella legge c’entra molto con gli inizi del Mulino

    Il giorno 6 novembre 2018 10:51, Claudio Food History ha scritto:

    > claudiofoodhistory posted: “Un’immagine, tante letture, molte chiacchiere, > qualche conferenza. Questo post nasce così. L’immagine fa parte > dell’armamentario della propaganda di guerra (II Mondiale) statunitense e > la didascalia recita quanto già scritto nel titolo del post, prosegue” >

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