Il salame del venerdì

Dopo tanto scrivere e parlare di ubriachi, sto passando con sobrietà dall’altra parte della barricata, studiando i digiunatori. Viaggio anche tra tempi e mondi, guardando vicino, al Trentino che ormai da qualche anno mi ospita generoso.

Il digiuno è cosa da cristiani, meglio dire da cattolici. Pensiamo solo che il calendario di digiuni (non mangiare in determinati momenti) e astinenze (evitare determinati ingredienti) a metà XVI secolo caratterizzava a tal punto la devozione, quella dei conventi femminili in particolare, che il calendario della buona monaca contava la spropositata cifra di più di duecento giorni di precetto all’anno. Niente carne, spesso niente latte e niente uova, pesce sì, però. E con il pesce si iniziarono a preparare manicaretti niente male. Per non dire dei dolci.

Ma facciamo un bel salto in avanti per arrivare al 1958, anno in cui il diciassettenne Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelè, incantava il mondo del calcio calpestando i prati dei campi mondiali svedesi. Sto divagando? Sto.

Ecco allora, nel 1958 un’anonima cuoca di Gradisca d’Isonzo, e chissà come le sue carte siano arrivate in archivio trentino, vergava di sua mano la ricetta del salame di tonno e acciughe. Perché anche nei giorni di magro l’occhio vuole la sua parte, e l’illusione di mangiare il salame quello vero può aiutare a sopravvivere alle ristrettezze del venerdì.

Domani è venerdì. Quasi quasi ci provo.

Ingredienti

Patate farinate kg 1

Tonno sott’olio grammi 350

Farina bianca grammi 200

Acciughe salate grammi 50

Prezzemolo grammi 30

Uova 3

Parmigiano cucchiai 3

Capperi pizzico 1

Noce moscata

Sale e pepe

Preparazione

Lavare bene senza pelare.

Cuocere in acqua salata. Nel frattempo tritare il tonno, le acciughe, i capperi, poi tritare il prezzemolo e unirlo al resto.

Aggiungere un uovo intero e rimescolare il tutto.

Pelare e schiacciare le patate, lasciarle raffreddare un po’, unire due uova e la farina, il parmigiano, il sale, il pepe, la noce moscata.

Impastare bene e stendere la pasta sopra una salvietta dandole una forma rettangolare.

Stendere sopra la pasta il composto.

Distribuirlo sopra indi chiudersi dentro la pasta, legare l’estremità e cuocere in acqua salata.

Lasciarlo cuocere per 40 minuti.

Levare dal fuoco, metterlo nel piatto ovale, poi si lascia raffreddare, togliere la salvietta.

Poi si taglia a fette, si serve con una salsa di pomodoro bene imburrato.

Il documento che vi ho raccontato è conservato nell’Archivio della Scrittura Popolare, Museo Storico in Trento. Ho trascritto con la sola aggiunta delle virgole.

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