Le goût de l’ivresse, un bel libro di Matthieu Lecoutre

Qualche mese fa è uscita una mia recensione a un libro sulla storia dell’ubriachezza in Francia, la ripropongo qui sul blog, arricchendola di qualche commento: è un esperimento, intervallare alla scrittura ‘accademica’ passi personali per spiegare perché si scrivono determinate parole e a cosa si pensa nel rileggerle.

Frutto di una lunga frequentazione con il tema della storia dell’ubriachezza, “Le goût de l’ivresse” propone un allargamento del campo già indagato da Matthieu Lecoutre nel riuscito Ivresse et ivrognerie dans la France moderne (Pufr – PUR 2011). Rispetto alla monografia precedente, l’autore allarga il campo cronologico, passando dall’età moderna a un ambizioso progetto d’insieme, volto a indagare gli eccessi alcolici francesi tra V e XXI secolo. Possiamo subito anticipare che il risultato è davvero molto buono, ricco di spunti di riflessione e informazioni, elaborati in uno stile piacevole che rende la lettura facile e talvolta anche appassionante, agevolata da un equilibrato utilizzo di aneddoti.

Avevo studiato il primo libro trovandovi ottimi spunti per migliorare il mio stesso lavoro e voglio mettere in luce il fatto che, pur trattando lo stesso argomento, questo secondo libro non è affatto ripetitivo. 

La trattazione segue un ordine cronologico, scelta azzeccata e probabilmente inevitabile in uno studio che prende in esame tempi molto lunghi e tra loro assolutamente diversi. Fin dalle prime pagine dell’introduzione si svela uno dei punti di maggiore interesse del libro: l’utilizzo – che nel prosieguo si rivela equilibrato e rigoroso – di fonti molto diverse: dai testi dei poeti latini alle inchieste alimentari dei nostri giorni, passando per manoscritti e stampe di varia foggia, menù, cronache, libri di viaggio, testi medici ed ecclesiastici (regole monastiche, per esempio), solo per elencarne alcuni (pp. 12-13).

Il problema si pone sempre, quando si scrivono libri dedicati a un periodo storico lungo: privilegiare l’ordine temporale o inventarne uno tematico. Spesso vince il tempo.

Il libro conta quattro parti: Meticciati (V-IX secolo), Diversità (X-XV secolo), Modernità (XVI-XVIII secolo), Mondializzazione e tradizione(XIX-XXI secolo), ciascuna organizzata in tre capitoli e si conclude con una bibliografia selettiva, scelta dovuta evidentemente alla necessità di non aumentare troppo il numero delle pagine, ma che complica parzialmente l’utilizzo di un apparato di note molto solido e interessante.

In una recensione, uno schema del libro di cui si scrive ci sta sempre bene. 

Uno dei temi guida del lavoro di Lecoutre è la considerazione del bere come mezzo di ibridazione, questione centrale nello sviluppo dei food and drinking studies, riconosciuto dall’autore come caratteristico già dei secoli della romanità cristianità, quando l’incontro di due mondi culturali e religiosi completamente diversi diede luogo a nuove regole e abitudini alcoliche.

Quella stessa considerazione guida anche il mio lavoro: beviamo quello che beviamo e dunque siamo quello che siamo perché siamo il frutto di innumerevoli incontri e incroci. 

Un’altra questione ricorrente è quella relativa alla relazione tra storia della medicina e dell’alimentazione, tipica certo dell’età medievale ma ritornata prepotentemente in auge a fine XIX secolo con i movimenti di temperanza (cap. XII: L’alcol, ecco il nemico) e molto importante anche per la comprensione di usi e costumi attuali. Sotto questo aspetto, è fondamentale anche l’attenzione, che l’autore ha, per la sobrietà. Ci riferiamo a questo proposito sia alle nozioni di dietetica legate al consumo alcolico, sia alla medicalizzazione dell’ubriachezza, frutto di ragionamenti iniziati nel tardo medioevo e destinati a trovare un punto di svolta al momento della ‘nascita’ del concetto di alcolismo (Magnus Huss, 1849). Lecoutre non dimentica poi di mettere in evidenza il frequente legame tra critica medica e morale, legame che non ha mancato di identificare, in diversi secoli, il vizio dell’ubriachezza come pericolo sociale.

Fare storia senza porsi domande sul presente lo trovo un esercizio arido. 

Di sicuro interesse è poi l’analisi diacronica delle modifiche – spesso di lungo periodo – intervenute in gestione, regolamentazione e identificazione dei luoghi del bere, pubblici e privati: dai primi locali riservati a rifocillare i viaggiatori fino all’attuale “ristorazione stellata” (p. 356). Lo stesso si può dire per l’esame dei cambiamenti connessi alla distinzione di genere e legati soprattutto alla narrazione / condanna dell’ubriachezza, anche in questo caso pubblica e privata. Quella dell’ebbrezza è anche una storia sociale, che mette in evidenza come il ‘bere elegante’ sia stato considerato in diverse epoche storiche tratto distintivo delle classi alte, uniche del resto a potersi permettere il consumo di bevande per lo più care e talvolta anche di difficile reperimento: si pensi al caso delle abitudini importate – talvolta piuttosto lentamente, come nel caso del cioccolato – dallo scambio colombiano. A questo proposito, pare opportuno segnalare la particolare acutezza dei paragrafi dedicati al caffè, e in generale alle bevande eccitanti analcoliche, nei quali non manca una attenta analisi del respiro mondiale di commercio e cultura francesi tra XVIII e XIX secolo (pp. 165-173).

Bere è un fatto sociale, non si scappa, per questo coinvolge tanti aspetti della nostra vita comunitaria (luoghi, amici, parenti). Lo stesso si può dire per il non bere, che è una scelta, o una necessità talvolta, che ci pone di norma di fronte a sguardi interrogativi. Avete mai provato a ordinare una bibita in una “Privata” (leggi luogo dove si mesce solo il vino autoprodotto)? 

Uno dei casi in cui l’indagine di lungo periodo si rivela particolarmente fruttuosa è quello dei criteri di definizione della persona ubriaca, destinati a farsi (o meglio a cercare di farsi) sempre più oggettivi, passando dall’identificazione dell’ebbro come chi perde la capacità di giudizio agli incerti tentativi di stabilire criteri quantitativi, in particolare per quel che riguarda la guida in stato di ebbrezza. Lo stesso si può dire anche per il divenire del gusto, tema molto caro alla storiografia francese, molto presente nel libro di Lecoutre, in particolare nelle numerose pagine dedicate al vino, dalle quali si evince il sovente stretto rapporto tra espansione del mercato, promozione del prodotto e, appunto, educazione del gusto.

Non è ubriaco chi dal pavimento / può alzarsi un’altra volta e continuare ancora a bere / ma ubriaco è quello che giace prostrato, / senza la possibilità di bere o di alzarsi

Riprendendo le parole del titolo, possiamo davvero definire Le goût de l’ivresse un libro da gustare. L’attenzione alla contestualizzazione ci porta anche al di là dei confini francesi e fa dell’ubriachezza una protagonista non esclusiva. Tra le pagine c’è infatti spazio per le abitudini alimentari in generale e per i loro tanto profondi quanto lenti mutamenti, fino ad arrivare a uno sguardo sociologico sulla quotidianità degli anni 2000. Riportiamo, a questo proposito, l’esempio dello studio dei pranzi di lavoro e del radicale cambiamento intercorso tra il XIX secolo – quando il pasto in comune costituiva occasione privilegiata di socialità soprattutto operaia – e l’inizio del XXI secolo. Sappiamo infatti che oggi il pranzo si risolve assai di frequente in una rapida consumazione che non prevede neppure di posare gli occhi su quanto si mangia e si beve (pp. 360-366).

La letteratura storiografica su questioni legate al cibo è molto ricca, farsi qualche viaggio al suo interno può regalare grosse soddisfazioni

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Digiuno rituale. La danza del sole

Il digiuno rituale è antico, molto antico, tanto antico che difficilmente possiamo dire quando sia iniziato. Si digiunava, e ancora si digiuna, per prepararsi all’esperienza sacra.

Il digiuno era parte fondamentale della religiosità di molti gruppi nativi americani, primi fra tutti i sioux, nazione indigena stanziata in origine negli attuali stati americani del Nord e Sud Dakota. Luoghi dove l’inverno è torrido e l’estate gelida, come racconta Lee Child in un romanzo del ciclo di Jack Reacher (L’ora decisiva), che ho appena terminato di leggere. Ma non divaghiamo, che tanto lo abbiamo già fatto. E allora posso anche dire che la danza non era esclusiva dei Sioux: l’immagine che vi propongo è, infatti, la rappresentazione di una danza shoshone, altra tribù delle celebri Grandi Pianure.

La cerimonia probabilmente più importante per la tradizione sioux è la danza del sole. Toro Seduto e Cavallo Pazzo erano sioux, Nuvola Rossa e Alce Nero lo erano: grandi guerrieri e grandi capi spirituali, che digiunarono e danzarono quando per loro era giunto il momento giusto. Attraverso una complicata ritualità preparatoria ed esecutoria, la danza del sole coinvolgeva un’intera tribù (talvolta anche più d’una) ed era centrata sul sacrificio in particolare dei candidati (così venivano chiamati i giovani uomini coinvolti nella danza), ma anche dei religiosi chiamati a sovrintendere la celebrazione. Nel sacrificio oltre alla mortificazione corporale, molto cruenta nella tipologia più estrema della danza, era previsto il digiuno che si estendeva dai momenti antecedenti il rito fino alla sua conclusione. Dalla notte antecedente la celebrazione si bandivano di norma cibo e bevande, mentre già dai giorni precedenti erano proibite le relazioni sessuali. La durata della danza del sole poteva raggiungere persino le quarantotto ore, durante le quali al candidato era proibito bere e mangiare. Si pensi che la cerimonia si celebrava in estate e prevedeva che il candidato stesso seguisse il percorso del sole con il suo movimento, la sofferenza fisica era dunque notevole. Elemento purificatore per antonomasia, il digiuno serviva ad agevolare la comunicazione con una dimensione spirituale. Ma non è finita qui. Al culmine del rito, al candidato venivano infilati sottopelle due pezzetti di osso di bisonte, ai quali venivano legate delle funi a loro il cui capo opposto era assicurato all’albero (o al palo) sacro, centro della cerimonia. I danzatori dovevano continuare a danzare fino alla lacerazione della carne. Cruento? Senza dubbio. Ma la sofferenza portava con sé l’impareggiabile dono della visione. Digiuno e sofferenza elevavano lo spirito.

Testimonianze raccolte dagli antropologi raccontano che i Sioux avevano deciso di proibire la danza agli uomini bianchi. Quei pochi che, prima del divieto, avevano voluto provarci avevano tutti sofferto gravi conseguenze, in alcuni casi anche fatali. Segno che non ne erano degni, oltre a essere debolucci. Meglio tenerli alla larga dal rito, per evitare il rischio di essere accusati di averli mandati a morte.

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Delle tante mie letture sui nativi americani, a questo proposito, oltre al celebre “Alce Nero parla” (varie edizioni italiane) e al bel libro di Vittorio Zucconi, “Gli spiriti non dimenticano”, mi sento proprio di consigliare C. Holler, Black Elk’s Religion. The Sun Dance and Lakota Catholicism, New York, Syracuse University Press, 1985, in particolare le pp. XXI-XXIII, 75-109. L’intero libro è di grande interesse per l’attenzione rivolta alla riproposizione della danza nella religiosità lakota a partire dai primi anni 1950). In questo libro risalta il fondamentale contributo dell’antropologia per la storia. La maggioranza delle fonti sulla Sun Dance è infatti frutto di osservazioni etnografiche. 

 

Balla triste

Il 2018 è stato per me l’anno delle Sbornie. Letterarie, ovviamente. In aprile è uscito il libro di cui spesso ho dato conto in questo blog (e chissà se è finita qui) e del quale ho avuto parecchie occasioni di parlare pubblicamente: in libreria, in biblioteca, in università, in sala, all’aperto, in radio e in tv.

Ci sono state varie occasioni in cui con i lettori, o con chi è venuto ad ascoltarmi, si è discusso della tristezza dell’ubriachezza. Già, perché per quanto l’argomento si presti pure a un sorriso, la sbronza spesso è una cosa dolorosa, che porta con sé conseguenze drammatiche. Qualcuno mi ha detto che è stato difficile leggere il libro perché rimandava con la memoria a esperienze di ubriachezza violenta sopportate o viste nella propria vita. Sono d’accordo. Anche scrivere alcune pagine non è stato affatto facile. Penso soprattutto a quelle dedicate agli indiani del Nord America, quelli che abbiamo chiamato i pellerossa e rappresentato nei film western. Come ho potuto raccontare, credo siano loro il motivo primo per cui faccio lo storico, o meglio, per cui mi è nata la curiosità che mi ha spinto a intraprendere la strada che mi ha portato a questo mestiere. Pensare a come siano stati sterminati con il contributo fondamentale del whisky da quattro soldi continua a farmi accapponare la pelle.

La sbornia, oltre che sacra e profana, può dunque essere anche tragica. Lo sappiamo. Mi prendo allora lo spazio per ragionarci un po’ su e per commentare una bella pagina del quotidiano francese “Le Monde”, che nel numero di mercoledì 9 gennaio scorso ha dedicato un approfondimento alla dipendenza da alcol. Comincio dalla vignetta, che mostra un serioso tipo con un bicchiere in mano affermare “Brindo al successo del nostro piano di lotta contro le dipendenze” (allego sotto l’immagine). L’occasione dell’approfondimento è proprio il lancio di un piano approvato dallo Stato francese il 28 dicembre per contrastare le dipendenze (alcol, droga e tabacco). Mi limito a ragionare su quella da alcol. Le cifre fanno impressione: 49.000 persone in Francia muoiono per causa sua, 5 milioni sono quanti ne consumano quotidianamente, l’otto per cento dei minori di 17 anni beve alcol almeno dieci volte al mese. Il piano è stato lanciato in sordina, perché la cultura del buon vino, tipica dei vicini d’oltralpe come nostra, guarda con fastidio a un possibile neo-proibizionismo. Ci sono lamentele perché il governo sembra abbia annotato tale piano come tutt’altro che una priorità. Il buon vino muove il turismo, fa girare l’economia, crea posti di lavoro.  Produttori di vino, birra e superalcolici si sono offerti di stanziare 4,8 milioni di euro per finanziare un programma di prevenzione delle dipendenze. Chi opera nel settore (educatori, volontari, medici, infermieri) li ha accusati di tirchieria e di cinismo. Facile mollare gli spiccioli quando giocando sulla salute altrui ti guadagni i milioni, dicono.

Un’altra escursione nel mondo alcolico mi consente un link: la BBC propone in podcast uno splendido programma, che si intitola Food Chain. In una puntata dedicata a Louisville, Kentucky, si parla del bourbon e di come questo pregiato superalcolico determini l’economia di una città e persino del suo stato. Lo chiamano Bourbonism, il turismo del bourbon. La domanda di fondo è: può un superalcolico rivitalizzare una città? La risposta è sì. C’è però un contraltare e, come in Francia, anche qui ci si chiede: ma la dipendenza? La risposta è sempre quella: bere responsabilmente. Cosa niente affatto facile, altrimenti avremmo già risolto.

Tante domande. Nello studiare per preparare “Sbornie sacre, sbornie profane” mi sono chiesto “Perché si beve?” e ho provato a rispondere nel paragrafo che ho intitolato “Ma perché?”. Di ragioni ne ho trovate molte, anche contraddittorie, e non ho avuto altra scelta se non quella di proporre un modello di spiegazione presumibilmente incompleto e di certo complesso.

Torniamo in Francia. La seconda parte del dossier è quella più triste. Racconta la storia di un ragazzino di 16 e una ragazzina di 15 anni, entrambi caduti in coma etilico dopo una terrificante sbronza. Presa, in entrambi i casi, per sfida. Gareggiavano con gli amici a chi beve di più (anche qui in inglese c’è un’espressione apposita: binge drinking). La parte speranzosa della storia è che esistono dei protocolli per cui agli adolescenti che arrivano in ospedale in coma etilico viene offerto un sostegno, a opinione di Le Monde e nulla spinge a dubitare, molto serio e ben organizzato. Un educatore si prende cura di loro e delle famiglie. Ma per le storie a lieto fine, quante ce ne sono, scritte e non scritte, con esito infelice? Tante, lo sappiamo. Ancora oggi nel leggere o studiare storie dei Nativi Americani – oggi il termine corretto da usare è stato deciso sia questo – mi scopro a sognare di cambiarne il finale.

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Del dossier di Le Monde si può consultare liberamente solo l’articolo costruito sui casi di coma etilico https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/01/08/un-suivi-psychologique-obligatoire-pour-les-jeunes-hospitalises-pour-coma-ethylique_5406298_3224.html?xtmc=ivresse&xtcr=1 . Gli altri sono riservati agli abbonati (cosa che io sono, dunque non ho piratato nulla per leggere).

Il link a BBC Food Chain è nel testo (basta cliccare sulla parola “puntata”).

Il paragrafo del mio libro cui faccio riferimento è il primo del quarto capitolo (pp. 93-100)

Lasagne con lo zucchero. Una questione di potere

Venti marzo 1642. È il giorno in cui un anonimo gesuita si prende la briga di sedersi al suo scrittoio messinese e di redigere, o quantomeno firmare, una lettera da spedire ai suoi superiori, quello siciliano e quello romano. Possiamo pensare che a muovere la sua penna sia stata la sensazione che la misura fosse davvero colma.

Da quando è entrato nella Compagnia di Gesù, almeno da quel momento ma probabilmente anche da prima, lui sa che il cibo non è uguale per tutti. Non lo è nelle comunità religiose, come non lo è in nessuna tavola. Gli ospiti hanno diritto a mangiare di più, chi fa fatica lo stesso, siano i suoi impegni intellettuali o fisici. Chi brucia, mangi. Va bene, certo, si accetta. Come si accetta che ci siano eccezioni al digiuno: se stai male hai diritto a qualche carezza. Le chiamano così, carezze. Se sei debole, mangia pure la carne al venerdì. E pazienza se tutti sanno che quel confratello male non ha, è solo goloso e ha un amico medico. Peccato di gola, se la vedrà con l’Altissimo.

Ma quel venti marzo 1642 è arrivato il momento di dire che adesso basta. Perché a fare il goloso, e a pretendere di poterlo fare in barba a ogni regola e, peggio, a ogni buona norma di condotta e coscienza, è addirittura la prima autorità di tutta la vasta provincia siciliana. Privilegi inaccettabili, di questo si tratta. Il provinciale. Prima di tutto non si accontenta di viaggiare nelle residenze da solo, no. È sempre con un compagno, lo stesso, e non avvisa che arriveranno in due. Così quel compagno, quell’assistente, quando arriva costringe qualcuno ad alzarsi da mensa e cedergli la sedia. Perché i posti sono contati. Il menu quello è, ma i due potenti vogliono di più, vogliono di meglio. Chiedono le lasagne con lo zucchero, mica piatti da poco. Pretendono minestre prelibate, pesci di pregio. E mangiano, mangiano senza ritegno, tanto che quando arriva il momento del dessert, che nel 1642 si chiama pospasto, esigono di più. Non sono queste le regole del gioco, e qualcuno lo deve pur dire. E allora ecco che quel qualcuno si siede allo scrittorio e comincia la sua lettera di protesta, lamento e denuncia. Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è quella caduta quando ha visto il capo di tutti loro fare finta di digiunare nei giorni di precetto. Fare finta perché avrà pure rinunciato alla carne, ma facendosi servire nel piatto un raffinato polpo, cibo squisito per eccellenza. E allora non basta che se la veda con l’Altissimo, bisogna che si sappia: il cibo non sarà mai uguale per tutti, ma questo è troppo.

Come è finita? Non lo so. Probabilmente non lo sapremo mai. Chissà, magari con un richiamo, probabilmente con un’indigestione, di certo con del rancore nato dalla certezza di assistere al consumarsi, nel piatto, di un’ingiustizia.

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Il racconto nasce da una lettera che ho consultato nel fondo “Sicula” dell’Archivio Romano della Compagnia di Gesù.

Jesuits and Food. Jesuit Studies Café, Boston College

Next week, on Thursday December 13 (9.15 Eastern Time) I will give a talk via Zoom (conference call), entitled “Food and Jesuits”. It is a wonderful opportunity for me: I will be able to tell a group of very good scholars about my research. The conference is open to the public; just send an email to iajs@bc.edu for information.

I thought of this post as an opportunity to tell about myself as food historian, as usual, but also as a way to introduce the topics that I will discuss during the conference.

In my research at the Archivum Romanum of the Society of Jesus, I have consulted and collected a large amount of documents that tell us something about food. Of course, there is a lot I have not seen, but the future belongs to us. In rearranging this large mass of documents, I realized that I could organize it into two large thematic nuclei, moderation and sociability. This needs an introduction.

Introduction: Historiographical concepts: Cuisine, Diet, Food Culture.

The Association for the Study of Food and Society http://www.food-culture.org/ is aimed at the promotion of interdisciplinary study of food and society. I refer to this Association to highlight one of the most recent debates that started in the Google Group of the affiliates. The question is: What is cuisine? Someone wrote: “There are no finite limits to the cuisines in the world”, this sentence applies even more for history. For example, we know that our sources push us to study the upper classes cuisines. Early modern Jesuits were often highborn and their food culture reveals it, as David Gentilcore showed in his studies about food and Jesuits in Roman Province during the 17th Century.

Cuisines are like languages, like forms of government: they overlap, intersect, and change; they need communities with shared understandings of what their food is and they need a discourse about that. At the same time, cuisines are a combination of foodstuffs (ingredients), dishes (ingredients transformed through specific procedures) and meals (culturally recognized eating events).

In my opinion, for the Jesuit studies “cuisine” is not enough.

There are other elements, which go beyond cuisine: the diet, for example. Diet is an abstraction for the total of what an individual or a group eat over a specific period. More, there are rules, controversies, calendars to respect, economic indications, moments to share.

For this reason, I prefer to use the concept of Jesuit food culture, to refer to food customs and values shared by a community.

In my opinion, if we look at the Jesuit food culture, we can recognize two concepts:

  1. Moderation
  2. Sociability

Let me start from

  1. Moderation

Moderation in eating (its opposite is gluttony).

Moderation in drinking (its opposite is drunkenness).

The moderation idea corresponded to contemporary medical notions of how best to nourish the body and maintain its health.

The discourse on moderation is developed, above all, around the regulation of the ecclesiastical fasting.

There is another form of moderation, typical of the Society of Jesus, moderation in privation: it applied to fasting and abstinence too.

This attitude firstly derives from the biographical experience of Ignatius and secondly from the goals of the Society.

The privations to which Loyola underwent during the conversion period left two significant legacies: first of all a persistent stomach pain particularly aggressive. These pains would have accompanied him until his death. The second consequence was the strengthening of the belief that the rules of fasting should be observed insofar as they allowed to guarantee a perfect balance both to physical and mental health.

It was necessary to have respect for the body, taking care not to debilitate the stomach, but on the contrary to reinforce it: a weak physique, in fact, would not have allowed the spirit to act for the better.

  1. Sociability

Meals are not just food. They are part of the food culture, as specific culturally recognized eating events, shared by a community.

For Marcel Mauss a total social fact is “an activity that has implications throughout society, in the economic, legal, political, and religious spheres”. Anthropological researches include alimentation in the group of “total social facts”.

If we look at the Jesuit food culture, we realize that the definition of “total social fact” is well founded.

Let me focus on the different spheres mentioned by Marcel Mauss, starting from society. Eating is usually a group event, food becomes a center of symbolic activity about sociality and our place in the society, and this applies even more to the members of a closed group, like a religious order, one of the most meaningful moments of the common life.

I just need to mention the differences in the table service between normal and “very important” people.  For example, potential donor deserve a special treatment: they are “caresses” in the Jesuitical language. Inside the Society, there are cases of Superiors who pretend rich portions, fancy food.

The rules of dining hall behavior were very strict. You had to be quiet, listen to edifying readings, follow a strict order of service and respect the schedule. But disobedience to the norm was the rule.

Economy. I have personally dealt with the economic issues related to food history researching on the yerba mate in the Reducciones of the Paraguayan province. The topic is widely represented in the sources.

In addition, there are documents that detail the close link between economics and law. For example, the orders relating to food expenses and to the responsibility to feed Jesuits who moved from one province to another, show a high rate of conflict.

Food is an important issue of canon law too. We have many treatises about fasting rules, for example. Chocolate became part of the theological and canonical debate between the sixteenth and eighteenth centuries because of its identity.

These are just a few examples, perhaps useful in building the foundation for a discourse on the Jesuit food culture, an issue that deserves to be investigated in depth. We have a lot of work to do.

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Cibo e fede. A margine di un convegno in Cambridge

Apro e chiudo una parentesi, tralasciando le storie legate al cibo per raccontare qualcosa dello storico legato al cibo. Qualcosa di buono che nutre il mio lavoro. Sono stato per la prima volta in vita mia a Cambridge, toccata e fuga, per partecipare a un convegno intitolato in maniera per me molto promettente “Food and Faith in the Early Modern World, c. 1400 – c. 1700”. Promesse mantenute.

La mia aspettativa era di andare in Inghilterra non solo e non tanto per raccontare quello che sto studiando, i miei progetti di ricerca, ma anche e piuttosto per ascoltare le idee degli altri. Obiettivo pienamente raggiunto, me ne torno con le tasche piene di suggestioni e nuove conoscenze, personali e storiche.

La prima cosa da elogiare… correggo, la prima persona da elogiare è Eleanor Barnett, che ha organizzato questa bella e riuscita iniziativa. Torniamo alla prima cosa, che è la curiosità e la capacità di far dialogare la storia con l’attualità. Perché accanto alle varie relazioni degli storici che si occupano di fatti accaduti tra 1400 e 1700 circa, Eleanor ha ben pensato di organizzare una tavola rotonda nella quale ha intervistato quattro leader religiosi (buddhismo, cristianesimo, ebraismo, induismo) sul tema “Cibo e fede oggi”. Perché, a ben guardare, se non ragioniamo sulle questioni attuali, a che ci serve la storia? Forse a fare un poco appetitoso sfoggio di erudizione, di cui io personalmente faccio volentieri a meno. Interviste ben fatte, con domande semplici e ben poste, con risposte senza scorciatoie.

La seconda cosa da elogiare è la qualità delle varie relazioni, nessuna esclusa, con una menzione particolare per alcuni dei giovani dottorandi che hanno presentato le proprie ricerche. Hanno dato prova di come gli inizi della carriera non debbano essere necessariamente legati a questioni di non troppo ampio respiro che consentono di rifugiarsi in quella poco simpatica erudizione di cui sopra. E per chi dottorando più non è, rimane piacevole vedere che i temi di ricerca progrediscono senza doversi ripetere anno dopo anno.

La terza cosa da elogiare è la ricca varietà degli argomenti. Non è infatti facile sentir parlare – bene e con grande cognizione di causa, giova ripeterlo – di cannibalismo ed eucaristia, di eresia e inquisizione, di cibo come pratica sociale in varie religioni, di feste e digiuni, di banchetti alla presenza di presunte streghe, di simboli, immagini, liturgie. Tutto questo in Europa, in America e in Asia.

La quarta cosa da elogiare è quel fantastico clima anglosassone in cui ci si chiama per nome e ci si dà dello “you”, senza grandi deferenze legate all’effimero grado accademico del chi è lei, chi sono io.

Mi fermo qui con gli elogi, riassumendoli in tutti nella dichiarazione che ho fatto a me stesso: è stato uno dei migliori convegni della mia carriera. Per questo almeno, vale un post.

Vi allego il riassunto dei temi trattati.

Io ho parlato di gesuiti e cibo, cercando di mettere in evidenza quali sono per me i tratti caratteristici della cultura alimentare gesuita nella prima età moderna: la moderazione (nel mangiare, nel bere e nel digiunare) da un lato, la concezione del pasto come fatto sociale e non individuale dall’altro. Sto scrivendo su questo.

Alla cena del convegno ho mangiato pesce d’acqua dolce, accompagnato da vino bianco spagnolo. Meglio il primo del secondo, ma è questione di gusti.

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Il cibo è un’arma. Non sprecarlo!

Un’immagine, tante letture, molte chiacchiere, qualche conferenza. Questo post nasce così.

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L’immagine fa parte dell’armamentario della propaganda di guerra (II Mondiale) statunitense e la didascalia recita quanto già scritto nel titolo del post, proseguendo poi con queste indicazioni: “Compra con intelligenza, cucina con attenzione, mangialo tutto”.

Una bella rassegna di manifesti simili si può trovare qui.

Ma andiamo indietro e mettiamo subito in chiaro che lo spreco lo abbiamo inventato noi, o almeno, quelli che sono venuti poco prima di noi. Dove il “poco prima” va interpretato con i tempi lunghi della storia. Siamo abituati a pensare ai banchetti rinascimentali, o a quelli degli splendori delle corti settecentesche, come a momenti dove sovrani, nobili e ricchi in generale, sprecano il cibo buttandolo dalla finestra, abbandonandolo sulla tavola, ostentando un lusso che si quantifica in portate che nessuno stomaco umano è in grado di sostenere. Non funzionava esattamente così. Quel cibo veniva, in qualche modo, riciclato. La cultura dello spreco nasce con la società industriale, la società dei consumi. Gettare via il cibo che avanza è cosa recente. Intendiamoci, per recente intendiamo cosa del XIX secolo.

E quei banchetti? Il cibo andava mostrato perché abbondanza e opulenza erano segno di potere, ma non si sprecava. Per esempio, alla corte del Re Sole esisteva una vera e propria economia del recupero, gestita da funzionari regi il cui compito era quello di ridistribuire gli avanzi. Probabilmente chi beneficiava della redistribuzione non mangiava roba freschissima, ma l’idea di buttare gli avanzi nella spazzatura non esisteva.

A Venezia già dal 1300 (1299, a essere proprio pignoli) esistevano dei magistrati addetti al controllo dello spreco, i provveditori alle pompe. La Repubblica legiferava, cercando di limitare gli eccessi dei banchetti di nozze prima e di quelli privati poi, provando a contenerne gli orari, il numero di portate e persone invitabili. Attenzione soprattutto alle donne, colpevoli di inutile sfoggio di gioielli e abiti. Ingannare la legge è sempre possibile, e si faceva rendendo irriconoscibili i piatti proibiti (tagliandoli in pezzi così piccoli da renderli, appunto, irriconoscibili) o fingendo che le dame invitate fossero delle parenti strette.

Esisteva pure un interesse economico: il cibo recuperato contribuiva a costruire e alimentare una economia di vendita di cui poco sappiamo, a eccezione della sua esistenza. Tutte queste cose venivano recuperate in un’economia di vendita. In realtà questa economia non la conosciamo bene, ma la redistribuzione, il riutilizzo del cibo avanzato esisteva di sicuro. Nella Baghdad del X secolo il visir Hamid b. Abbas preparava abbondanti banchetti per ospiti e servi, a base di carne e pane bianco, cibi ricchi per la cultura dell’epoca. I servi però preferivano mangiare fagioli secchi per mandare le proprie razioni alle famiglie. Venutolo a sapere, Hamid b. Abbas decise di raddoppiare la loro razione, ma i servi continuarono a mangiare fagioli secchi, preferendo destinare il secondo pasto ai macellai, accumulando così un credito da utilizzare in occasione delle feste. Ecco un esempio di economia anti-spreco.

Le ricette del recupero sono un altro tassello del mosaico, per esempio nelle regole dei monasteri del medioevo si prevedeva di recuperare le briciole di pane dopo ogni pasto, così che alla fine della settimana si poteva preparare la torta di pane. Continueremo in seguito, perché oggi vorrei chiudere riprendendo il discorso da dove è iniziato: “Il cibo è un’arma, non sprecarlo!”. Affermazione che si potrebbe tradurre nel suo contrario: “Il cibo è un’arma, sprecalo!”.

Seconda Guerra Punica (218 a.C. – 202 a.C.) – quella degli elefanti, degli scontri terrestri e non navali, della presenza pluriennale di Annibale in Italia. Nel tentativo di fermare Annibale, a Roma si proclamò un editto per cui tutti gli abitanti delle regioni in cui il cartaginese stesse per arrivare dovevano abbandonare le campagne dopo aver bruciato le case e guastato le messi, così che all’esercito nemico mancasse ogni cosa.

La campagna di Russia di Napoleone Bonaparte (1812). Più i francesi avanzavano, più i russi si ritiravano, abbandonando le posizioni e ripiegando verso Mosca. Napoleone era convinto che la campagna più ricca attorno a Smolensk e Mosca avrebbe dato da mangiare ai soldati, perciò proseguì, ma nella ritirata i russi razziavano la terra e distruggevano le provviste. L’esercito francese cominciò a disintegrarsi quando gli uomini indeboliti dalla fame, iniziarono ad ammalarsi. Napoleone entrò in Russia a fine giugno del 1812. A fine luglio il suo esercito aveva perso 130.000 uomini e 80.000 cavalli senza avere ancora combattuto. Ad agosto una battaglia non decisiva fu combattuta a Smolensk, che cadde in mano francese, ma solo dopo che i russi avevano distrutto ogni scorta di cibo. Dopo la vittoria nella battaglia di Borodino (7 settembre) i francesi ebbero strada aperta verso la capitale. Arrivati però a Mosca, Napoleone e i suoi trovarono la città deserta e gran parte dei depositi di cibo distrutti. Fu l’inizio della fine.

Si potrebbe continuare, e in effetti, prima o poi, continuerò. Anche perché ben poco ho scritto di quei manifesti che consigliavo all’inizio del post.

Come anticipato, questo post nasce da tante cose: letture varie dei libri di Massimo Montanari, poi Kirti N. Chaudhuri, L’Asia prima dell’Europa (il primo capitolo), Carla Coco, Venezia in cucina; Tom Standage, Una storia commestibile dell’umanità. C’è sicuramente anche dell’altro, ma non sempre si può ricostruire tutto.