Padre “Pranzo”, un missionario preso a colpi d’ironia.

Una pillola, oggi, introdotta da un’introduzione. Ci sono documenti belli da leggere, tra questi i miei preferiti (a oggi, poi cambierà) sono le relazioni di missione tra i cosiddetti indiani, altrettanto cosiddetti nativi americani. C’è una grande varietà di informazioni, spesso vado a caccia di notizie sulla religione e sull’alimentazione, ma mi interessano anche i racconti dei lunghi viaggi a piedi o in canoa. E poi ci sono delle cose spiazzanti, come questa.

Traggo da una lettera del missionario gesuita Giovanni Battista Prando, datata 10 aprile 1893, destinatario non specificato, nella quale Prando racconta la propria esperienza iniziale “nella nuova missione di Pryor”, tra gli indiani Corvi. Pryor è nel Montana, i Corvi sono i Crow.

Nella lettera il gesuita va indietro con la memoria, fino al luglio 1886 e scrive:

“Un giorno trovai una loggia ed un selvaggio molto grande e grosso venne fuori e mi domandò il mio nome. Io risposi che il mio nome era Prando, ma che in lingua selvaggia io mi chiamavo Pranzo. Il selvaggio rispose il tuo nome è bugiardo, quest’oggi tu non mangerai pranzo perché io non ho niente affatto da mangiare. Però questa sera devono arrivare i miei figli con delle provvisioni, tu sta qui con me e io ti chiamerò Cena in vece di Pranzo, e così feci”.

Sembra non dirci nulla, una bazzecola così, ma in realtà dice molto: su quanto rimane nella memoria di un uomo che scrive sette anni dopo i fatti, su quanto sceglie di trasmettere a chi lo leggerà, su come una anonimo crow usi l’ironia per sottolineare il sacro dovere dell’ospitalità.

C’è molto altro, in questo documento, una relazione di missione che ho scovato nell’archivio dei gesuiti di Saint Louis, Missouri, un archivio dove spero di tornare nel 2022.

Ammazzando il tempo. L’autobiografia di Paul K. Feyerabend

Ho ricevuto la richiesta di consigliare un libro per stimolare lettrici e lettori a pensare alle connessioni tra scienze dure e scienze umane. Il video del consiglio lo vedete qui

Paul K. Feyerabend, Ammazzando il tempo. Un’autobiografia, Laterza 1994 (19992), ecco la scelta anticipata nel titolo di questo post.

Se cercate notizie su Feyerabend, lo troverete identificato come filosofo della scienza; per lui più che per altri ogni definizione è riduttiva.  

Il suo percorso è quello di un curioso della conoscenza, aperto a ogni stimolo intellettuale; appassionato di opera lirica e lui stesso cantante; studioso di fisica, storia, astronomia, sociologia; lettore onnivoro.  

Ricordando i tempi della scuola superiore, scrive “Complessivamente non avevo ancora messo a fuoco i miei interessi (né ci sono ancora riuscito), un libro, un film, una rappresentazione teatrale o un’osservazione casuale potevano farmi muovere in qualsiasi direzione”. Libertà della ricerca, mi pare queste parole siano la giusta definizione. 

Ha insegnato in molti posti diversi, sparsi in tre diversi continenti (America, Oceania, Europa). È stato a lungo a Berkeley, cosa che muove qualche corda dentro di me quando leggo citati posti che conosco bene e non vedo l’ora di ri-frequentare.  

Ha scritto parecchio, pure un libro il cui titolo è un programma, Contro il metodo, che ha influito sulla storia del pensiero. Sicuramente il mio, perché senza di lui non avrei saputo costruire il progetto che mi ha fatto guadagnare un posto di lavoro stabile. La rivista Nature arrivò a definirlo “il più grande nemico della scienza”, in polemica con la sua anarchia metodologica.  

Io il libro l’ho letto e riletto, continuerò.  

Settembre – come Battisti e l’Equipe ’84 – un post di link

Lo so, oggi non è il 29 settembre ma il 30, eppure la menzione nel titolo della mitica canzone non la volevo mancare, tanto più che inizia così, la canzone: “Giornale Radio. Ieri, 29 settembre…”. Ma lasciamo da parte le citazioni dotte e veniamo a quelle dozzinali: sulla mia pagina Facebook, il 2 settembre scrivevo: “A settembre si ricomincia, ho in cantiere un po’ di cose, a partire dalla ripartenza (gioco di parole) del blog…”. Vero, ne ho fatte di cose, in questo settembre e approfitto dello spazio concessomi da me stesso per ricapitolarle.

Qui sul blog ho fatto un post a settimana, ogni giovedì:

Ho scritto due articoli per Domani. Uno si trova (credo parzialmente) online, ed è stato intitolato “Il venerdì senza carne può salvare il pianeta”, l’altro invece no, online non c’è, scritto per raccontare delle origini del silenzio gesuitico, messo in parallelo con i silenzi del premier Draghi

Abbiamo pubblicato due puntate di “Storici al microfono”, interviste con Carlo Greppi e Vanessa Roghi.

Ho scritto due articoli sullo sport americano, pubblicati da Jefferson – Lettere sull’America (seguite questo progetto, è bellissimo!), uno dedicato all’inizio stagione football NCAA, l’altro alla fine stagione basket WNBA.

Infine, ho fatto una conferenza in Brasile, purtroppo solo online.

Ottobre inizierà bene, con una presentazione contemporaneamente live e online di Venerdì Pesce e un dialogo sui podcast di storia.

Vi ho sommerso di link, chiedo Perdono, come Caterina Caselli in un musicarello d’annata?

Gesuiti e schiavi

Premessa. Non è universalmente noto che i gesuiti furono proprietari di schiavi, e che sul loro commercio essi costruirono pure parte della loro fortuna.

Ecco un tema che mi interessa particolarmente, sono questioni che vale la pena approfondire con adeguati progetti di ricerca, ne ho già scritto su Avvenire, in termini diversi da quelli che sto per pubblicare qui. Negli ultimi anni la Compagnia di Gesù ha avviato negli Stati Uniti alcuni progetti che intendono indagare a fondo questo scorcio del passato per ideare tangibili forme di riconciliazione e restituzione, insieme con varie associazioni di discendenti degli schiavi posseduti e venduti dai gesuiti negli States del XIX secolo. Di questo ho scritto.

L’espansione atlantica dei coloni europei dei secoli XVI-XVII si concretizzò in un contesto nel quale la schiavitù era non solo pienamente accettata, ma anche parte integrante nella costruzione del cosiddetto Nuovo Mondo.

Al tempo della formazione della Compagnia di Gesù la schiavitù esisteva in Europa, soprattutto in città portuali come Lisbona e Siviglia, esisteva anche a Roma, dove i primi gesuiti si stabilirono. Pare molto probabile che schiavi lavorassero nei collegi gesuiti europei della seconda metà del Cinquecento. Ma fu soprattutto con l’espansione fuori dall’Europa che i gesuiti entrarono in contatto con la pratica della e con i dibattiti sulla schiavitù.

Il portoghese Baltasar Barreira (1538-1612), missionario sulla costa atlantica dell’Africa (oggi Angola, Sierra Leone, Capo Verde), sostenne la legittimità della schiavitù, descrivendola come una pratica comune nella cultura africana. Aggiunse che la Corona portoghese poteva legittimamente possedere degli schiavi, in qualità dai molti mali (!) fatti dagli africani ai portoghesi.

Nei possedimenti portoghesi sul Pacifico la tratta riguardò alcuni prigionieri catturati in Giappone, ma dopo averla inizialmente appoggiata, i gesuiti la condannarono nel 1598. Era il segno che un pensiero diverso si poteva avere, anche se sulle coste atlantiche le cose andarono diversamente. Qui, come Barreira, molti altri gesuiti giustificarono la schiavitù, e ne trassero pure vantaggio, a Nord come a Sud.

La Compagnia di Gesù fu soppressa nel 1773 e restaurata nel 1814: in quei quarant’anni molte cose cambiarono, tra queste anche l’atteggiamento nei confronti della tratta. Le posizioni antischiaviste erano molto diffuse e gli stessi gesuiti generalmente le abbracciarono, con un’unica grande eccezione: gli Stati Uniti d’America. Qui il lavoro e il commercio degli schiavi ebbero fondamentale importanza per lo sviluppo della Compagnia di Gesù nel Maryland e per quello dell’università di Georgetown in particolare. Il dibattito coinvolse i gesuiti del Maryland; nel 1838 essi decisero di vendere i propri schiavi a due possidenti della Louisiana. Guadagnarono benissimo.

Questa decisione non segnò la definitiva cessazione della storia dei gesuiti proprietari di schiavi. Essi approfittarono del lavoro forzato in Missouri, Kentucky e Louisiana, fino alla fine della Guerra Civile (1861-1865). E oggi con questa realtà storica si cerca di fare i conti.

Il generale Lee. Buttata giù la statua, ora toccherebbe al mito

I miei coetanei (e probabilmente non solo loro) ricorderanno la macchina rossa con la bandiera sudista sul tetto e le porte saldate, la Generale Lee guidata dai cugini Bo&Duke Luke nella serie televisiva Hazzard. Ma chi è stato, davvero, il generale Robert Edward Lee (1807-1870)?

Fu il generale più carismatico delle truppe confederate, negli ultimi mesi anche il comandante in capo delle “giacche grigie”, i confederati che si batterono per la secessione degli stati del sud in quella che noi chiamiamo di solito “La guerra di secessione americana”, mentre di là dall’Atlantico è nota come Civil War, la guerra civile per antonomasia (1861-1865).

Di Lee si è parlato recentemente perché la scorsa settimana una sua bronzea statua equestre è stata demolita e rimossa da Richmond, Virginia, all’epoca della guerra capitale degli stati del sud. Già da qualche tempo le memorie dei ribelli (se avete visto anche solo un film western che si riferisce alla Guerra Civile avrete familiarità col vocabolario, altrimenti fidatevi) vengono smantellate: nella stessa e sola Richmond sono state buttate giù più di venti statue, più o meno grandi, di soldati e personalità confederati.

La statua di Lee fu edificata nel 1890, secondo gli storici americani in un clima ben delineato, nel quale un momento di particolare effervescenza economica e sociale degli ex-schiavi fu osteggiato dalle élite bianche anche attraverso delle forzature della memoria, volte a celebrare figure degli stati secessionisti. Vale forse la pena ricordare che tra le cause della Guerra Civile una parte importante la giocò l’insanabile contrasto tra la posizione anti-schiavista dell’Unione e quella schiavista dei Confederati.

Fu in quegli anni che si consolidò il mito di Lee, generale sconfitto ma geniale, capace di ritardare l’inesorabile esito del conflitto grazie ad audaci colpi di mano e brillanti intuizioni militari. Fu vera gloria? I dubbi non mancano, come con ironica maestria e amara chiarezza riassume sul Washington Post il giornalista Eugene Robinson, che chiude il suo articolo ricordando una recente battuta di Donald Trump, secondo il quale un esercito guidato da Lee avrebbe facilmente sbaragliato i talebani. A parte le facezie, cerchiamo di capire se fu vera gloria, basandoci sulle due più radicate convinzioni a suo proposito.

Solo per fedeltà alla Virginia, suo stato di nascita, decise di sposare la causa confederata, si dice. Pare inesatto. I documenti raccontano che Lee si era diplomato a West Point, era un ufficiale dell’Unione e tradì il suo esercito per ribellarvisi. Si era opposto alla secessione a inizio 1861, sostenendo che mai avrebbe usato le armi contro il proprio Paese, ma quando la Virginia si ribellò, Lee si rimangiò la promessa.

Lee era un antischiavista, si dice. Pare inesatto. Era un proprietario di schiavi e vedeva la schiavitù come un peso non per i neri, ma per i bianchi, chiamati a civilizzare gente difficile da civilizzare. Ereditò dal suocero quattro o cinque famiglie di schiavi, e non ottemperò alla richiesta testamentaria di liberarli immediatamente, formulata dal padre di sua moglie. Ordinò, e forse lo fece pure personalmente, di frustare tre schiavi che avevano cercato di allontanarsi dai suoi possedimenti, credendosi liberati.

Lee era un genio militare, si dice. Pare inesatto. I documenti dicono che Lee era sicuramente un abilissimo tattico della guerriglia, ma sua fu la decisione di impegnare le proprie truppe nella battaglia campale di Gettysburg, costata la vita a tantissimi soldati e la guerra al sud.

Quello che mi ripropongo in questo blog è anche fare esercizio di sintesi, gli approfondimenti su questo tema non mancano di certo, a partire dalla brillante serie di articoli dedicati alla figura del generale Lee dal Washington Post.

Per letture di approfondimento, vi consiglio di leggere Matteo Muzio, cliccando Qui.

A proposito di commenti. Prima leggiamo, o ascoltiamo, poi…

Esperienza istruttiva che volentieri condivido.

Venerdì scorso è uscito sul quotidiano Domani un mio articolo, titolo scelto dalla redazione: Il venerdì senza carne può salvare il pianeta. Io ci avrei messo un punto di domanda, ma sono quisquilie. L’articolo è dedicato a uno dei temi che conto di conoscere bene: la cultura del digiuno cristiano. In sintesi: una scrittrice cattolica americana, Alessandra Harris, ha proposto ai suoi lettori di rinunciare alla carne il venerdì, richiamando la tradizione cristiana del “venerdì pesce” e sostenendo come mangiare meno carne faccia bene al pianeta. Il suo tweet – di questo si trattava – è stato ripreso in un articolo su America Magazine, la rivista dei gesuiti americani (a firma Doug Giradot).

Lo spunto mi ha interessato e ci ho scritto su, mettendo in evidenza come per la cultura americana la rinuncia alla carne anche per un giorno solo alla settimana sia un cambiamento. Là infatti si mangia molta più carne di qua. Ho poi raccontato con alcuni esempi presi dalla storia come e perché i cattolici (più che i cristiani) abbiano fissato il venerdì come giorno di magro, e ho raccontato come e perché quella tradizione si sia via via persa nel tempo. Infine, ho ragionato su come la limitazione del consumo carnivoro anche di singole persone possa aiutare a contenere il cambiamento climatico, del quale l’allevamento intensivo è una riconosciuta e nemmeno troppo piccola concausa.

Fin qui tutto bene. Anche dopo tutto bene, ma con un distinguo. La Social Media Manager di Domani ha riassunto il mio articolo in qualche battuta e lo ha messo sui social (io ho visto Twitter e Instagram). Ci sono stati vari commenti, vari per me significa più di un centinaio. Ebbene, di tutti questi commenti nessuno, dico nessuno, ha dimostrato di aver letto l’articolo. Ci sono stati scontri tra vegani, vegetariani e carnivori; ci sono state prese in giro alla proposta di Harris; ci sono state sollevazioni verbali contro gli americani che vogliono insegnarci qualcosa; ci sono state più o meno ironiche battute sul perché il venerdì. Nell’articolo c’erano dei passaggi che rendevano palesemente superflue queste tonalità di discussione. Ho capito che chi lavora nel giornalismo si deve abituare a vedere commentato quanto ha scritto senza che sia stato letto. A me pare un po’ uno spreco di risorse intellettuali, ma così va il mondo e forse talvolta le risorse intellettuali, pur sprecate, non abbondano.

Mi è venuta in mente un’esperienza da convegno storico, forse non simile a questa dei commenti social, ma io le ho connesse. Al solito dibattito che segue la presentazione delle proprie ricerche (in quel caso le mie), qualche anno fa un collega parlò a lungo di come io avessi semplificato troppo le abitudini alcoliche della tribù X. Io non capii, perché della tribù X non avevo parlato, lo avevo fatto a proposito della tribù Y. Rimasi talmente stupito che non ebbi neppure modo di ribattere sottolineando l’ovvio, me ne accorsi dopo qualche minuto che il collega aveva seguito i suoi pensieri senza davvero ascoltarmi.

Sto imparando.

Slow History – a ogni ricerca il suo tempo

Sfogliando le pagine di una rivista, The American Historical Review, che mi era stata proposta per valutare l’acquisto di alcuni libri recensiti, mi sono imbattuto in un articolo dal titolo al mio gusto molto, ma molto promettente, semplicemente Slow History, scritto da Mary Lindemann.  

A uno che ha intitolato il proprio blog alla food history, non può certo sfuggire il possibile link con lo slow food. E scopro che il link è davvero presente, nella forma di una riflessione sul linguaggio comune tra cibo e storia (savor, taste, flavor, relish, tempt, tantalize, stir, simmer, stew = se vi va, divertitevi con un buon dizionario).  

Le promesse del titolo sono mantenute: in una manciata di pagine Lindemann scrive parecchie cose che fanno pensare. La riflessione sulla storia lenta nasce da un resoconto sul cambiamento di ritmo del nostro lavoro portato dal Covid 19, poi va a ritroso. A partire da una riflessione sul tempo dell’archivio, che è inevitabilmente lento perché i documenti vanno letti e riletti, ripresi in mano e reinterpretati – e quando si tratta di manoscritti già decifrare le grafie può richiedere tempo.  

Pensiamo poi al processo di scrittura, che richiede calma e cesello, revisioni precise e magari a più occhi, cosa che ci insegna a tenere conto del calendario altrui. 

E ci sono gli imprevisti. Capita spesso di partire con un’idea, un progetto e finire completamente su di un’altra strada, scrive Lindemann. E ha ragione. Ricorda le sue prime ricerche, quando leggere pagine apparentemente irrilevanti dava la sensazione di sprecare tempo. Apparentemente. Perché le letture non sono mai uno spreco, perché “la confusione, dopo tutto, è il primo passo verso la comprensione”. Ti accorgi che l’idea iniziale è meglio lasciarla perdere, e questo può aprire nuove prospettive, non una ma molte. Senza contare che si può sempre tornare all’idea iniziale, magari da un altro punto di osservazione.  

Insomma, prendiamoci il tempo che ci serve: la storia ce lo consente, e ce lo chiede.  

Olimpiadi al femminile. Una storia non italiana

L’estate ci dà qualche giorno libero in più, spesso queste ore le possiamo usare per pensare al futuro. Almeno, io faccio così. Negli ultimi mesi ho messo in cantiere parecchie cose nuove: un podcast, che tornerà dopo l’estate (appunto), una collaborazione con un quotidiano (Domani) e con un inserto quindicinale (Economia Civile di Avvenire); ho iniziato a scrivere un libro. Qualcuna di queste iniziative sono molto fiducioso abbia un buon futuro, altre probabilmente meno. Vedremo. Certo questo aumentare dello scrivere ha sacrificato molto il blog, che non voglio certo abbandonare e per il quale sto pensando a cose nuove o rinnovate (appunto). Non tutto funziona. Ho provato anche a scrivere di sport e a propormi come un tizio che scrive di sport. Senza successo, perché penso di avere molto da imparare. Posso farlo sul blog, vediamo come va. Dovesse andare bene, potrebbe anche essere un’idea da sviluppare. Ecco un esempio:

Per chi ha passato quindici giorni a vivere le notti olimpiche televisive non è stato e continua a non essere né piacevole, né facile abbandonare il fuso orario di Tokyo. Abbiamo, giornalisti e appassionati italiani, fatto abbondante uso dell’aggettivo “storico” per raccontare le medaglie in serie vinte dai nostri atleti, medaglie anche di enorme peso, come sappiamo bene tutti, o quasi. Per una volta, è stato un abuso più che giustificato. Certo, si è parlato pure di leggenda e immortalità, ma forse è proprio lo sport il luogo dove l’iperbole trova un proprio posto legittimo.

Di storie le Olimpiadi ne raccontano tante, non tutte azzurre. Una di quelle da conoscere è andata in scena nel torneo femminile di basket. Hanno vinto gli Stati Uniti, per la settima volta in fila: è questo un numero che fa storia, come la fa la cifra delle vittorie olimpiche consecutive, cinquantacinque; ultima persa la semifinale di Barcellona 1992 contro la non più esistente Comunità degli Stati Indipendenti.

Fanno storia gli ori, cinque, vinti dalle due giocatrici più iconiche dell’ultimo ventennio (non si esagera neppure qui), Sue Bird e Diana Taurasi. Sue Bird è stata pure la portabandiera, la prima giocatrice di basket ad avere l’onore dopo Dawn Staley (Atene 2004), oggi allenatrice della nazionale. Sarebbe forse meglio scrivere “ieri” perché Staley a Olimpiadi vinte ha detto basta per concentrarsi esclusivamente sull’Università di South Carolina, dove ha costruito un programma di eccellenza. Qui in Italia Sue Bird rischiamo di conoscerla di più perché compagna di Megan Rapinoe, la campionessa del calcio e la portavoce della parità dei diritti, che a motivo della sua incredibile carriera, destinata a chiudersi nel prossimo autunno alla conclusione della stagione WNBA. Molti dicono che dopo Staley toccherà proprio a Sue Bird sedere sulla panchina a stelle e strisce. Diana Taurasi, classe 1982, conclusa la finale ai microfoni NBC ha dato un appuntamento: “See you in Paris”. Magari, vedersi a Parigi.

Fa storia la medaglia d’argento, vinta dal Giappone che mai neppure era arrivato nei paraggi del podio. Giocatrici piccole, veloci e fantasiose, guidate in panchina da Tom Hovasse, un americano che trent’anni fa era andato a giocare in Giappone, lo ha fatto a ottimi livelli e là è rimasto; guidate in campo da Rui Machida, organizzatrice di gioco geniale, capace di battere tutti i record olimpici per assist regalati alle compagne. Gioco veloce e tiro da tre punti, la versione nipponica del gioco affacciatosi alla storia (ancora!) con coach Paul Westhead e la sua Loyola Marymount anni Ottanta.

Chiunque negli States si aspettava l’oro, nessuna altra possibilità. È una faticaccia, essere le favorite, obbligate al primo posto. Ai giornalisti che la pungolavano, specie dopo un paio di inciampi in preparazione, coach Staley rispondeva “It’s not rocket science”, spogliandosi dei panni della protagonista e dichiarando come il suo compito fosse semplicemente quello di consentire a giocatrici eccezionali di esprimere il proprio potenziale. Missione compiuta, per di più con una gestione ineccepibile del talento a sua disposizione e la preparazione perfetta di una finale dominata. I nomi delle migliori: Brittney Griner, Breanna Stewart, A’ja Wilson; non possono mancare, in un articolo olimpico. Stewart è stata votata miglior giocatrice, mentre nel quintetto ideale a lei si aggiungono le già citate Machida e Wilson, oltre a Sandrine Gruda (Francia) ed Emma Meesseman (Belgio). A ben guardare, chi individualmente ha dominato di più è stata proprio Meesseman, ma il suo Belgio si è fermato prima delle semifinali, sconfitto contro pronostico e all’ultimo respiro dal Giappone. Ma, si sa, le selezioni allstar hanno sempre un valore assai parziale, la migliore deve appartenere alla squadra vincente e alzi la mano chi pensa che Gruda meriti più di Griner.

Si pensava la sfida di chiusura dovesse essere inevitabilmente Stati Uniti-Australia, anticipata nel mondo reale quando ancora non ci si giocavano medaglie e nemmeno lottata. Grande delusione l’Australia, considerata dagli esperti la squadra più accreditata a battere gli Stati Uniti olimpici dopo ventinove anni. Nessuno avrebbe immaginato uno stop ai quarti di finale, raggiunti per di più davvero all’ultimo respiro. Abbiamo letto di Simon Biles, la ginnasta statunitense che ha vissuto momenti di difficoltà capaci di farla rinunciare ad alcune gare. Non è la sola campionessa ad aver mostrato al mondo degli sportivi la fatica di essere forti. Meno nota la vicenda di Liz Cambage, superstar della nazionale australiana di basket, costretta a rinunciare alle Olimpiadi pochi giorni prima del via a motivo dell’insormontabile disagio di dover giocare a porte chiuse, vivere in una bolla, con il timore del Covid. È stata la stessa Liz ad annunciare la decisione, affermando senza timore di doversi prendere cura della propria ansia. Il malessere è scoppiato prima di una partita di preparazione contro la Nigeria, un alterco, un battibecco con contatto. Non ho letto alcun rimprovero per la sua difficile scelta, meno che mai dalle sue compagne di squadra. Ian Chesterman, capo delegazione australiano a Tokyo, ha ringraziato Cambage per quanto fatto negli anni passati a favore della nazionale. Questione di rispetto.

Quella del basket femminile di Tokyo 2020+1 è una storia di vittorie e sconfitte, di rinunce e sorprese, di atlete, allenatrici e allenatori. Sono convinto valga la pena raccontarla perché nessuna squadra mai ha vinto così tanto e così a lungo, e il finale è aperto: prossima puntata a Parigi, dove speriamo nessun maledetto virus impedirà di vedere il pubblico nei palasport. Potrebbe pure aprirsi una parentesi azzurra, le giovani leve della pallacanestro italiana lasciano sperare.

Che storia, lo sport! Elena Delle Donne

Escursione all’esterno degli abituali/consueti/riconoscibili temi del blog. Scrivere di sport lo trovo molto difficile. Perché difficile? Perché sono un grande appassionato, e la passione rischia di prenderti la mano. Ciò non toglie che ci si possa provare, specie ora che è iniziata la WNBA, il mio campionato preferito. Ci sono tante storie da raccontare e una in particolare vale la pena. Mettetevi comode, o comodi

La classe di Elena

Gli appassionati di sport che hanno avuto la fortuna di seguire le telecronache tennistiche di Rino Tommasi e Gianni Clerici difficilmente possono mancare di riconoscere con loro un debito culturale, alla luce delle tante trovate della coppia. Una, tra le tante, riporta alla definizione di classe, secondo Tommasi «la capacità di giocare bene i punti importanti». L’inizio del campionato professionistico di basket americano, WNBA, richiama con l’esempio del campo la sintesi del cantastorie tennistico.
WNBA
Due partite della prima notte (per noi europei) WNBA 2021 si sono risolte con quello che di là dall’Oceano chiamano buzzer beater e noi traduciamo con canestro sulla sirena. Il primo è di Sabrina Ionescu, classe 1997, capace di garantire a quattro decimi dalla fine la vittoria alle sue New York Liberty sulle Indiana Fever. Il secondo è di Diana Taurasi, classe 1982, in grado di inventare a un secondo e un decimo dalla fine un tiro molto più che complesso per determinare la vittoria delle Phoenix Mercury sulle Minnesota Lynx. Oltre ai quindici anni all’anagrafe, la differenza tra Sabrina e Diana sta pure nei trentanove minuti e spiccioli precedenti l’ultimo tiro, molto buoni per la prima, assai meno per la seconda. Sta di fatto che al momento topico le differenze si annullano e la partita è vinta.
Chi dalla classe è stata baciata ma la prima partita della stagione WNBA l’ha vista (perdere) in borghese dalla panchina è Elena Delle Donne. Lei dovrebbe giocare per le Washington Mystics, ma l’ultima volta in cui ha messo piede in campo risale a gara 5 delle Finals 2019, 10 ottobre, Washington Mystics 89, Connecticut Sun 78. Giocò con tre ernie al disco, in gara 2 l’acuirsi del dolore era sembrato costringerla a mollare, ma con un recupero dagli stessi medici considerato non del tutto spiegabile riuscì a chiudere la serie, vincendola da leder. Di lì in seguito, però, niente più basket ma operazioni, convalescenze, ricadute. Situazione complicata dalla cronica convivenza con il morbo di Lyme, che costringe Elena a convivere con una dose quotidiana di sessantaquattro pillole. La stagione 2020, racchiusa in una bolla, non l’ha potuta giocare sia per i guai alla schiena, sia perché la sua condizione clinica certo non consentiva la vita comunitaria a rischio Covid-19. In un primo momento la lega non le garantì lo stipendio, mancando di riconoscere il pericolo sanitario come aveva invece fatto per altre giocatrici. Ne nacque una polemica sui media, risolta con il sacrosanto riconoscimento. Proprio così, perché nella WNBA la lega ha voce importante nella gestione degli stipendi e si era deciso di lasciare libera scelta alle giocatrici se partecipare o meno alla stagione della bolla 2020, assicurando la busta paga a chi diceva no per motivi di salute. Elena con il suo innegabile appeal mediatico ha voluto portare il proprio caso in prima pagina anche per aiutare le colleghe in difficoltà, fa parte del suo modo di gestire il rapporto con i mezzi di comunicazione. Una scelta simile la fece assieme alla fidanzata Amanda Clifton, quando nel 2017 la coppia decise di trasmettere il proprio matrimonio in diretta streaming, così da garantire visibilità a un’unione omosessuale vissuta da una superstar dello sport.
Quando parliamo di WNBA, dimentichiamo le cifre irreali guadagnate dai colleghi uomini. Tra le donne certo non si tira la cinghia, ma neppure ci si arricchisce a dismisura. Tanto è vero che per ingrassare il conto in banca, le giocatrici grandissime e grandi si impegnano nella doppia stagione: oltreoceano da novembre ad aprile, negli Stati Uniti da maggio a ottobre. Gli assegni più generosi li staccano magnati cinesi, turchi e russi, come il proprietario dell’UMMC Ekaterinburg Andrei Kozitsyn, che per vincere l’Eurolega si è comprato mezzo All Star Game. Per intenderci, nel 2015 proprio da Ekaterinburg a Diana Taurasi offrirono per stare ferma e riposarsi nei mesi estivi più soldi di quanti avrebbe guadagnato giocandosi la stagione a Phoenix. Elena Delle Donne, due volte MVP della Lega, però, non ha mai guadagnato soldi europei o asiatici, se non in una brevissima esperienza cinese. Perché? Perché a casa c’è chi ha bisogno di lei.
Delaware
Elena nasce il 5 settembre 1989 Wilmington, Delaware. I suoi genitori sono alti, e ci sono pochi dubbi che il fisico della solo anagraficamente piccolina sia destinato a uno sviluppo fuori dalla norma. Un episodio aiuta a capire, un ricordo d’infanzia. Lei e la madre sono in un negozio a farsi i fatti propri, ma c’è chi quello non sa fare e prende le forme di una cliente, pronta ad avvicinare mamma e figlia per rimproverarle entrambe: come è possibile che una bambina di otto anni stia ancora lì a ciucciare il ciuccio? Di anni Elena ne aveva tre. La cliente impicciona perse un’occasione per stare zitta, dalla sua indiscrezione noi invece abbiamo ricavato una storia.
Alla high school la giovane atleta eccelle, nel volley e soprattutto nel basket. I suoi talenti sono molteplici: un fisico aggraziato e coordinato eccezionalmente costruitosi su una statura che arriverà ai 196 centimetri; una capacità di leadership naturale, riconosciuta dalle compagne e stabilita sulla quintessenza del gioco di squadra, offrire a chi gioca con te parte del tuo talento per aiutarle a esprimersi al centodieci per cento. Dicono le sue compagne tutto questo sia accompagnato dal sorriso e dai modi gentili. Ce lo hanno insegnato Michael Jordan e Tom Brady più di ogni altro: la grandezza di un campione e una campionessa si riconosce anche e forse soprattutto nella capacità di alzare il livello di chi ha la fortuna di stare nella sua stessa squadra.
È tempo di università e l’offerta per la borsa di studio arriva, potremmo scrivere inevitabilmente, dalla University of Connecticut, programma leader del basket femminile, detentore di record difficilmente battibili, squadra allenata dal 1985 dal geniale Geno Auriemma, squadra dove tra 2000 e 2004 ha giocato Diana Taurasi. Le cose, però, non vanno affatto bene. Il training camp di Elena Delle Donne dura solo due giorni. Non ci sono problemi con il coach, non con le compagne, semplicemente crolla la passione per il basket, non ce la fa a vivere lontano da casa, in particolare lontano dalla sorella maggiore Lizzie. Lizzie è una ragazza malata: cieca, sorda, affetta da paralisi cerebrale e da una forma di autismo. Negli anni Elena ha costruito con lei un rapporto unico, un sistema di comunicazione fatto di tatto e sorriso. Hanno bisogno di stare assieme. Per questo se ne va dal Connecticut e si iscrive al college di casa, University of Delaware. Non è certo un programma sportivo di primordine, ma non sembra più importare, nell’ anno da matricola Elena neppure gioca a basket, solo a volley. Pensa che i due giorni in Connecticut abbiano segnato la fine della sua carriera. Quello sport però, in fondo, le piace e prova a ricominciare. Non ha perso il tocco, non ha perso il talento. Delaware si trasforma grazie a lei in un college dove la pallacanestro femminile è vincente, a livelli neppure immaginabili prima del suo arrivo. Le vittorie e le dirette sulla Tv nazionale arrivano nonostante il talento di Elena sia sfidato dall’emergere di una malattia con la quale non si scherza, il morbo di Lyme: verrà tenuta sotto controllo, ma solo grazie alle sessantaquattro pillole quotidiane di cui si scriveva.
Chicago, Washington
Il 2013 è l’anno del Draft, sono pronte al professionismo tre giocatrici mostruose: Brittney Griner, Elena Delle Donne e Skylar Diggins. Numero uno, due e tre; ce ne sono altre, prima fra tutte la poco conosciuta (negli States) belga Emma Meessemann, scelta con il numero diciannove e destinata a essere nominata MVP delle Finals 2019, quelle delle ernie di Elena. La stella di Delaware entra a far parte delle Chicago Sky. Il primo anno dimostra già quale sarà il suo impatto nella lega: vince il titolo di matricola dell’anno e guida per la prima volta nella storia le Sky alla qualificazione playoff. La stagione successiva arrivano le Finals, perse con le Phoenix Mercury di Taurasi e Griner. Al solito, Elena gioca da dio, ma non lo può fare regolarmente: gli infortuni la tormentano. Nel 2106 si fa male durante i playoff e a fine stagione chiede alle Sky di essere ceduta, vuole andare a Washington, per stare più vicina a casa. Perché quando finisce la stagione Elena mai si sposta in Europa o altrove, torna in Delaware dalla sorella e trasferirsi a Washington le consentirebbe di passare ancora più tempo con lei. Le Mystics cambiano passo: una franchigia che non ha mai giocato una finale e che nella stagione precedente non era neppure arrivata ai playoff perde in semifinale con le Minnesota Lynx, future campionesse. Nel loro roster, scritto per inciso, c’è anche Cecilia Zandalasini. Nel 2018 per Washington è finale WNBA, persa però con le Seattle Storm.
Il 2019 è il grande anno. Elena alza, se possibile, il livello. Raggiunge una perfezione statistica conosciuta da poche e da pochi: il club 40-50-90, ovvero chiudere una stagione regolare con più del 40% nella percentuale del tiro da tre punti, più del 50% in quello da due punti, più del 90% nei tiri liberi. Le Mystics vincono la stagione regolare ed è la prima volta che la squadra di Elena, MVP, arriva ai playoff da numero uno. Siamo così a quelle finali di cui già abbiamo scritto, ma riprendiamo il discorso. In gara 2 il dolore la tiene fuori dal campo, se non per poco più di un minuto. In gara 3 torna, gioca lontano dal canestro e tira solo da lontano. In gara 4 fa una fatica del diavolo. In gara 5 non si sa come recupera il proprio standard abituale e vince la WNBA. Negli abbracci post-trionfo c’è subito spazio per Lizzie. Elena dice che Lizzie probabilmente non sa neppure la sorella sia una giocatrice di basket, ma capisce perfettamente quanto sia felice nel fare quello che fa. La MVP delle Finals è Emma Meessemann, la scelta diciannove del draft 2013.
Da quell’ottobre 2019, niente più campo per Elena. Che il suo fisico stia facendo grande fatica lo sappiamo anche da quanto raccontato al Washington Post da sua moglie. Dice Amanda di aver imparato a convivere con gli infortuni di Elena, ma di essersi davvero preoccupata vedendola piangere per il dolore e lo stress. L’obiettivo rimane quello di tornare in campo, e farlo da par suo; ma pare proprio non sarà facile.
Elena è forse quanto di più vicino alla perfezione si sia mai visto su di un campo da basket, la speranza di ogni amante di questo sport e dello sport in generale non può che essere quella di vederla ancora lì. Non sarebbe giusto fosse finita qui, ma se così dovesse essere potremmo di certo dire sia stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

Le fonti? ESPN, WNBA.com, etc. etc., riassumendo: una vita da lettore, e da spettatore…

cheSpreco! Togliamo il cibo dalla spazzatura

Cose che fanno gli storici, o almeno… cose che faccio io, non certo da solo.

Pensare e agire insieme con esperti di altre discipline. Nella Fondazione per cui lavoro ho avuto e continuo ad avere l’occasione di incontrare molti colleghi e colleghe dai quali imparo, anche a progettare. Ecco, una delle cose che voglio fare è costruire progetti interdisciplinari partendo dalle diverse competenze, idee che una volta messe in azione possano dare qualcosa a chi lavorerà con noi. Bello è farlo con i ragazzi delle scuole superiori. Il titolo del post richiama proprio il penultimo progetto che abbiamo scritto, ed è notizia fresca che abbiamo ricevuto un finanziamento per poterlo rendere concreto.

Ringraziamo la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto per la fiducia accordata al nostro progetto: qui.

Chi siamo

Siamo, tra gli altri, Adolfo Villafiorita e la sua start-up a vocazione sociale, Shair.Tech; Claudia Dolci dell’Unità Ricerca e Innovazione per la Scuola (FBK Junior); Pierluigi Bellutti ideatore del modello DomoSens; siamo varie scuole del territorio trentino (Istituti Alberghieri di Levico e Ossana, Licei Prati di Trento e Rosmini di Rovereto, Istituto Tecnico Agrario di San Michele all’Adige); siamo io e l’Istituto Storico Italo-Germanico.

Di cosa si tratta

Mettere in dialogo curiosità per il passato e urgenze del presente consente di trovare risposte alle domande più attuali, per esempio: come promuovere la riduzione dello spreco di cibo, uno dei grandi obiettivi dei nostri giorni?
Siamo abituati a pensare ai banchetti di età romana, a quelli rinascimentali o delle corti settecentesche come a momenti dove sovrani, nobili e ricchi sciupavano il cibo buttandolo dalla finestra, abbandonandolo sulla tavola, ostentando la propria ricchezza in un numero folle di portate. Non è così semplice. Tutto quell’eccesso veniva riciclato: l’idea che il superfluo vada nella spazzatura è arrivata molto dopo, è nata con la società industriale, quella in cui molte persone hanno più di quanto possano consumare.
Attraverso una riflessione guidata sulle tecniche di recupero del passato, messe a confronto con quelle proprie del tempo presente, intendiamo accompagnare gli studenti in un percorso di sensibilizzazione sul tema dello spreco alimentare.

Nella missione della Fondazione Bruno Kessler risalta la volontà di contribuire al progresso economico e sociale della realtà trentina e non solo, attraverso la connessione tra ricerche e comportamenti virtuosi. In tale contesto, la collaborazione con le scuole del territorio va vista come un ambito privilegiato di intervento.
Il mondo produce più di quanto necessario per nutrire tutti i suoi abitanti, ma la fame rimane un’emergenza sia globale, sia locale.
Il cibo nella spazzatura costituisce indicativamente l’8% delle emissioni di gas serra e la più grande percentuale di tale eccesso (circa il 37%) proviene dalle abitazioni private.
La spesa per alimenti non utilizzati incide in misura significativa sul budget familiare annuo.
Tali considerazioni rivelano chiaramente come un attento lavoro di sensibilizzazione rivolto ai segmenti più giovani della popolazione sia fondamentale per un miglioramento complessivo dello stile di vita nel futuro immediato e prossimo.

Cosa faremo

Studenti e studentesse saranno coinvolti sia ascoltando, sia, soprattutto, facendo. Ci saranno certo delle lezioni, partecipate e collaborative, ma ci saranno anche: scrittura (un libretto, un ricettario dedicato alle ricette del passato, un blog inter-classe), parola (podcast), cucina (un banchetto basato sulle ricette anti-spreco). Andremo avanti per tutto l’anno scolastico 2021/2022.

E poi?

E poi, amate lettrici e amati lettori, se questo post solletica la vostra curiosità, scrivetemi così da scambiarci idee e costruire cose nuove, assieme.