Domani – Cibo

Esce oggi, sabato 25 giugno 2022, il primo numero del mensile Domani-Cibo, un nuovo progetto coordinato da Sonia Ricci, capitana di una squadra nella quale ci sono pure io.

Domani-Cibo rimarrà in edicola per un mesetto, quindi non sarà difficile trovarlo, ancora più facile potrebbe essere leggerlo in digitale.

L’articolo che ho scritto io per questo primo numero è dedicato alla città universitaria di Berkeley – California e al suo Gourmet Ghetto.

Per voi, amate e amati lettori del blog sono autorizzato a pubblicizzare l’offerta di Domani: un mese di abbonamento digitale gratuito, seguito da altri undici mesi a prezzo scontato.

Ecco le istruzioni:
• Il codice DOMANIMESE permette di leggere gratis il giornale per un mese. I successivi rinnovi avranno un prezzo promozionale di 13,90 euro al mese per 11 mesi. L’uso è semplice: si segue la procedura di abbonamento (cliccando “Abbonamenti” in alto nel sito e scegliendo l’opzione MENSILE DIGITALE) e quando richiesto, invece di pagare, si inserisce il codice promozionale DOMANIMESE. In questo modo anche i lettori non abbonati hanno occasione di scoprire il giornale nel suo insieme (inclusi i miei pezzi pregressi) e, se apprezzeranno il vostro e nostro lavoro, allo scadere della promozione magari decideranno di sottoscrivere l’abbonamento.

Perché. Viva il blog, e (speriamo) viva Telegram

Ho scoperto che questo è il centesimo post. Auguri!

Perché in questi mesi ho tralasciato il blog?

Perché ho scritto altrove, perché conseguentemente a ragionamenti fatti con esperti del settore della comunicazione ho pensato di percepire che siamo in un tempo definibile come quello della fine dei blog.

Perché sta per partire un progetto di comunicazione della storia e della scienza che mi vedrà in prima linea.

Cominciamo dallo “sta per partire”. Mi sono fatto prendere dalle illusioni e ho persino creato un canale Telegram (cla_ferlan – sono molto contento se mi cercate, mi trovate, vi iscrivete), ma il progetto ancora non è partito… restate sintonizzati, se vi va.

Al di là degli altri canali di comunicazione, il blog rimane un personale punto di riferimento e di personale libertà di espressione. Ecco, questo forse dovrebbe convincermi: non è affatto, almeno per me, il tempo della fine dei blog.

Dopo questa introduzione, aggiungo un contenuto. Nelle ultime due settimane ho passato parecchie ore in diverse scuole superiori del Trentino, a parlare di storia dell’alimentazione, quella food history che dà il nome al blog. Ma quanto è stato bello!

In una occasione siamo partiti dalla storia della yerba mate (bevanda che uno studente conosceva in profondità grazie a uno sportivo argentino) e da lì abbiamo costruito una dettagliata e stimolante mappa mentale dedicata alla storia e alla cultura dell’alimentazione. In un’altra occasione siamo partiti dalla storia del naufragio della nave Querina (1431/1432), naufragio che portò alla esportazione del merluzzo, sotto forma di stoccafisso prima e baccalà poi, a Venezia. Da lì abbiamo costruito un’altra mappa mentale, stimolante e dettagliata quanto la prima, sia pure nella differenza. In diverse altre occasioni siamo partiti dalle riflessioni sullo spreco alimentare, per costruire forme di comunicazione creativa, come il racconto e il podcast. Ci saranno altre storie da raccontare nelle prossime settimane. Da storico, studioso rivolto al passato per aprire al futuro, sono molto convinto quando affermo che se queste e questi sono le nostre studentesse e i nostri studenti, ebbene, le cose non potranno che andare meglio.

Perché sono davvero in gamba, (soggetto loro, non io).

NCAA, si ricomincia: il basket universitario alla prima palla a due

Da ormai qualche mese, il blog non è l’unico luogo in cui scrivo, anzi… quando possibile, perché non attribuirgli il ruolo di eco di quanto apparso altrove? Non c’è un perché, ecco quindi il mio contributo per Jefferson-Lettere sull’America a proposito dell’inizio della stagione di basket universitario negli Stati Uniti. Appuntamento a martedì 9 novembre per la prima palla a due.

Qui aggiungo i pronostici: dicono che le più autorevoli candidate ai titoli sono South Carolina (donne) e Gonzaga (uomini). Io tiferò Boston College e guarderò con particolare interesse a Connecticut (donne) e Oregon (uomini), ma non ho la minima idea di chi vincerà.

Il basket universitario americano è fatto di storie, più di allenatrici e allenatori che di giocatrici e giocatori. Una ragione è intuitiva: mentre chi palleggia, salta e tira sui parquet dei college lo fa al massimo per quattro anni (spesso per meno) prima di passare al professionismo, chi allena lo fa per decadi, talvolta anche sulla stessa panchina.

L’articolo lo trovate cliccando qui.

Jefferson – il giornalismo fatto bene

La prendo alla lontana, ma sappiate che questo post contiene un appello a beneficio di un progetto giornalistico, che è quello del titolo.

Da bravo storico, ho una sorta di ossessione per le cronologie, anche quando si tratta di confrontarsi con me stesso. Mi chiedo allora: quando è iniziato il mio interesse per la comunicazione della storia? Potrei rispondere: con il primo post di questo blog, dedicato alle sarde in saor rinascimentali. Era ottobre 2017 e io stavo a Berkeley, dove imparavo parecchio sulla comunicazione della storia. Potrei, ma non sarebbe vero. Parlare del mio mestiere mi è sempre interessato, prima ancora che diventasse il mio mestiere. Farlo in maniera non accademica mi è sempre interessato, prima ancora che fossi in grado di farlo.

Io vi avevo avvisato, che l’avrei presa alla lontana

Ho cominciato a scrivere sul blog, molto su MentePolitica (ben prima del blog), sporadicamente su altre riviste, da qualche mese su Domani e su Avvenire, con una certa continuità. La storia, però, non è tutto, arriva prima a pari merito nella gara non competitiva tra le mie passioni, appaiata allo sport. In particolare, quello cosiddetto americano: basket e football prima di tutti e in ordine alfabetico perché ancora non ho capito quale mi piaccia di più.

Scrivere di sport, però, è molto più complicato che scrivere di storia. Almeno, lo è per me. Avevo bisogno di provarci e di sentire fiducia. Ecco, arriva Jefferson e il mio prenderla alla lontana raggiunge lo striscione d’arrivo. Io per Jefferson scrivo di sport americani, non di storia perché quello lì lo fanno altri e io lo faccio altrove.

Jefferson, Lettere sull’America (questo è il nome completo), si presenta così:

C’è chi l’America la racconta seguendo meramente le cronache. E si stupisce di Trump, di Bernie Sanders e delle minoranze. Jefferson tenterà di raccontarvi gli Stati Uniti. Un tema alla volta, ogni due settimane. Questo è Jefferson – Lettere sull’America, il primo bisettimanale online in italiano interamente sugli USA.

Come ogni cosa fatta bene, Jefferson pur essendo gratuito per noi lettori ha un costo e si alimenta dell’appoggio di noi lettori. Si può fare, anche con pochi euro, cliccando su questo link:

https://www.paypal.com/pools/c/8Aumqtsvgc

Padre “Pranzo”, un missionario preso a colpi d’ironia.

Una pillola, oggi, introdotta da un’introduzione. Ci sono documenti belli da leggere, tra questi i miei preferiti (a oggi, poi cambierà) sono le relazioni di missione tra i cosiddetti indiani, altrettanto cosiddetti nativi americani. C’è una grande varietà di informazioni, spesso vado a caccia di notizie sulla religione e sull’alimentazione, ma mi interessano anche i racconti dei lunghi viaggi a piedi o in canoa. E poi ci sono delle cose spiazzanti, come questa.

Traggo da una lettera del missionario gesuita Giovanni Battista Prando, datata 10 aprile 1893, destinatario non specificato, nella quale Prando racconta la propria esperienza iniziale “nella nuova missione di Pryor”, tra gli indiani Corvi. Pryor è nel Montana, i Corvi sono i Crow.

Nella lettera il gesuita va indietro con la memoria, fino al luglio 1886 e scrive:

“Un giorno trovai una loggia ed un selvaggio molto grande e grosso venne fuori e mi domandò il mio nome. Io risposi che il mio nome era Prando, ma che in lingua selvaggia io mi chiamavo Pranzo. Il selvaggio rispose il tuo nome è bugiardo, quest’oggi tu non mangerai pranzo perché io non ho niente affatto da mangiare. Però questa sera devono arrivare i miei figli con delle provvisioni, tu sta qui con me e io ti chiamerò Cena in vece di Pranzo, e così feci”.

Sembra non dirci nulla, una bazzecola così, ma in realtà dice molto: su quanto rimane nella memoria di un uomo che scrive sette anni dopo i fatti, su quanto sceglie di trasmettere a chi lo leggerà, su come una anonimo crow usi l’ironia per sottolineare il sacro dovere dell’ospitalità.

C’è molto altro, in questo documento, una relazione di missione che ho scovato nell’archivio dei gesuiti di Saint Louis, Missouri, un archivio dove spero di tornare nel 2022.

Ammazzando il tempo. L’autobiografia di Paul K. Feyerabend

Ho ricevuto la richiesta di consigliare un libro per stimolare lettrici e lettori a pensare alle connessioni tra scienze dure e scienze umane. Il video del consiglio lo vedete qui

Paul K. Feyerabend, Ammazzando il tempo. Un’autobiografia, Laterza 1994 (19992), ecco la scelta anticipata nel titolo di questo post.

Se cercate notizie su Feyerabend, lo troverete identificato come filosofo della scienza; per lui più che per altri ogni definizione è riduttiva.  

Il suo percorso è quello di un curioso della conoscenza, aperto a ogni stimolo intellettuale; appassionato di opera lirica e lui stesso cantante; studioso di fisica, storia, astronomia, sociologia; lettore onnivoro.  

Ricordando i tempi della scuola superiore, scrive “Complessivamente non avevo ancora messo a fuoco i miei interessi (né ci sono ancora riuscito), un libro, un film, una rappresentazione teatrale o un’osservazione casuale potevano farmi muovere in qualsiasi direzione”. Libertà della ricerca, mi pare queste parole siano la giusta definizione. 

Ha insegnato in molti posti diversi, sparsi in tre diversi continenti (America, Oceania, Europa). È stato a lungo a Berkeley, cosa che muove qualche corda dentro di me quando leggo citati posti che conosco bene e non vedo l’ora di ri-frequentare.  

Ha scritto parecchio, pure un libro il cui titolo è un programma, Contro il metodo, che ha influito sulla storia del pensiero. Sicuramente il mio, perché senza di lui non avrei saputo costruire il progetto che mi ha fatto guadagnare un posto di lavoro stabile. La rivista Nature arrivò a definirlo “il più grande nemico della scienza”, in polemica con la sua anarchia metodologica.  

Io il libro l’ho letto e riletto, continuerò.  

Settembre – come Battisti e l’Equipe ’84 – un post di link

Lo so, oggi non è il 29 settembre ma il 30, eppure la menzione nel titolo della mitica canzone non la volevo mancare, tanto più che inizia così, la canzone: “Giornale Radio. Ieri, 29 settembre…”. Ma lasciamo da parte le citazioni dotte e veniamo a quelle dozzinali: sulla mia pagina Facebook, il 2 settembre scrivevo: “A settembre si ricomincia, ho in cantiere un po’ di cose, a partire dalla ripartenza (gioco di parole) del blog…”. Vero, ne ho fatte di cose, in questo settembre e approfitto dello spazio concessomi da me stesso per ricapitolarle.

Qui sul blog ho fatto un post a settimana, ogni giovedì:

Ho scritto due articoli per Domani. Uno si trova (credo parzialmente) online, ed è stato intitolato “Il venerdì senza carne può salvare il pianeta”, l’altro invece no, online non c’è, scritto per raccontare delle origini del silenzio gesuitico, messo in parallelo con i silenzi del premier Draghi

Abbiamo pubblicato due puntate di “Storici al microfono”, interviste con Carlo Greppi e Vanessa Roghi.

Ho scritto due articoli sullo sport americano, pubblicati da Jefferson – Lettere sull’America (seguite questo progetto, è bellissimo!), uno dedicato all’inizio stagione football NCAA, l’altro alla fine stagione basket WNBA.

Infine, ho fatto una conferenza in Brasile, purtroppo solo online.

Ottobre inizierà bene, con una presentazione contemporaneamente live e online di Venerdì Pesce e un dialogo sui podcast di storia.

Vi ho sommerso di link, chiedo Perdono, come Caterina Caselli in un musicarello d’annata?

Gesuiti e schiavi

Premessa. Non è universalmente noto che i gesuiti furono proprietari di schiavi, e che sul loro commercio essi costruirono pure parte della loro fortuna.

Ecco un tema che mi interessa particolarmente, sono questioni che vale la pena approfondire con adeguati progetti di ricerca, ne ho già scritto su Avvenire, in termini diversi da quelli che sto per pubblicare qui. Negli ultimi anni la Compagnia di Gesù ha avviato negli Stati Uniti alcuni progetti che intendono indagare a fondo questo scorcio del passato per ideare tangibili forme di riconciliazione e restituzione, insieme con varie associazioni di discendenti degli schiavi posseduti e venduti dai gesuiti negli States del XIX secolo. Di questo ho scritto.

L’espansione atlantica dei coloni europei dei secoli XVI-XVII si concretizzò in un contesto nel quale la schiavitù era non solo pienamente accettata, ma anche parte integrante nella costruzione del cosiddetto Nuovo Mondo.

Al tempo della formazione della Compagnia di Gesù la schiavitù esisteva in Europa, soprattutto in città portuali come Lisbona e Siviglia, esisteva anche a Roma, dove i primi gesuiti si stabilirono. Pare molto probabile che schiavi lavorassero nei collegi gesuiti europei della seconda metà del Cinquecento. Ma fu soprattutto con l’espansione fuori dall’Europa che i gesuiti entrarono in contatto con la pratica della e con i dibattiti sulla schiavitù.

Il portoghese Baltasar Barreira (1538-1612), missionario sulla costa atlantica dell’Africa (oggi Angola, Sierra Leone, Capo Verde), sostenne la legittimità della schiavitù, descrivendola come una pratica comune nella cultura africana. Aggiunse che la Corona portoghese poteva legittimamente possedere degli schiavi, in qualità dai molti mali (!) fatti dagli africani ai portoghesi.

Nei possedimenti portoghesi sul Pacifico la tratta riguardò alcuni prigionieri catturati in Giappone, ma dopo averla inizialmente appoggiata, i gesuiti la condannarono nel 1598. Era il segno che un pensiero diverso si poteva avere, anche se sulle coste atlantiche le cose andarono diversamente. Qui, come Barreira, molti altri gesuiti giustificarono la schiavitù, e ne trassero pure vantaggio, a Nord come a Sud.

La Compagnia di Gesù fu soppressa nel 1773 e restaurata nel 1814: in quei quarant’anni molte cose cambiarono, tra queste anche l’atteggiamento nei confronti della tratta. Le posizioni antischiaviste erano molto diffuse e gli stessi gesuiti generalmente le abbracciarono, con un’unica grande eccezione: gli Stati Uniti d’America. Qui il lavoro e il commercio degli schiavi ebbero fondamentale importanza per lo sviluppo della Compagnia di Gesù nel Maryland e per quello dell’università di Georgetown in particolare. Il dibattito coinvolse i gesuiti del Maryland; nel 1838 essi decisero di vendere i propri schiavi a due possidenti della Louisiana. Guadagnarono benissimo.

Questa decisione non segnò la definitiva cessazione della storia dei gesuiti proprietari di schiavi. Essi approfittarono del lavoro forzato in Missouri, Kentucky e Louisiana, fino alla fine della Guerra Civile (1861-1865). E oggi con questa realtà storica si cerca di fare i conti.

Il generale Lee. Buttata giù la statua, ora toccherebbe al mito

I miei coetanei (e probabilmente non solo loro) ricorderanno la macchina rossa con la bandiera sudista sul tetto e le porte saldate, la Generale Lee guidata dai cugini Bo&Duke Luke nella serie televisiva Hazzard. Ma chi è stato, davvero, il generale Robert Edward Lee (1807-1870)?

Fu il generale più carismatico delle truppe confederate, negli ultimi mesi anche il comandante in capo delle “giacche grigie”, i confederati che si batterono per la secessione degli stati del sud in quella che noi chiamiamo di solito “La guerra di secessione americana”, mentre di là dall’Atlantico è nota come Civil War, la guerra civile per antonomasia (1861-1865).

Di Lee si è parlato recentemente perché la scorsa settimana una sua bronzea statua equestre è stata demolita e rimossa da Richmond, Virginia, all’epoca della guerra capitale degli stati del sud. Già da qualche tempo le memorie dei ribelli (se avete visto anche solo un film western che si riferisce alla Guerra Civile avrete familiarità col vocabolario, altrimenti fidatevi) vengono smantellate: nella stessa e sola Richmond sono state buttate giù più di venti statue, più o meno grandi, di soldati e personalità confederati.

La statua di Lee fu edificata nel 1890, secondo gli storici americani in un clima ben delineato, nel quale un momento di particolare effervescenza economica e sociale degli ex-schiavi fu osteggiato dalle élite bianche anche attraverso delle forzature della memoria, volte a celebrare figure degli stati secessionisti. Vale forse la pena ricordare che tra le cause della Guerra Civile una parte importante la giocò l’insanabile contrasto tra la posizione anti-schiavista dell’Unione e quella schiavista dei Confederati.

Fu in quegli anni che si consolidò il mito di Lee, generale sconfitto ma geniale, capace di ritardare l’inesorabile esito del conflitto grazie ad audaci colpi di mano e brillanti intuizioni militari. Fu vera gloria? I dubbi non mancano, come con ironica maestria e amara chiarezza riassume sul Washington Post il giornalista Eugene Robinson, che chiude il suo articolo ricordando una recente battuta di Donald Trump, secondo il quale un esercito guidato da Lee avrebbe facilmente sbaragliato i talebani. A parte le facezie, cerchiamo di capire se fu vera gloria, basandoci sulle due più radicate convinzioni a suo proposito.

Solo per fedeltà alla Virginia, suo stato di nascita, decise di sposare la causa confederata, si dice. Pare inesatto. I documenti raccontano che Lee si era diplomato a West Point, era un ufficiale dell’Unione e tradì il suo esercito per ribellarvisi. Si era opposto alla secessione a inizio 1861, sostenendo che mai avrebbe usato le armi contro il proprio Paese, ma quando la Virginia si ribellò, Lee si rimangiò la promessa.

Lee era un antischiavista, si dice. Pare inesatto. Era un proprietario di schiavi e vedeva la schiavitù come un peso non per i neri, ma per i bianchi, chiamati a civilizzare gente difficile da civilizzare. Ereditò dal suocero quattro o cinque famiglie di schiavi, e non ottemperò alla richiesta testamentaria di liberarli immediatamente, formulata dal padre di sua moglie. Ordinò, e forse lo fece pure personalmente, di frustare tre schiavi che avevano cercato di allontanarsi dai suoi possedimenti, credendosi liberati.

Lee era un genio militare, si dice. Pare inesatto. I documenti dicono che Lee era sicuramente un abilissimo tattico della guerriglia, ma sua fu la decisione di impegnare le proprie truppe nella battaglia campale di Gettysburg, costata la vita a tantissimi soldati e la guerra al sud.

Quello che mi ripropongo in questo blog è anche fare esercizio di sintesi, gli approfondimenti su questo tema non mancano di certo, a partire dalla brillante serie di articoli dedicati alla figura del generale Lee dal Washington Post.

Per letture di approfondimento, vi consiglio di leggere Matteo Muzio, cliccando Qui.

A proposito di commenti. Prima leggiamo, o ascoltiamo, poi…

Esperienza istruttiva che volentieri condivido.

Venerdì scorso è uscito sul quotidiano Domani un mio articolo, titolo scelto dalla redazione: Il venerdì senza carne può salvare il pianeta. Io ci avrei messo un punto di domanda, ma sono quisquilie. L’articolo è dedicato a uno dei temi che conto di conoscere bene: la cultura del digiuno cristiano. In sintesi: una scrittrice cattolica americana, Alessandra Harris, ha proposto ai suoi lettori di rinunciare alla carne il venerdì, richiamando la tradizione cristiana del “venerdì pesce” e sostenendo come mangiare meno carne faccia bene al pianeta. Il suo tweet – di questo si trattava – è stato ripreso in un articolo su America Magazine, la rivista dei gesuiti americani (a firma Doug Giradot).

Lo spunto mi ha interessato e ci ho scritto su, mettendo in evidenza come per la cultura americana la rinuncia alla carne anche per un giorno solo alla settimana sia un cambiamento. Là infatti si mangia molta più carne di qua. Ho poi raccontato con alcuni esempi presi dalla storia come e perché i cattolici (più che i cristiani) abbiano fissato il venerdì come giorno di magro, e ho raccontato come e perché quella tradizione si sia via via persa nel tempo. Infine, ho ragionato su come la limitazione del consumo carnivoro anche di singole persone possa aiutare a contenere il cambiamento climatico, del quale l’allevamento intensivo è una riconosciuta e nemmeno troppo piccola concausa.

Fin qui tutto bene. Anche dopo tutto bene, ma con un distinguo. La Social Media Manager di Domani ha riassunto il mio articolo in qualche battuta e lo ha messo sui social (io ho visto Twitter e Instagram). Ci sono stati vari commenti, vari per me significa più di un centinaio. Ebbene, di tutti questi commenti nessuno, dico nessuno, ha dimostrato di aver letto l’articolo. Ci sono stati scontri tra vegani, vegetariani e carnivori; ci sono state prese in giro alla proposta di Harris; ci sono state sollevazioni verbali contro gli americani che vogliono insegnarci qualcosa; ci sono state più o meno ironiche battute sul perché il venerdì. Nell’articolo c’erano dei passaggi che rendevano palesemente superflue queste tonalità di discussione. Ho capito che chi lavora nel giornalismo si deve abituare a vedere commentato quanto ha scritto senza che sia stato letto. A me pare un po’ uno spreco di risorse intellettuali, ma così va il mondo e forse talvolta le risorse intellettuali, pur sprecate, non abbondano.

Mi è venuta in mente un’esperienza da convegno storico, forse non simile a questa dei commenti social, ma io le ho connesse. Al solito dibattito che segue la presentazione delle proprie ricerche (in quel caso le mie), qualche anno fa un collega parlò a lungo di come io avessi semplificato troppo le abitudini alcoliche della tribù X. Io non capii, perché della tribù X non avevo parlato, lo avevo fatto a proposito della tribù Y. Rimasi talmente stupito che non ebbi neppure modo di ribattere sottolineando l’ovvio, me ne accorsi dopo qualche minuto che il collega aveva seguito i suoi pensieri senza davvero ascoltarmi.

Sto imparando.