Migrazioni e mescolanze

Viviamo un momento cupo, nel quale hanno resa dominante l’idea secondo la quale chiudere frontiere di terra e di mare, a qualunque costo, sia la soluzione ai problemi non solo d’Italia.

È un’idea che radicalmente rifiuto, e in questo rifiuto si inserisce la sempre presente domanda: “Come può il mio mestiere di storico contribuire a spiegare il rifiuto? In particolare, come lo può fare il mio essere storico del cibo e della religione?”.

Primo. Propongo una riflessione che trovate in conclusione al riuscitissimo libro Pensare come un antropologo, di Matthew Engelke: la ricerca antropologica ha un fine etico, tutto sommato molto semplice. Conoscere gli altri ci rende persone migliori. Ne sono convinto e ritengo che lo stesso valga anche per la storia: conoscere gli altri attraverso il loro e il nostro passato ci rende persone migliori. Perché impariamo le differenze, la complessità,  l’estraneità, ci rendiamo conto che esistono i panni e i cibi degli altri e talvolta può capitare di indossarli, di mangiarli, di mescolarli in mille modi. Anche macchiando i panni con i cibi.

Secondo. La consapevolezza del passato ci insegna che il cammino non si ferma, né con muri instabili, né con leggi ingiuste. Magari lo si potrà rallentare, lo scrivo senza crederlo, ma se anche così fosse staremmo a parlare di un rallentamento a velocità infinitesimale. Come un freno che non funziona. Lo dimostrano in tanti, tra i quali scelgo Guido Barbujani e Andrea Brunelli, che nel fortunato Il giro del mondo in sei milioni di anni spiegano: “… in fondo alle gambe non abbiamo radici, ma piedi: piedi di cui ci serviamo dall’alba dei tempi per il colossale viaggio che impegna l’umanità fin da quando ha mosso i primi, timidi passi sul suolo” (citazione felicemente scelta per la quarta di copertina).

E la storia del cibo? Terzo. Il cibo è un elemento identitario profondo, non credo sia possibile sostenere fondatamente il contrario. Attorno a piatti e bicchieri si costruiscono percorsi di turismo e scoperta della memoria. Va benissimo. Fermiamoci però il tempo necessario a guardarci indietro. Per fare un facile esempio: l‘insieme di elementi materiali (ingredienti) e immateriali (tecniche) che costituisce il patrimonio culturale italiano è frutto del viaggio. Fossimo stati fermi o rinchiusi non avremmo la pasta, la pizza o il caffè di moka. E io soffrirei di gastrite, incapace di fare colazione con il tè o ancor meglio la yerba mate. La gastronomia evolve in termini di ibridazione e transculturalità. Non c’è nulla di autoctono. Le gastronomie nazionali e locali mutano quotidianamente, sono il frutto di migrazioni e mescolanze. Le persone adottano cibi e li trasformano, trasmettono il sapere dell’integrazione tra ingredienti, della conservazione e della cottura, persino quello del cosiddetto impiattamento. Io quello che so l’ho imparato da mia nonna paterna, che non amava cucinare ma preparare una bella tavola sì.

In questa ricerca di senso oggi mi fermo qui, solo però nell’attesa di scrivere la prossima puntata. In fondo, non ho neppure parlato di religione.

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Due libri belli già li ho citati nel post, per il terzo punto il suggerimento è A. Greyzen, Food Studies and the Heritage Turn, articolo pubblicato nel volume 12, 2, 2014 di Food&History.

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Il maiale del conquistador

Chi abbia una certa familiarità con la storia delle Americhe sa bene quanto il cavallo sia stato importante nella storia della conquista: i cronisti dei primi grandi scontri tra spagnoli e aztechi ci raccontano di come i mexica pensassero che l’uomo a cavallo fosse un grande mostro capace di divorare il nemico. È vero. Ed è troppo semplicistico pensare che questi pensieri fossero ingenui, immaginiamo di incontrare in carne e ossa un grosso animale immaginario o persino mai immaginato che ci viene incontro sbavando. Come reagiremmo?

Alcuni storici però, attenti alla complessità delle cose e ansiosi di arrivare alla radice delle questioni sostengono che il maiale fu ancor più decisivo del cavallo nella stessa storia della conquista. Non so se giudicare se sia vero, e non mi pare neppure troppo rilevante, mi interessa piuttosto riflettere su quanto e perché questa opinione sia plausibile. Per prima cosa, quale maiale? Non quello lento e ciccio che vediamo negli allevamenti del XXI secolo, no,  ma una bestia che sbarcata sulle coste faceva in fretta a diventare veloce, resistente, agile e, soprattutto, autosufficiente.

Non era certo facile portarsi maiali nelle stive delle navi, ma servivano. Immaginiamo lo spazio che occupavano, la cura che richiedevano, gli odori che producevano. Ma una volta finito il viaggio, assicuravano gran cibo. Europei capaci di altruismo e pensiero in prospettiva inaugurarono pure l’usanza di lasciare coppie di maiali in sperdute isole perché si moltiplicassero e fornissero di che nutrirsi ai futuri visitatori. Le coppie suine non si fecero pregare, si diedero da fare e si moltiplicarono, adattandosi all’ambiente meglio pure dei colleghi uomini, anche perché impararono molto prima di loro ad apprezzare il mais. Chi tra avventurieri e navigatori sceglieva la terra ferma aveva vita meno ardua, una volta esaurite con fatica le tribolazioni della traversata transoceanica: ci si dava all’esplorazione, alla razzia, alla guerra muovendosi in gruppi fiancheggiati, anche, da mandrie di maiali che facilmente si ingrandivano. Tanto che molti animali potevano staccarsi dal gruppo e avventurarsi in una vita allo stato brado. Scorte di carne ambulante talmente ricche da sembrare inesauribili. Cosa che non erano le risorse alimentari degli indigeni, che prima di imparare a convivere con il suino d’oltremare dovettero, talvolta impotenti, guardarlo saccheggiare campi e pascoli, rubare il loro cibo senza saziarsene mai. Il maiale causò carestie e si fece pure portatore malsano di microbi e batteri. Come l’uomo.

Maiale volante

Queste riflessioni si devono alla lettura del classico di Alfred W. Crosby, Lo scambio colombiano, tradotto in varie edizioni per Einaudi. Spiace, infine, che la foto del maiale volante dei Pink Floyd sia soggetta a copyright. Sarebbe stata perfetta.

 

Gorizia, non sei un paese per sobri. Bere e mangiare nelle scuole di inizio ‘900

24 maggio 1904. Su proposta dell’ispettore scolastico, il consiglio comunale di Gorizia decide l’acquisto di mille esemplari di una lettera scritta da Giovanni Trunk perché venga distribuita alle famiglie povere. Giovanni è Johann Trunk, maestro, pedagogo e scrittore di Graz. A dare un’occhiata alle pubblicazioni stiriane di fine Ottocento e inizio Novecento si nota quanto Trunk sia presente nella vita sociale e culturale di Graz. Questa sua lettera dunque arriva a Gorizia e viene tradotta dal maestro Giuseppe Franzot.

Si tratta di un opuscolo che contiene consigli ai genitori per l’educazione dei figli in età scolare, tra i quali uno spazio importante spetta all’alimentazione, specie a quella liquida.

«Affidando i vostri figli alla scuola, v’aspettate ch’essa li renda uomini dabbene, cittadini utili alla società. La scuola però non può compiere questo nobile e difficile suo mandato, se voi non educate bene i vostri figlioli e non v’adoperate a sostenerla efficacemente. A tale scopo è necessario, vi atteniate fermamente a quanto segue:»

Il primo punto si concentra su ciò che si mangia, e ciò che si beve.

«Curate innanzitutto l’educazione fisica de’ vostri figlioli. Procacciate loro, per quanto v’è possibile, nutrimento sostanzioso e sano». E che diamine! Centoquindici anni dopo abbiamo conquistato l’ora di ‘ginnastica’ settimanale, guidata per lo più da maestri non qualificati a farlo.

Un po’ più avanti:

«I vostri figli non prendano mai bevande spiritose, l’uso delle quali è sempre dannoso, e l’opinione, piuttosto diffusa, che quest’uso rinforzi l’organismo, è priva affatto di fondamento. L’esperienza insegna, che fanciulli, i quali bevano vino, birra, acquavite o altre bevande alcooliche, hanno un tardo sviluppo fisico e un più tardo sviluppo intellettuale. Ciò che agli adulti è innocuo, danneggia la salute dei bambini è perciò dev’essere loro ricusato. L’uso del fumare non sia loro concesso a nessun patto».

Hai ragione, Trunk, tracannare alcolici in età scolare benissimo non fa. Ma, perdonami, hai pure torto: anche per gli adulti non è proprio del tutto innocuo. Proprio prima di leggere questo documento sono andato a bere un caffè. Erano le 10.30 quando, a Gorizia, mi spostavo dall’Archivio Storico Provinciale a quello di Stato e ordinavo un caffè lungo. Vicino a me questo dialogo (tradotto fedelmente dal dialetto): Ostessa: “Cosa ti servo adesso, [vino] bianco?” Avventrice: “Sì!”  “No, no, no. Non serve che prendi un nuovo bicchiere, usa pure questo”. E giù spritz per combattere i trenta e passa gradi di un inizio estate niente affatto fresco.

È una lettera ricchissima, questa di Trunk, che prosegue consigliando sul rapporto genitori e figli, sul comportamento da pretendere (o forse solo chiedere) con una visione del mondo talvolta davvero affascinante nella sua apertura (rapporti con i maestri, per esempio), talaltra inquietante, debitrice di alcune convinzioni del tempo, infarcite di un cattolicesimo tradizionalista e spaventato dal nuovo (paura della conoscenza, per esempio).

Sull’alimentazione e sui suoi luoghi qualche consiglio trova ancora spazio:

«Non tollerate punto la leccornia, perroché nuoce non solo alla salute e guasta l’appetito, ma trae non di rado i fanciulli alla menzogna e alla disonestà».

La connessione tra concessioni alla gola e falsità non l’avevo immaginata, c’è un pizzico di moralismo, mi sa.

«Teneteli lontani dalle trattorie e da qualsiasi luogo di divertimento, in cui potessero vedere e udire qualcosa di male».

Questa indicazione invece sì che si trova ripetuta negli anni e nei secoli: lontani bambini e ragazzi dai luoghi di perdizione! Lontane anche le donne, si legge spesso altrove, non qui. Ma sappiamo che non ha funzionato.

Un documento, questo di Trunk, persino bello da leggere, capace di far riflettere. Mi chiedo quanto sia stato seguito.

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Il documento che vi ho molto parzialmente raccontato è conservato in Archivio di Stato di Gorizia, Archivio Storico del Comune di Gorizia (1830-1927) busta 752, filza 1123/II; notizie su Trunk si trovano sul Pädagogische Zeitschrift: (Organ des steiermärkischen Lehrerbundes).

Il valore degli avanzi. Il cibo nella spazzatura, un’invenzione contemporanea

Lo sperpero del cibo è uno dei temi che più muove i miei interessi di storico dell’alimentazione. È molto chiaro per me il legame tra la curiosità per il passato e l’urgenza del presente: ridurre lo spreco, uno dei grandi obiettivi dei nostri giorni. Già ne ho scritto qualche tempo fa. Qualcosa ritorna, qualcosa appare come novità.

Uno sguardo poco accorto al tempo che fu potrebbe farci pensare che oggi siamo più bravi, ma non è così: il cibo nella spazzatura è un fenomeno contemporaneo; noi abbiamo più di quanto possiamo consumare, e questo succede appena dal XIX secolo. Per la storia sono tempi cortissimi.

Possiamo esserci fatti l’idea di un passato dove i molto ricchi molto buttavano: banchetti, festini, lusso, abbondanza ostentazione. Vero. Ma l’idea che il superfluo possa, persino debba andare nella spazzatura è roba nostra.  La cultura dello spreco nasce con la società industriale, quella dei consumi. Come si sostituisce quanto si guasta senza ripararlo, così ci sbarazza degli avanzi. Da Trimalcione al Re Sole, gli enormi banchetti dei tempi andati seguivano tutt’altra logica: ciò che rimaneva in tavola, o in cucina, alimentava (è il caso di scriverlo) un’economia fatta di recupero e riutilizzo. Fermiamoci al lusso della corte francese: c’erano dei funzionari incaricati di ridistribuirne gli avanzi in città. E poi regalare il cibo migliorava l’immagine del sovrano, o del nobile, su altra scala. Ce lo spiega anche l’antropologia: il cosiddetto Big Man è colui che si aggiudica il controllo del cibo in eccesso e di altri beni. Esempio melanesiano (se vi capita di leggere Marshall Sahlins…): il Big Man elargisce regali e mette così gli altri nella condizione di doversi sdebitare con doni ancora più generosi dei suoi. E spesso i doni sono cibo. Per mettere in moto il processo il Big Man deve convincere la sua famiglia a produrre/preparare qualcosa da mangiare o da bere in più, qualcosa che poi lui regalerà ad altri. È un circolo virtuoso. Big Man riceverà in cambio altro cibo, che potrà distribuire tra i suoi familiari e donare nuovamente ad altri, che contrarranno un debito di riconoscenza. Si tratta di un processo non lontano da dinamiche tipiche dei nostri giorni.

Nella cucina domestica l’economia del recupero è ampiamente testimoniata e rappresentata. Nel 1918 e negli anni successivi ebbe un grande successo il libro (postumo) di Olindo Guerrini (1845-1916), L’arte di riutilizzare gli avanzi della mensa, nato dall’idea di dare valore a quanto avanzato dopo il pranzo di Natale. La cucina monastica, che mi arrischierei a definire una variante di quella domestica, è piena di consigli anti-spreco. Per esempio, nel Medioevo le regole dei monasteri imponevano di preparare nel weekend (anche se non si scriveva propriamente “weekend”) una torta con gli avanzi del pane raccolti in settimana.

Impariamo dagli americani: anche in cucina si può fare. Pensiamo al buttermilk, latticello lo chiamiamo noi. Chi ha un libro di ricette made in USA lo conosce: è un ingrediente chiave, specie per i piatti texani e in generale per quelli tipici degli stati del Sud. Come mai? Perché i pionieri non potevano permettersi di sprecare nulla: il buttermilk è infatti il liquido che si separa dal grasso durante il processo di trasformazione della panna in burro. Di sapore leggermente acidulo, ha molteplici utilizzi: ammorbidisce e insaporisce i prodotti da forno, intenerisce la carne, condisce le insalate.

Impariamo ancora: il «doggy bag» è un’importazione dagli States, stiamo imparando a farlo nostro. In Trentino la possibilità di portarsi gli avanzi a casa costituisce per i ristoratori uno dei fattori necessari a ottenere una patente di qualità provinciale. Pure l’Associazione italiana sommelier si è mossa: capita di rinunciare a bere una bottiglia perché si è in pochi, perché qualcuno non beve (o preferisce la birra, tanto per essere autobiografici), deve guidare. Ora però si cerca di sdoganare l’idea che la bottiglia aperta te la puoi portare tranquillamente a casa.

Insomma, guardiamoci indietro per dare il giusto valore agli avanzi.

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Difficile indicare le fonti di questo post: sono tante e variegate, dalla Storia della cucina italiana di Capatti e Montanari a un libro di cucina Tex-Mex, da appunti presi da articoli di periodici e quotidiani a riflessioni personali, dalla storia dell’alimentazione di Tom Standage ai saggi di Sahlins. Forse non era così difficile, in effetti… 

Drunk priest. A tavern is a home

This is an excerpt of a talk discussed at the workshop: Entangled Worlds. Daily Practices, Identity Negotiation and the City as Border Space (University of Maryland, April 8-9, 2019), organized by Filomena Viviana Tagliaferri. Here is the full version 

The title of the post is a tribute to the song A House is a Home (Ben and Ellen Harper)

The source is a series of documents that takes us to the taverns in the the Fiemme Valley (Trento Region): the tavern could be a place of criminality.

The serious thing is that the criminal can be, and is, a priest. What is going on?

I am referring to Giuseppe Rizzoli, a priest from Cavalese central village of the Valley, accused of mistreating his parents, of drunkenness and scandalous life. The Archdiocesan Court of Trento investigated and judged Rizzoli several times in a procedure that lasted for years. He was in a stable relationship with a woman named Paula. The connection between the sins of drunkenness and lust is typical of early modern Catholic morality. Moreover, the drunkenness of clerics was a matter of canon law as early as the 13th century (Lateran Council IV). The Council of Trent (1545-1563) had also delt with the issue, judging the drunkenness of priests to be more serious than that of the secular people.  The jurists, however, called for a distinction to be made between occasional and usual drunkenness. The level of guilt in the two cases was different. Our case is not at all occasional.

August 1753. The judicial authority requires Don Rizzoli to maintain his sobriety, not to drink too much wine, not to go to taverns, to respect his parents. The same authority also reminds him that his way of life is not that of a priest (Archivio Diocesano Trento 69, 1r-v).

November 1753. The warnings were of no use. Don Rizzoli continues to go to the tavern, to get drunk and, coming home drunk, to beat and mistreat his parents. He was sanctioned (pecuniary penalty), forced to retire to a convent and suspended from the right to celebrate the mass (ADTn 69, 3r-4v).

February 1755. A year and a half later, nothing has changed. There is even more: the court adds to the accusations against the priest the illicit relationship with a woman, Paula (ADTn 69, 7r-9r).

Let us focus on frequenting taverns and the sin of drunkenness.

If we were to paint a portrait of the typical drunkard of the ancient regime, it would be a young male, aged between twenty and thirty years. An artisan or peasant, he drinks mainly on Sundays after mass, in the evening or at night. But drunkenness involves everyone, from the aristocrat to the mendicant to the priest.

August 1755. Investigators begin to listen to witnesses. The voices are unanimous: Giuseppe Rizzoli regularly attended the taverns and got drunk.

Don Rizzoli is at a friend’s house, Bartolomeo, on his way back from the tavern. Bartolomeo’s wife, Brigitta, reproaches the priest for being drunk and he beats her, putting his hands around her neck.

A witness (other Giuseppe, Gramola) claims to have often seen the priest in the tavern, regardless of the ban imposed by the bishop’s court.

Depositions repeat themselves.

Do you remember William Black? In the taverns there are the informants, the delators. Inns can be places where personal vendettas are consumed, where a good observer can get anyone into trouble.

We move on to don Rizzoli’s interrogatory. He demonstrates a very detailed knowledge of the taverns in the area where he lives. He listed eight of them.

Question: Do you frequent them?

Answer: To tell you the truth, I went to the tavern both for my own interest and to drink, wine and spirits, we can add.

The reason for the appeal and ubiquity of taverns for Giuseppe Rizzoli and for many of his peers was not simply that they offered access to alcohol and opportunities for inebriation, taverns were also sites of surrogate domesticity. The pub was used as a substitute or secondary home, a center of warmth and sociability (Booth, Drinking and domesticity).

The sources reveal this clearly: for don Rizzoli, the tavern is a comfortable, domestic place. The family house, on the contrary, is not. The house is the place where he goes after drinking, where he has violent behavior and where he does not feel comfortable. He is forced to live in his parents’ house, but cannot give up the tavern, despite the sentence pronounced by the court.

But there are not just friends in the tavern. There are also people who see the priest drinking and gambling. And these people denounce him.

Priests were often involved in criminal behaviors, first of all blasphemy, but also violence and moral turpitude. In the places where wine was sold and consumed, they could found temporary refuge from the problems of a life often imposed and not freely chosen.

Before concluding, I would like to say one more thing about the domesticity of the tavern. As Matthieu Lecoutre explains very well in his excellent book dedicated to the history of drunkenness in France, the lack of availability of glasses, cups and bottles was another reason why people drank outside the house. For example, inventories after the death of many innkeepers point out that drinking vessels are rare, even in drinking establishments. This consideration leads us to emphasize another aspect of the familiarity of the customers of the taverns: often the drinkers shared the cups.

The tavern is a place where you can hide, sell by smuggling, talk, fight, observe, accuse, eat and drink. Often, however, the most difficult moment can be to get up from your chair and go home.

Cibo in trincea. Carne e vino per i soldati della Grande Guerra

Quest post ha radici lontane, germogli mai spuntati di semi gettati nell’anno dell’Expo di Milano. Assieme all’amico prima che collega Marco Mondini eravamo stati invitati proprio all’Expo, per tenere una conferenza congiunta sul cibo nella Prima guerra mondiale. Poi chi ci invitò dimenticò dei dettagli e non se ne fece nulla. Marco e io ancora ne parliamo, magari addentando un panino nelle pause delle nostre escursioni camminanti, iscrivendo la mancata conferenza nel novero delle occasioni perdute.

Avevo iniziato a prepararmi, presto adocchiando un promettente opuscolo di un medico, Angelo Pugliese, che nel 1915 dedicò riflessioni davvero approfondite a “L’alimentazione del nostro soldato in guerra : relazione letta e discussa nella seduta del 21 ottobre 1915”. Ho studiato l’opuscolo, perché è studiando che s’impara, anche se può sembrare che a uno storico delle religioni poco debba interessare cosa si bevesse e mangiasse in trincea. Impressione sbagliata.

L’opuscolo di Pugliese è breve ma intenso, venti pagine ricche di dati, riflessioni e cibo per pensare. Di tutto questo ho scelto per il mio post la carne e il vino.

La carne. In tempo di guerra al soldato alpino si assegnavano 425 grammi di carne, 375 agli altri. Troppi, secondo il dottor Pugliese, che difende la propri a tesi con un ragionamento che si segue lasciandosi convincere. C’è un fattore economico: tali dosi, contando un milione di soldati –  fermiamoci un attimo e lasciamoci spaventare dalle cifre … proseguiamo – richiedono la macellazione giornaliera di 3.000 capi. Troppi. Tanto che si sacrificano le mucche da latte e i bambini piangono. E poi la carne fa bene, non v’è dubbio, ma troppa fa male. I combattenti francesi e inglesi ne mangiano anche di più, vero, però si portano dietro abitudini del tempo di pace. In Italia si mangia meno carne, la dieta è più varia, le risorse più differenziate. Lo dimostrano le cifre, che raccontano di come più si vada a sud, meno carne si consumi, anche all’interno dello Stivale: gusti e abitudini hanno profonde radici di ordine etnico, chiosa il dottore, quando noi magari (o almeno, alcuni di noi, mala tempora currunt) diremmo culturale anziché etnico.

Con simili razioni “noi portiamo un grave danno all’economia nazionale, senza un reale vantaggio per la salute e l’energia fisica del soldato”. Ma non esageriamo all’opposto: leviamo 50 grammi al giorno e questo basti, perché c’è da tenere bene in conto anche il fattore psicologico: il soldato è convinto che la carne gli dia forza. Pugliese non è convinto che fisiologicamente la cosa sia tanto fondata, ma la psicologia è una cosa seria; e per di più le bistecche piacciono, come sa chiunque sia passato per una trincea. Con tale riduzione ci sarà pure un grande beneficio all’economia nazionale, un risparmio di 500 quintali al giorno. I bambini riavranno il loro latte, i militari avranno più formaggio.

Il vino. Servono più calorie, il dottore lo spiega con grande chiarezza, analizzando di quanto si spenda marciando, di quanta energia ti rubi il freddo e la dura vita del fronte. Assodato che questo aumento di calorie non deve essere dato dalla carne, i medici francesi hanno proposto di trovarlo nel vino. Perché l’alcol concentrato è dannoso, quello diluito no, quindi facciamoli bere, questi militari. Pugliese non è affatto convinto della soluzione: “Io, pure non essendo un nemico dichiarato del vino, pure ritenendo mezzo poco pratico di lotta contro l’alcoolismo la propaganda per l’astinenza assoluta da ogni bevanda alcoolica, qualunque sia il suo grado di concentrazione, pure essendo fermamente convinto che anche per l’alcool è questione di misura, nullameno non posso essere pienamente d’accordo coi colleghi di Francia”. L’alcol è come un fuoco di paglia: scalda per un istante e poi il suo calore svanisce. Il vino serve per il fattore psicologico: il soldato lo vuole, gli piace, lo gusta con piacere e proprio per questo motivo merita vino di buona qualità, non gli scarti orrendi che troppo spesso trova negli spacci. Pasta e riso, le calorie vengano da lì. Nulla si dice sull’ottundimento da alcol dell’assalitore all’arma bianca.

Pugliese Alimentazione soldato copertina

Che impressione mi fanno le storie di guerra. Ho una gran voglia di approfondire, ciononostante, vari appunti di lettura ai quali mettere mano. Per il momento vi rimando al link dal quale si può leggere l’opuscolo che ho commentato

http://www.14-18.it/opuscolo/BSMC_CUB0527781/001

E poi, siccome ho nominato il Mondini, leggete il suo Il capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna https://www.mulino.it/isbn/9788815272843 . Perché non di sola storia dell’alimentazione vive il lettore di storia.

 

Videi di sbornia

Tra gli impeccabili neologismi che ascolto dalla voce dei bambini uno dei miei preferiti è il plurale di video, “videi”, appunto. Logicamente trovo l’espressione impeccabile: se io voglio vedere due estratti dalla playlist di Youtube “Animali Pazzi”, per esempio, voglio vedere due videi, mica uno.

Ed ecco allora che pure io propongo due videi che raccontano di Sbornie sacre e sbornie profane.

Il primo è una presentazione di Galatea Vaglio, una scrittrice, insegnante e storica che ho conosciuto in un festival nel quale presentavamo entrambi i nostri libri. Ha avuto la bontà, magari persino il buon gusto, di leggersi le Sbornie nonostante sia astemia. E ha deciso di parlarne nel suo blog e nel suo canale Youtube.

Il secondo è la registrazione di una puntata di “Sarà Tempo”, un talk show andato in onda sulla TV trentina dedicata alla storia, History Lab. Si tratta di una puntata dedicata alla storia e all’attualità delle bevute. Nella prima parte l’impeccabile Sara Zanatta intervista proprio sul mio libro. Nella seconda si parla invece di vino buono, non necessariamente da sbronza, con Tommaso Iori, responsabile della comunicazione dei Vignaioli del Trentino.