Jigmé Lingpa. Un monaco buddhista e il vegetarianismo

Debutta l’oriente, in questo mio blog. Per un articolo che stavo scrivendo sulla storiografia legata alla storia dell’alimentazione (non abbiate paura, la parte noiosa dovrebbe finire qui), un lettore mi ha consigliato di aggiungere il caso del buddhismo tibetano. Ho accolto il suggerimento e studiato.

C’è una questione di fondo, nella definizione del rapporto tra il credente e il suo modo di alimentarsi in questa religione: la condanna dell’uccisione di ogni essere vivente e il mangiare carne. Dove sta il problema? Basta diventare vegetariani! Certo, ma non è mica sempre facile, specie se immaginiamo la rilevanza della carne nella dieta tibetana, una rilevanza legata sia alle difficoltà di coltivazione proprie di climi rigidi come quello himalayano, sia delle convinzioni mediche tradizionali di, buttiamo lì una data, milleduecento anni fa (e via a seguire). Così come sappiamo dalle raccomandazioni di mamme e nonne soprattutto, la convinzione che la carne fosse indispensabile alla buona salute rimane ancora molto attuale, ma è stata data come certezza per diversi secoli.

Come fare allora? Ragionare sul compromesso. Mi ha particolarmente interessato in questo senso l’opera del monaco Jigmé Lingpa (1730-1798), che riconoscendo le difficoltà di praticare il vegetarianismo, propose delle soluzioni alternative. Scrisse molto Jigmé Limpa, e nelle sue opere mise in evidenza la necessità di evitare ogni sofferenze agli animali, ma pur elogiando la dieta vegetariana, non arrivò a condannare in toto la pratica del nutrirsi di carne. Come si comportasse lui non lo sappiamo, ma chi ne ha studiato in profondità vita e insegnamenti non sarebbe disposto a scommettere sul fatto che seguisse una dieta vegetariana. Difese però l’importanza delle preghiere capaci di purificare il cibo pronto a essere ingerito e di aiutare l’animale ad avere una migliore rinascita. Perché dopo il sacrificio del macello, la convinzione era che il destino dell’animale fosse proprio una rinascita. Al di là delle orazioni pre-pasto, il monaco suggerì anche dei più complessi rituali di purificazione riservati ai consumatori non occasionali di carne, quelli per i quali la preghiera della tavola non sembrava essere sufficiente. Un limitato utilizzo della carne, secondo l’opinione di Jigmé Lingpa e di altri maestri, poteva anche essere ammesso per scopi rituali. In questo caso non era la delicatezza dell’imposizione di una dieta a rilevare, ma la destinazione del cibo.

Siamo qui di fronte a un non semplice tentativo di conciliare le convinzioni religiose con le pratiche alimentari quotidiane. Sono questioni che non hanno né luogo, né tempo.

Nyingma_Jigme_Lingpa

Questo post nasce dalla lettura di G. Barstow, Buddhism Between Abstinence and Indulgence: Vegetarianism in the Life and Works of Jigmé Lingpa, in: «Journal of Buddhist Ethics», 20, 2013, pp. 74-104; tema poi ripreso e sviluppato nel primo capitolo di G. Barstow, Food of Sinful Demons: Meat, Vegetarianism, and the Limits of Buddhism in Tibet, New York, Columbia University Press, 2018 (lettura fresca fresca, come si vede dall’anno di pubblicazione).

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