Storia per il pubblico. Oltre il blog

Rileggo i miei post, lo faccio per trovare imprecisioni e per continuare a lavorare sul mio stile. Rileggendo, mi sono reso conto che non troppo raramente faccio dei rimandi. Oggi riprendo e sviluppo i rimandi che richiamano il mio impegno per divulgare la storia, al di là di questo blog. Che poi è un punto fermo per il mio orientamento.

Premessa. Non è affatto sbagliato, per questo post, partire dalla sempre utile Wikipedia, che alla voce public history propone l’efficace traduzione italiana “storia per il pubblico”. Cosa faccio io per il pubblico non accademico?

Cominciamo da un sito: https://www.lastoriatutta.org/. Lasciatevi incuriosire e andatevi a leggere il “Chi siamo”, e se non vi basta il mio consiglio provate a ragionare su questo motto di presentazione: “Raccontiamo il passato, scardiniamo il presente e muoviamoci all’arrembaggio del futuro”. Ho iniziato a collaborare con lastoriatutta inviando un paio di articoli, poi sono entrato in redazione, dove partecipo a un gruppo waazup tra i più divertenti della mia esperienza telefonica, e ho discusso, letto, valutato, ancora scritto.

Il mio impegno di scrittura si è al momento concentrato sulla storia degli Stati Uniti: l’occupazione di Alcatraz (1969-1971), Muhammad Ali che fu Cassius Clay, i Padri pellegrini e la Festa del Ringraziamento. Naturalmente, continua… .

Un’esperienza molto appagante di scrittura per il web è stata quella con il Giornale di Storia, dove nei tempi del lockdown fu pubblicata una mia riflessione sul tempo degli storici. Un tema questo che mi appassiona molto, sul quale rifletto da ben prima di fare il mio mestiere.

Proprio in tempo di lockdown avevo iniziato anche a lavorare sui podcast, uno sulla storia dell’acqua l’ho registrato per una classe di quarta superiore, con la quale lavoravo prima che le circostanze sanitarie ci impedissero di incontrarci di persona. Un secondo, dedicato alla storia dello sport, l’ho abbozzato in quattro puntate, che non escludo avranno un seguito. Li trovate qui.

L’interesse per il podcast ha avuto un’evoluzione notevole, perché con il mio amico e collega Enrico Valseriati mi sono lanciato in una nuova avventura, nella quale ci siamo impegnati con entusiasmo e determinazione. L’abbiamo chiamata Storici al microfono, e se non la conoscete, dateci un ascolto!

Mi piace molto scrivere su quotidiani e periodici, quando possibile. Non elenco qui l’elenco dei miei articoli, mi limito a scrivere che molto devo a Mentepolitica, e che ci sono state e conto ci saranno parecchie altre occasioni. Cerco sempre di dire di sì quando mi viene proposto di parlare di storia in pubblico, prima in presenza e ora online. Ho partecipato a vari festival, presentazioni, trasmissioni. Mi ripeto e, anche qui, scrivo che conti ci saranno parecchie altre occasioni.

Naturalmente, questo interesse per la divulgazione del mio ragionare da storico non nasce dal nulla, ma caratterizza da sempre il mio modo di fare il mestiere.

Mi limito, andando a ritroso, a ricordare che ho scritto tre libri per rivolgermi a lettori non accademici. Il primo, immagino introvabile, uscì in allegato con Il Sole 24 Ore. Si collocava all’interno di una collana pensata per far conoscere la Compagnia di Gesù, l’ordine religioso di papa Francesco. Era la biografia di un missionario gesuita, José de Acosta.

Il secondo seguiva la stessa logica: far conoscere la Compagnia di Gesù, pubblicato da il Mulino, è una sintesi della storia dei gesuiti dalle origini a papa Francesco.

Il terzo è Sbornie sacre, sbornie profane, una storia della conquista delle Americhe scritta seguendo il profumo e il sapore dell’alcol. Ma di questo ho scritto spesso.

Chiudo con una comunicazione. Questo è il primo dei miei post che non sarà lanciato su Facebook. L’ennesima vuota polemica letta su quel social mi ha provocato fastidio e stanchezza e me ne sono andato. Se dunque volete essere aggiornati sul blog, potete iscrivervi su WordPress o seguirmi su Twitter (dove sto molto più comodo che in Facebook).

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Un mese da lettore. Novembre

Prima di iniziare, avviso ancora una volta che non scrivo il titolo dei libri che ho interrotto, finito per dovere o che in generale non mi sono affatto piaciuti. E infine, i libri li catalogo quando li ho finiti e ci sono delle letture che prendono anche tre, quattro mesi; come per esempio saggi storici di più di mille pagine.

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima. Queste letture sono figlie di una conferenza alla quale ho partecipato, nella quale il mio amico Paolo Costa ha intervistato Cognetti. Allora mi sono andato a cercare qualcosa di suo, perché dopo aver letto Le otto montagne mi ero fermato. Questo “Senza mai arrivare in cima” è un bel reportage di cammino.

Paolo Cognetti, Il ragazzo selvatico. Un quaderno di montagna, avvisa l’editore: ed è una collocazione perfetta. Autobiografico, intimista, montanaro. La storia di una crisi personale alla quale si cerca soluzione nella solitudine dell’altitudine.

Michael Finkel, The Stranger in the Woods. Non sapevo esistesse una traduzione italiana di questo libro, l’ho scoperto dopo averlo terminato. La storia di un uomo che decide di scomparire nei boschi e che per sopravvivere ruba dappertutto. Poi lo prendono e Finkel ne ricostruisce le vicende di vita, a frammenti e non senza difficoltà, vista l’allergia al prossimo di cui soffre il protagonista.

Colson Whitehead, La ferrovia sotterranea. Non sapevo esistesse una traduzione italiana di questo libro, l’ho scoperto un anno dopo aver iniziato a leggerlo in inglese ed essermi arenato per la difficoltà del linguaggio. Poi ho ricominciato in italiano. Una storia di schiavitù, terribile, un libro sul male che ho fatto davvero fatica ad affrontare per la sofferenza che trasuda dalle pagine. Faccio fatica a consigliarlo, ma non a definirlo un capolavoro, come del resto dimostra la sfilza di premi che ha vinto.

Metto anche le cose Marvel. Ho letto il ciclo Thor. The Son of Asgard. Ne sapevo poco, della storia di Thor, non conoscevo il fumetto ma solo uno dei film. Per questo ho iniziato dai fumetti dedicati alla sua adolescenza. Stile Marvel molto fluido, vicende ricche di colpi di scena, con personaggi ben costruiti.

Ho interrotto un saggio storico perché raccontava in maniera didascalica cose che conosco bene, niente di male, ma non mi ha suscitato interesse.

Concludo con una nota senza titoli. Capita, per lavoro, di leggere libri che ancora non sono stati pubblicati. Lo si fa per aiutare autori o editori, nel primo caso a mettere ordine, nel secondo anche a decidere. Io lo faccio, e mi fa molto piacere farlo.

Con tutto il rispetto per Whitehead, non riesco a mettere qui la copertina del suo libro perché davvero l’ho trovato così difficile da reggere che non mi sento di consigliarlo come lettura del mese. E allora…

Economia da taverna. Cadice, XVII secolo

I termini con i quali definire i luoghi di distribuzione e consumazione dell’alcol, in età moderna ma pure oggi, avevano e hanno nomi diversi: bar, osterie, taverne, saloon, inn, bar, pub; andando indietro nel tempo possiamo considerarli sinonimi, nella consapevolezza della ricchezza e varietà del vocabolario.

Un caso che bene prova la rilevanza delle taverne (scegliamo questo nome e poi cambiamolo) per l’economia di certe città europee è quello della spagnola, andalusa Cadice, snodo centrale dei traffici atlantici fino a buona parte del Settecento. Distrutta in seguito all’assalto della flotta anglo-olandese nel 1596, la cinta muraria della città dovette essere ricostruita con particolare dispendio di denaro, visto il piano volto a edificare qualcosa di inespugnabile.

Le disponibilità della Corona spagnola non bastavano a sovvenzionare il progetto, per questo si iniziò fin dai primi anni del Seicento a tassare i consumi quotidiani, primo fra tutti il vino. La scelta di chi impone l’imposta ricade sui beni di largo consumo, altrimenti dove starebbe il guadagno? Allo stesso tempo, la reazione di chi subisce l’imposta non è sempre pacifica. Gli abitanti di Cadice non erano solo generosi consumatori di vino, ma gli scambi legati alla bevanda erano anche particolarmente floridi anche per la sua abbondante esportazione verso i domini d’oltremare. C’era di che infastidirsi, tanto più che la monarchia non si fermò, poiché gli introiti non furono sufficienti. Una Cedola Reale datata
14 luglio 1693 stabilì allora per la municipalità il diritto di imporre nuove imposte su vino, birra, olio e aceto: da allora furono questi, assieme all’acquavite, i prodotti protagonisti del finanziamento delle fortificazioni.

Neppure questo fu sufficiente a garantire il denaro necessario alla ricostruzione. I gravami non si limitarono più ai liquori che entravano nelle mura urbane, ma si estesero a quelli venduti nelle taverne. La misura iniziò ad alimentare le proteste di osti e clienti. Dopo vari anni di lamentele, non sempre pacifiche, gli osti ottennero dall’autorità competente la licenza di alzare i prezzi, cosa che naturalmente disturbò i clienti. Non c’era via di scampo: qualcuno da scontentare non manca mai. Tentativi di risolvere la questione limitando il numero delle taverne o instaurando un monopolio per la vendita del vino al dettaglio non portarono a nulla, anzi, non furono mai attuati, incontrando la prevedibile opposizione dei venditori. E intanto le mura crescevano.

Crebbero bene, tanto che  nel 1717 Filippo V scelse Cadice come città di riferimento per il monopolio commerciale americano e stabilì che la sede centrale dell’amministrazione di tale commercio fosse spostata da Siviglia proprio a Cadice. Qui dunque si stabilì la Casa de Contratación e qui si organizzò la Flota de Indias. La città era di nuovo sicura, grazie (anche) al vino.

Di Cadice e delle sue taverne ho scritto in Sbornie sacre, sbornie profane

Elezioni presidenziali USA. Storia di un’affluenza

Premessa

Questo post ha una lunga preparazione, ciononostante ho rischiato di non scriverlo e pubblicarlo, in segno di profonda delusione, nelle ore in cui ho temuto una rielezione dell’inquilino della Casa Bianca 2017/2020. Quando lo sfratto ha avuto la sua ufficialità, mi sono messo a rielaborare gli appunti ed eccoci qua. Scrivo un’analisi storica delle statistiche relative alla partecipazione al voto degli elettori statunitensi alle loro elezioni presidenziali, dalle origini fino al 2020 (anno per il quale i dati sono ancora parziali e andranno aggiornati). Aggiungo un’analisi delle principali modifiche legislative relative all’ammissione al voto.

Chi contare, come contare

Ci sono delle complicazioni oggettive nel presentare una riflessione di lungo periodo, come quella che segue:

I dati non sono stati raccolti con la medesima cura, stiamo parlando di un confronto lungo più di tre secoli;

Gli e le aventi diritto al voto sono molto cambiati nel corso del tempo;

Gli indicatori sono diversi: si può calcolare la percentuale dei votanti prendendo in considerazione l’età degli aventi diritto (Voting Age Population – VAP); oppure l’eleggibilità dei votanti, escludendo chi ha perso il diritto per esempio in seguito alla commissione di reati (Voting Eligible Population – VEP); oppure ancora i votanti registrati (Registered voters – RV).

Le differenze tra VAP, VEP e RV sono la ragione per la quale si trovano risultati diversi nei siti che si occupano del tema, come per esempio The American President Project, United States Election Project o Wikipedia. Il mio preferito è il primo (disponibile dal 1828), anche se il secondo propone uno spettro più ampio, basato su calcoli VEP relativi a tutte le elezioni (dal 1789). Proprio per questo, mi riferirò nelle righe ai dati della percentuale VEP calcolata dallo United States Election Project.

In conclusione vi proporrò un grafico riassuntivo, il post già sarà più lungo del solito, per questa ragione eviterò di analizzare singolarmente le elezioni, ma sceglierò alcuni momenti di svolta per sviluppare il mio/nostro tema.

Origini

Il principio del cammino elettorale fu riservato a pochi: la Costituzione del 1789 attribuì ai singoli Stati dell’Unione il diritto di disciplinare l’accesso al voto. La soluzione più frequente fu: votavano i maschi bianchi che avevano una proprietà e/o pagavano le tasse, una quota di popolazione stimata attorno al 6%. L’anno successivo fu specificato che i cittadini bianchi nati fuori dagli USA potevano diventare cittadini con diritto di voto. Di questi pochi, ancora meno votarono nelle elezioni presidenziali di fine Settecento, inizio Ottocento (1789-1808): le percentuali stimate oscillano tra il 6,3% e il 36,8%. Furono sempre molto basse fino al 1828 (prima volta oltre il 50%, precisamente 57,3%), con una crescita nel 1812 (40,4%), anno di guerra tra USA e Regno Unito.

Le cose cambiarono a partire dal 1840 (80,3%), quando si tennero le prime elezioni successive alla terribile crisi economica del 1837. Di lì in poi, per parecchio tempo la percentuale dei votanti si attestò tra il 70 e l’80%.

Guerra Civile (1861-65)

Fino a metà Ottocento ai cittadini liberi maschi neri qualche Stato del Nord concesse il diritto, salvo poi revocarlo. In generale, al momento dello scoppio della Guerra Civile (1861-65) il diritto era ancora assai limitato, e pure confuso, poiché ogni Stato andava per conto proprio, alcuni mantenendo le ristrette indicazioni legate a proprietà e tasse, altri allargando ma non troppo. Nel 1860 già si sentiva aria di guerra ed evidentemente l’interesse degli elettori per la politica era altissimo, l’81,8% scelse Abraham Lincoln. L’onda lunga della Guerra arrivò a bagnare le elezioni più partecipate della storia dell’Unione, quelle del 1876 (82,6%), nelle quali non vinse nessuno e il presidente fu nominato a seguito di un accordo politico che avrebbe determinato in negativo la vita dei cittadini afroamericani per quasi un secolo. Toccò a Rutherford Hayes, repubblicano, all’epoca il partito dei progressisti, e dei nordisti. Il prezzo dell’accordo fu la non ingerenza federale negli affari degli Stati del Sud, che tanto male avrebbe fatto in futuro.

Gli aventi diritto al voto erano aumentati di numero: nel 1868 il XIV Emendamento aveva concesso il diritto di voto a tutte le persone bianche di sesso maschile nate o naturalizzate negli Stati Uniti. Due anni dopo, il XV emendamento aveva abolito le restrizioni legate a razza, colore o precedente stato di schiavitù. Ma per i Nativi americani e gli immigrati cinesi la strada era ancora lunga. Il provvedimento fu subito contestato e contrastato negli Stati del Sud, gli ex-secessionisti. Qui viveva la maggior parte dei cittadini neri, qui si cercò in ogni modo di impedire loro di esercitare il diritto di voto. Qualche Stato iniziò a introdurre pure il voto femminile, pioniere il Wyoming nel 1869.

Altri emendamenti

Dal 1904 in poi la percentuale dei votanti non ha mai più superato il 70%, fino (forse) al 2020. Scrivo “forse” perché al momento di chiudere questo post la stima della partecipazione è ancora imprecisa e oscilla tra il 66% e il 72%. Fosse anche il 66%, sarebbe comunque il dato più alto dal 1900.

E chi ha votato in questi centosedici anni? Dal 1920 le donne maggiorenni (XIX Emendamento), ma alcuni Stati cercarono di limitare il diritto come era stato fatto per i maschi nel 1790: serviva avere qualche proprietà oppure essere contribuenti.

Solo nel 1887 i Nativi americani ebbero riconosciuto il diritto, vincolato però al disconoscimento dell’appartenenza tribale. Il limite fu tolto di mezzo nel 1924, ma alcuni Stati dell’Ovest (Arizona e New Mexico in primis) cercarono di resistere imponendo cavillose restrizioni, levate definitivamente di mezzo nel 1948. Nel 2020 in Wisconsin e Arizona, non proprio due stati di poco peso, il voto dei Nativi americani è stato decisivo. Il diritto di cittadinanza e voto agli immigrati cinesi risale invece al 1943.
Il XXIV Emendamento (1964) proibì le restrizioni al diritto di voto legate al pagamento delle tasse, mentre nel 1966 la Corte Suprema sancì che non si potevano addurre ragioni di salute o, ancora legate alla tassazione, per impedire alla gente di votare. Erano provvedimenti necessari negli Stati del Sud, dove il voto degli afroamericani continuava a essere boicottato in ogni modo.
Il XXVI emendamento, che poi è anche l’ultimo, (1971) abbassò l’età dell’elettorato passivo a diciotto anni (prima erano ventuno): i diciottenni potevano andare a combattere in Vietnam, non contribuire a scegliere il proprio presidente. Siamo così faticosamente arrivati al sistema attuale.

Perché in pochi

Oltre al fisiologico disinteresse, la risposta è facile: perché in un’Unione federale, dove ancora l’autonomia legislativa dei singoli Stati è piuttosto significativa, in molti luoghi votare può essere, passatemi il termine, un casino. In disordinata sintesi: per le particolari regole di costruzione dei seggi, votare può richiedere ore di coda; detenuti o condannati con diritto di voto possono essere costretti a complicati adempimenti burocratici per potere effettivamente votare; in molti Stati il riconoscimento dell’identità dei votanti è un deterrente. Pausa. Come un deterrente? Eh, già, in parecchi Stati dell’Unione non serve un documento, quindi si vota in fiducia. Un amico americano mi raccontava di una sua amica che, arrivata al seggio, si sentì dire che già c’era stata. Non era vero, ma non poté farci nulla. Questione di abitudini, o di cultura. Ripresa. Per il presidente si vota in un giorno feriale, e non è obbligatorio farlo. Di sicuro il voto per posta, di cui tutti siamo ormai diventati esperti, è stato un fattore di cambiamento nel 2020.

Sessanta e più per cento

Proprio gli anni decisivi della Guerra in Vietnam segnarono una partecipazione relativamente alta e costante, superiore al 60% per le tornate 1960-1964-1968. Per arrivare a sfiorare il 60% nel post-Vietnam servirono le elezioni successive all’Undici settembre, quelle del 2004. Per superarlo, invece, è stata decisiva la voglia di notificare a Donald Trump lo sfratto dalla Casa Bianca. O quella di cercare di lasciarlo ancora lì, ma loro non ce l’hanno fatta.

La morale

Il diritto di voto non è stato e ancora non è garantito il giusto. L’elettore si mobilita più vigorosamente quando avverte un pericolo. La percentuale dei votanti è un dato storicamente oscillante. Trump ha perso.

Come anticipato, le letture per questo post sono state molte e variegate. Il consiglio è unico però: seguite Francesco Costa, su Instagram, attraverso il suo sito, il podcast o la newsletter. Lui è l’esempio di un giornalismo di qualità fatto anche grazie alla storia.

Un mese da lettore. Ottobre

Eccoci arrivati alla rassegna delle personali letture per quello che è stato, a questo proposito, un buon mese, forse un ottimo mese. Pochi sono stati gli innominati, gli interrotti, gli scartati. Solo un romanzo con buone critiche ma per me illeggibile per il disordine di trama. E un saggio improvvisato. Ricordo la regola: non menziono il titolo dei libri che proprio non mi sono piaciuti.

Devo poi imparare a non scrivere promesse, il proposito di preparare questo post per l’ultimo giorno del mese già due volte è crollato. Teniamoci un range di date. E cominciamo:

Cristina Cassar Scalia, La salita dei saponari. Audiolibro. Terzo della serie dedicata a Vanina Guarasi e al suo mondo, purtroppo al mio gusto il meno riuscito, sia per la trama, sia per le crepe che si intravvedono nella pur bella ambientazione. L’ascolto rimane comunque avvincente.

Karl Ove Knausgard, La morte del padre. Non mi spavento a usare il termine “capolavoro”. La saga di Knausgard è un progetto sul quale vale la pena informarsi. Io ne ero venuto a conoscenza su suggerimento di un amico americano, Mark, che mi aveva regalato una piccola antologia. Avevo letto per esercitarmi nell’inglese (tradotto dal norvegese) e poi non avevo approfondito, chissà perché, in fondo mi era piaciuto. Poi un’intervista all’autore ha fatto squillare il campanello dei ricordi. Sono entrato nel suo mondo e non sarà facile uscirne, ma perché mai dovrei farlo? Della trama non scrivo nulla, faccio fatica a condensare e il titolo basti.

Daniel Immerwar, L’impero nascosto. Libro già più volte protagonista in questo blog, leggete qui se vi fosse sfuggito, e se al contempo vi interessasse. Esempio di saggio storico ottimo, riccamente informativo e metodologicamente interessantissimo. Anche in questo caso siamo a livello altissimo.

Arnaldur Indridason, La ragazza della nave. Audiolibro. Un giallo storico, con un intreccio ben costruito. Bella lettura di intrattenimento, racconta di un mondo nordico del quale non so molto ed è questo un valore aggiunto.

Giuseppe Mammarella, Storia degli Stati Uniti dal 1945 a oggi. Lettura informativa, parte del percorso che sto facendo per capire un Paese non di facile e immediata comprensione. Il libro ha soddisfatto le mie aspettative.

Karl Ove Knasugard, Un uomo innamorato. Seconda parte della saga, la vita di Karl Ove a Stoccolma. L’entusiasmo si conferma. Non è una lettura emotivamente indifferente, quindi prima di affrontare la terza tappa mi prendo una pausa. Era da qui che il mio amico Mark aveva scelto l’antologia da regalarmi, perché si parla di paternità e noi padri siamo.

Conclusi i libri di ottobre, mi prendo lo spazio per un elogio a Daredevil, del quale ho chiuso la lettura della saga 2015/2018, trovate qui le informazioni. Un fumetto pieno di colpi di scena, come ovvio, ma con una linea narrativa sopra le righe il giusto, non troppo, non poco. A mio gusto un fumetto top.

In conclusione, in una corsa di livello olimpico e salva la menzione d’onore di vari concorrenti, il vincitore del mese è

L’impero nascosto, Daniel Immerwahr

Di questo davvero ottimo libro ho già scritto qui, raccontando delle implicazioni alimentari di una guerra non tra le più note, quella combattuta dagli Stati Uniti nelle Filippine a fine XIX secolo.

A essere precisi, di Stati Uniti ho scritto parecchio negli ultimi tempi, qui sul blog ma soprattutto altrove, ci sarà tempo per fermarsi con calma sulla questione, ma oggi mi voglio dedicare al libro di Immerwahr. Dall’Impero nascosto c’è moltissimo da imparare sia sui contenuti, sia sul metodo.

Di cosa si tratta? Immerwahr, che insegna alla Northwestern University, è uno storico esperto di Stati Uniti e in questo lavoro racconta la crescita impetuosa della potenza americana negli ultimi meno di due secoli, esaminando le sue conquiste internazionali, concentrate in buona percentuale tra isole e zone costiere dell’Oceano Pacifico.

Qui serve una carta geografica, che rovesci la nostra abituale prospettiva eurocentrica:

Alaska, Hawaii, Filippine, Puerto Rico, Guam… sono tutti territori/isole parte, ex-colonie, protettorati insomma strettamente vincolati agli USA, la cui storia passa molto da questi mondi pacifici. Guardate a questa mappa e pensate alla Seconda Guerra Mondiale, che gli Stati Uniti iniziarono a combattere prima di tutto contro il Giappone. Immaginate l’importanza strategica delle isole del Pacifico. Ecco, Immerwahr non immagina, spiega. E lo fa bene, con uno stile ficcante e spesso capace di ironia. Io ho letto la traduzione italiana (Einaudi), molto buona. C’è tantissimo altro, a raccontare come e perché gli Stati Uniti siano ovunque, culturalmente e geograficamente, possano essere definiti un impero, certo non paragonabile a quelli di età moderna; la storia prende strade nuove.

Metodo. Abbiamo ormai quasi tutti imparato che il mondo è connesso, cosa molto chiara se pensiamo alla storia recente a stelle e strisce, e dunque il Pacifico non può bastare, e infatti a Immerwahr non basta. Uno dei suoi grandi meriti in questo ottimo libro è di raggiungere l’obiettivo per me primario del lavoro dello storico: ridurre la complessità senza tradirla. Un esempio, questa volta Atlantico. Quando l’esercito americano si impegnò in Europa nella Seconda Guerra Mondiale, trovandosi a gestire materiali e logistica si presentarono problemi enormi. Fu il caso delle viti: quelle americane avevano una filettatura diversa di quelle inglesi e si rivelavano inservibili. Problemi simili erano sorti anche all’interno degli Stati dell’Unione. Non sono questioni da poco, e anche da simili impasse passa la storia del mondo. Immerwahr lo sa bene, non lo dimentica e lo spiega. Utilizza le mappe e le immagini, dosa con grande equilibrio le citazioni.

Un libro che merita la lode.

Elezioni in tempo di guerra: il presidente Abraham Lincoln (1864)

Inizio a scrivere queste righe al primo mattino di giovedì 8 ottobre. Sono e saranno giorni nei quali il mio interesse per la news è catturato in grossa percentuale dalle prossime elezioni americane. Anticipiamo subito quello di cui scriverò e torniamo poi indietro per qualche commento. Vi racconterò di un’elezione tra le più straordinarie della storia: la scelta del presidente degli Stati Uniti in piena Guerra Civile (1861-1865).

Torniamo indietro per qualche commento. Chi si interessa di Stati Uniti, o più in generale di mondo, probabilmente sa che siamo in periodo di dibattito tra candidati alla presidenza e alla vice-presidenza. Il mio informatore preferito, a questo proposito, è Francesco Costa, vicedirettore del Post sempre molto attento alla storia. Oltre al suo sito e al suo blog, consiglio vivamente di seguire il suo profilo Instagram.

Oggi giovedì 8 ottobre sappiamo che il presidente/candidato Donald Trump ha il Covid e 74 anni e che il candidato Joe Biden sta per compiere 78 anni. Alla luce di questi dati di fatto, risultano molto importanti le figure dei candidati vice-presidenti Mike Pence (1959, vice-presidente in carica) e Kamala Harris (1964): potrebbero nei prossimi anni, addirittura mesi, trovarsi a fare i presidenti. Non sarebbe la prima volta.

La menzionata positività al Covid di Trump ha fatto risuonare da più parti la domanda: possibile che le elezioni vengano rinviate? Non sono tempi in cui ci si sente di escludere un’eventualità di qualsiasi tipo, ma possiamo dare l’ipotesi quantomeno per improbabile, anche perché, come hanno detto e scritto in molti, le elezioni si sono fatte persino in piena Guerra Civile. Ed eccoci entrare nel mezzo delle cose di questo post: le elezioni si sono fatte persino in piena Guerra Civile ho appena scritto, dunque quando si combatteva in territorio statunitense, con un fronte diviso e mobile, in battaglie assai cruente.

Le ventesime elezioni americane erano in calendario per martedì 8 novembre 1864. La Guerra tra Unionisti e Confederati stava prendendo una piega spiccatamente favorevole al Nord (Unionisti), specie dopo la battaglia di Atlanta (22 luglio 1864), nella quale il già provato esercito degli Stati del Sud soffrì un enorme numero di perdite. Gli storici sono concordi nel ritenere tale battaglia un punto di svolta per la riconferma di Lincoln, prima di allora data per improbabile alla luce degli eccessivi costi in vite umane del conflitto. Il presidente Abraham Lincoln (1809-1865) poteva dunque guardare con speranza crescente e fino a qualche mese prima dell’estate 1864 probabilmente inattesa alla vittoria dell’Unione. Si ripresentò come candidato del partito repubblicano, il suo avversario fu George McClellan (1826-1885). I due non andavano affatto d’accordo. McClellan era stato per un periodo comandante in capo dell’esercito unionista, avrebbe in questa veste dovuto obbedire al suo presidente, Lincoln appunto. Scrivo “avrebbe” perché di fatto non lo fece: andò avanti di testa propria, insubordinato e persino supponente. Fu rimosso dall’incarico e si presentò come candidato alla presidenza, cercando di opporsi all’intransigenza di Lincoln mostrandosi quale sostenitore della pace, proteso a ogni sforzo per chiudere la Guerra Civile. Lincoln, al contrario, rimase fermo nel proposito di ottenere dai Confederati una resa senza condizioni. Come anticipato, era questa una posizione rischiosa e considerata perdente, ma la scelta di rimanere coerenti si rivelò, in termini elettorali, un successo.

Nonostante la Guerra, gli elettori si presentarono in buon numero alle urne. Votò infatti il 73,8% degli aventi diritto al voto. Certo non si possono paragonare le mele con le pere, certo la individuazione degli “aventi diritto al voto” è cambiata enormemente nel corso degli anni, ma se date un’occhiata qui vi renderete conto di come tale percentuale sia molto lontana da quelle cui siamo abituati oggi. A eleggere Trump nel 2016 è stato, per esempio, il 55,67% degli elettori. Per gli altri numeri, guardate pure il link che vi ho appena proposto.

Perché mele e pere? Perché a votare negli Stati Uniti del 1864 erano in pochi.

Non i neri, che il diritto al voto lo avrebbero ottenuto con il XV emendamento (1870): “Sezione 1 – Il diritto di voto dei cittadini degli Stati Uniti non potrà essere negato o limitato dagli Stati Uniti o da qualsiasi Stato in ragione della razza, del colore o della precedente condizione di schiavitù”.

Non le donne, che lo avrebbero ottenuto con il XIX emendamento (1920): “Sezione I – Il diritto di voto dei cittadini degli Stati Uniti non potrà essere negato o disconosciuto dagli Stati Uniti o da uno degli Stati a motivo del sesso”.

Non gli elettori degli undici Stati confederati e quindi ribelli, che in quanto tali furono esclusi dai conteggi.

I votanti furono in totale poco più di 4 milioni e Lincoln vinse con il 55% dei voti, ma più della percentuale del voto popolare, sappiamo che negli States importa il voto diviso per Stati, visto il sistema maggioritario tuttora vigente. Qui il suo successo fu molto più netto: Lincoln vinse in 22 stati, McClellan in 3. Quelli di Lincoln sarebbero stati addirittura 24, ma non furono conteggiati i voti raccolti nei distretti militari occupati dall’Unione negli Stati secessionisti della Louisiana e del Tennessee. Fu, insomma, un trionfo del presidente uscente, rafforzato da un successo quasi plebiscitario nel voto dei soldati: lo scelse infatti il 75,8%, a scapito di un ex-comandante in capo mai troppo amato e soprattutto mai troppo stimato.

Il secondo mandato di Lincoln prese formalmente il via il 4 marzo del 1865, ma appena 42 giorni dopo il presidente cadde vittima di un mortale attentato. Ferito la sera del 14 aprile (venerdì santo), Lincoln morì la mattina seguente. Gli succedette in carica il presidente Andrew Johnson (1808-1875), che portò a termine la legislatura. Nelle elezioni successive (1868) sarebbe stato eletto Ulysses S. Grant (1822-1885), comandante in capo dell’esercito dell’Unione durante la Guerra Civile.

Difficile indicare i riferimenti bibliografici per questo post, poiché di storia americana e di storia della Guerra Civile in particolare leggo un sacco. Anyway, non da sottovalutare le varie voci di Wikipedia, fatte generalmente bene e dotate di un buon apparato di note, che consente approfondimenti e verifiche (fidatevi). Per dare un unico titolo, ecco qui il libro che sto studiando da parecchio tempo, andando avanti e indietro tra le sue più di mille pagine: Raimondo Luraghi, Storia della guerra civile americana.

Un mese da lettore. Settembre

Secondo appuntamento con il post dedicato alle letture. C’è già un piccolo cambiamento: avevo scritto che questo sarebbe stato l’ultimo del mese, invece oggi è il primo ottobre. Mi prendo la licenza, e ricordo una postilla e una regola.

Postilla – I libri li prendo in biblioteca (fisici e digitali), li compro (soprattutto ebook), li saccheggio dalla biblioteca di famiglia, li ascolto. 

Regola – non menziono il titolo dei libri che proprio non mi sono piaciuti.

Cominciamo:

Jonathan Eig, Muhammad Ali. La vita. La biografia de “Il più grande”, scritta davvero bene e con un’attenzione alle fonti che ha molto da insegnare agli storici. Leggerlo mi è molto servito per scrivere questo articolo, ma su quanto pubblico sul web al di fuori del blog primo o poi mi soffermerò con calma.

Cristiana Cassar Scalia, Sabbia nera. Un giallo il cui pregio non è tanto la trama, quanto il mondo costruitovi intorno.

Joe Lansdale, Una Cadillac rosso fuoco. Lansdale è, per me, il migliore. Come al solito ho divorato il libro, gran bella storia, non delle sue migliori, ma pure la sua media vale tantissimo.

Cristina Cassar Scalia, La logica della lampara. Audiolibro. Qui è la lettura a dare la marcia in più, complimenti davvero alla voce di Audible. Il terzo della serie ho deciso di ascoltarlo, non di leggerlo. Più interessante la trama, confermo l’apprezzamento per il mondo.

C’è poi un innominato, un libro di basket che solo per l’argomento sono riuscito a concludere. Inconsistente, scritto in toni enfatici, rimane (appunto) innominato.

Un altro romanzo l’ho interrotto, perché, pur scritto molto bene, non mi interessava continuare. Probabilmente perché faccio fatica con le storie che si sviluppano nell’interiorità dei protagonisti e nelle quali non succede nulla.

Mancano i saggi, in settembre. Questo perché ho letto articoli e libri a pezzi, un paio di libri interi sono talmente grossi che scivoleranno al (ai) mese(i) successivo (i). Qui scrivo infatti solo dei libri che ho terminato.

C’è poi una novità, a prendersi il meritato tempo dedicato alla lettura. Ho scoperto, con colpevole ritardo, che è possibile sottoscrivere un abbonamento a Marvel Unlimited. Ciò significa che sull’iPad si possono leggere migliaia (!) di fumetti Marvel, in inglese. Mi sono dedicato a Daredevil, che si conferma il mio preferito, e a Hawkeye, che va approfondito.

La palma di settembre la prende

Ospitalità a tavola. Adattarsi alle circostanze

Facile immaginare sia successo a tutti: invitati a pranzo, o a cena, ci siamo trovati davanti a dei piatti che non conosciamo, non ci ispirano fiducia, non riusciamo a mangiare, sono contrari alle nostre scelte alimentari. Che fare? Dove sta il confine tra l’etica del buon ospite e la libertà di mangiare (e bere) quanto davvero vogliamo mangiare (e bere).

Per esempio, parecchi anni fa fui invitato a cena da amici di amici in Germania. Ero piuttosto sicuro di me, poiché poco mi spaventa(va) della cucina tedesca. Ma il cuoco di giornata era un appassionato d’Asia e aveva preparato, come piatto unico, un pollo ai peperoni cotto nel Wok, accompagnato per di più dal vino anziché dalla birra. Io preferivo e ancora preferisco la seconda al primo e non mangiavo peperoni. Li assaggiai, timoroso, e mi piacquero assai. Fu un colpo di fortuna e il mio regime alimentare ebbe modo di evolvere. Sul vino, scrivo per completezza, ebbi meno remore.

Ancora per esempio. Nel corso di una (eccellente) conferenza su cibo e religione alla quale partecipai a fine 2017 a Cambridge (ne ho scritto qui), gli organizzatori ebbero la buona idea di riservare uno spazio di dialogo al confronto tra alcuni leader religiosi contemporanei. Il monaco buddhista, tendenzialmente incline a un regime vegetariano, spiegò come in taluni casi sia più violento rifiutare un piatto di pesce, purtroppo per lui già passato a miglior vita, di quanto non sia mangiarlo. Lo disse per evidenziare l’importanza del rispetto dell’ospitalità e dell’elasticità di pensiero.

Più vicina alla nostra cultura, e alle nostre conoscenze, è l’esperienza di Francesco d’Assisi (1181 o 1182-1226). Le narrazioni sulla sua vita non mancano, come non mancano i riferimenti ai costumi della tavola. Secondo una di queste testimonianze, Francesco stava mangiando della carne con il compagno Pietro Cattani (1180 circa-1221). Arrivò un frate brandendo le nuove costituzioni dell’ordine sottolineando come esse vietassero proprio di consumare la carne. La reazione di Francesco fu pacata ma decisa: «Mangiamo come insegna il Vangelo, ciò che ci è messo davanti». Sembra di poter intravvedere una possibile incoerenza nel comportamento del futuro santo, ma la biografia scritta da Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274) bene spiega quale fosse la sua attitudine. A fronte di una marcata sobrietà, infatti, Francesco aveva scelto di prediligere le regole della cortesia: «Quando era in giro fuori, a predicare la parola di Dio, egli si uniformava nel cibo a coloro che l’ospitavano; ma non appena rientrava, subito riprendeva la rigida osservanza delle sue austerità». La morale coincide con quella buddhista descritta appena sopra: le circostanze possono, chissà, forse anche devono, spingerci a una certa elasticità quando ci accostiamo a una mensa alla quale siamo invitati come ospiti. Almeno, queste sono le indicazioni suggerite da qualche tradizione religiosa. Senza contare che non è esclusa la felice conseguenza di scoprire qualcosa di buono.

Sulle regole alimentari del buddhismo rimando a quanto scritto qui, mentre a proposito di Francesco la bibliografia è sterminata. Provate a partire da Jacques Le Goff, San Francesco d’Assisi. Se invece preferite le fonti, la Vita di Bonaventura da Bagnoregio è una bella lettura.

El Salvador, 1989: i martiri della UCA. Più di trent’anni dopo, una sentenza di condanna.

La scorsa settimana l’Audiencia Nacional spagnola ha condannato a 133 anni e 4 mesi di carcere l’ex colonnello e viceministro di El Salvador Inocente Orlando Montano, riconosciuto tra i mandanti e gli esecutori del cosiddetto massacro dell’Università Centroamericana UCA). Il 16 novembre 1989 furono uccisi cinque gesuiti spagnoli: Ignacio Ellacuría, Armando López. Juan Ramón Moreno, Segundo Montes e Ignacio Martín Baró. Ci furono altre tre vittime salvadoregne: Julia Ramos, cuoca; Celina, sua figlia quindicenne e il gesuita Joaquín López. Solo per una questione giuridica i cittadini salvadoregni non sono menzionati nella condanna di Montano, poiché la sua estradizione è stata concessa dagli Stati Uniti (dove era rifugiato) su richiesta del governo spagnolo.

Di cosa si tratta? Per chi legge lo spagnolo una buona sintesi si legge qui, in italiano invece una stringata informazione si può ricevere qui, ma l’auspicio (e persino il consiglio) è di continuare a leggere questo post.

Per contestualizzare, serve fare un passo indietro, a quanto successe in America Latina dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965) ma soprattutto dopo l’inizio del pontificato Wojtyla (1978).

L’eredità del Concilio Vaticano II era stata raccolta nel subcontinente dall’assemblea del CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano) a Medellin nel 1968. Qui, tra le altre cose, fu apertamente proclamata l’opzione della Chiesa per i poveri e fu denunciata la violenza strutturale delle società latinoamericane. In seguito a questa presa di posizione erano sorte tensioni e spaccature all’interno del clero. Nasceva in quegli anni la teologia della liberazione, che – pur con vari orientamenti – identificava nel messaggio cristiano la risposta, di liberazione appunto, alle sofferenze e alle attese dei poveri, al fianco dei quali si schierava riconoscendo la legittimità della loro lotta. Questo non significava un incondizionato appoggio alla lotta armata, ma implicava comunque scelte sociali e politiche nette che mettevano in apprensione il Vaticano anche e soprattutto per l’emancipazione delle teorie sociologiche marxiste in ambito ecclesiastico.

Il generale della Compagnia di Gesù Pedro Arrupe aveva le idee chiare a proposito dell’impegno del suo ordine nelle missioni latinoamericane: denunciò esplicitamente la necessità di eliminare le scorie lasciate dai tempi nei quali l’azione evangelizzatrice si fondava sul presupposto dell’inferiorità dei popoli destinatari. Nella lettera ai provinciali dell’America iberica sull’apostolato sociale (1966) il generale basco sconcertò i settori più conservatori della Chiesa chiedendo un’attenzione maggiore, più radicale, nei confronti dei poveri, sollecitando uno stile di vita più semplice e austero e auspicando una revisione radicale e maggiormente legata al messaggio evangelico del loro operato. Arrupe non mancò di segnalare come nella lotta per la fede e l’equità vi fossero stati dei gesuiti che avevano deviato, a suo giudizio, dalla retta via, impegnandosi in un’azione politica personale, concreta e di parte che non corrispondeva al mandato dell’ordine. Qualcuno, aggiungeva, aveva ceduto alla tentazione del marxismo e altri avevano ridotto l’evangelizzazione a una mera azione di promozione della giustizia, priva delle caratteristiche fondamentali dell’annuncio del Vangelo. Ciò non toglie che schierarsi a difesa dei poveri e degli oppressi fosse una scelta condivisa e addirittura sollecitata dal generale. Questa attitudine gli avrebbe causato, negli anni a venire, grosse difficoltà con il papa polacco, deciso a rifiutare tutto quanto potesse anche solo lontanamente di marxismo.
Un esempio di quanto fosse tragica la situazione in America Latina è dato dalle vicende dello stato di El Salvador. Qui i gesuiti si erano distinti per la forte presa di posizione a sostegno delle rivendicazioni dei contadini, minacciati nella propria stessa sopravvivenza dalle politiche oppressive volte a favorire i ricchi latifondisti. In particolare, padre Rutilio Grande si era schierato a fianco dei contadini organizzando una rete sociale attraverso la quale cercava di dare voce ai senza voce, denunciando il sistema e promuovendo le rivendicazioni dei braccianti. Nel suo caso l’evangelizzazione non poteva scostarsi dalla politica, via necessaria per liberare la massa contadina da ingiustizia, sfruttamento e disuguaglianza. Il 12 marzo 1977 padre Grande e due contadini che erano con lui furono uccisi dagli squadroni della morte, gli stessi che tre anni dopo avrebbero colpito a morte l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero. Proprio la morte di Grande aveva convinto Romero a levare sempre più alta la propria voce di protesta prendendo posizioni di esplicita denuncia del regime. La spirale di violenza non accennò a fermarsi, tanto che i militari assassinarono (la notte tra il 15 e il 16 novembre 1989) sei padri gesuiti e due donne che servivano nella loro cucina. Erano professori della Universidad Centroamericana, dove aveva trovato piena espressione l’elaborazione teorica della legittimità della ribellione degli oppressi. È questo il crimine sul quale si è pronunciato il tribunale spagnolo ricordato all’inizio del post.

Come andò? I mandanti stavano nella compagine governativa, gli esecutori nell’esercito. Esponenti del regime avevano più volte accusato il centro pastorale della UCA di essere un covo di sovversivi. L’inasprirsi delle proteste contro il governo dittatoriale che soggiogava il paese convinse lo stato maggiore dell’esercito salvadoregno a procedere con l’eliminazione fisica prima di tutto di Ignacio Ellacuría, che era pure il rettore dell’università. L’irruzione nei locali della UCA fu cosa facile per i membri del battaglione Atlacatl, un gruppo militare istituito e addestrato sotto la guida degli Stati Uniti. L’esecuzione dei gesuiti e delle due donne presenti fu fatto passare come un’iniziativa del movimento resistente di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional. Furono disseminate false prove, cercando di far passare le vittime per informatori dell’esercito, puniti con la morte per questa falsa militanza. Non era credibile, non ci si credette, ma la giustizia non ha avuto uno strada facile per condannare i colpevoli.

I martiri della UCA

Su questo tema ho scritto nel mio libro I gesuiti. Lì trovate qualcosa in più, ma anche i link possono dare una buona mano.