Ospitalità a tavola. Adattarsi alle circostanze

Facile immaginare sia successo a tutti: invitati a pranzo, o a cena, ci siamo trovati davanti a dei piatti che non conosciamo, non ci ispirano fiducia, non riusciamo a mangiare, sono contrari alle nostre scelte alimentari. Che fare? Dove sta il confine tra l’etica del buon ospite e la libertà di mangiare (e bere) quanto davvero vogliamo mangiare (e bere).

Per esempio, parecchi anni fa fui invitato a cena da amici di amici in Germania. Ero piuttosto sicuro di me, poiché poco mi spaventa(va) della cucina tedesca. Ma il cuoco di giornata era un appassionato d’Asia e aveva preparato, come piatto unico, un pollo ai peperoni cotto nel Wok, accompagnato per di più dal vino anziché dalla birra. Io preferivo e ancora preferisco la seconda al primo e non mangiavo peperoni. Li assaggiai, timoroso, e mi piacquero assai. Fu un colpo di fortuna e il mio regime alimentare ebbe modo di evolvere. Sul vino, scrivo per completezza, ebbi meno remore.

Ancora per esempio. Nel corso di una (eccellente) conferenza su cibo e religione alla quale partecipai a fine 2017 a Cambridge (ne ho scritto qui), gli organizzatori ebbero la buona idea di riservare uno spazio di dialogo al confronto tra alcuni leader religiosi contemporanei. Il monaco buddhista, tendenzialmente incline a un regime vegetariano, spiegò come in taluni casi sia più violento rifiutare un piatto di pesce, purtroppo per lui già passato a miglior vita, di quanto non sia mangiarlo. Lo disse per evidenziare l’importanza del rispetto dell’ospitalità e dell’elasticità di pensiero.

Più vicina alla nostra cultura, e alle nostre conoscenze, è l’esperienza di Francesco d’Assisi (1181 o 1182-1226). Le narrazioni sulla sua vita non mancano, come non mancano i riferimenti ai costumi della tavola. Secondo una di queste testimonianze, Francesco stava mangiando della carne con il compagno Pietro Cattani (1180 circa-1221). Arrivò un frate brandendo le nuove costituzioni dell’ordine sottolineando come esse vietassero proprio di consumare la carne. La reazione di Francesco fu pacata ma decisa: «Mangiamo come insegna il Vangelo, ciò che ci è messo davanti». Sembra di poter intravvedere una possibile incoerenza nel comportamento del futuro santo, ma la biografia scritta da Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274) bene spiega quale fosse la sua attitudine. A fronte di una marcata sobrietà, infatti, Francesco aveva scelto di prediligere le regole della cortesia: «Quando era in giro fuori, a predicare la parola di Dio, egli si uniformava nel cibo a coloro che l’ospitavano; ma non appena rientrava, subito riprendeva la rigida osservanza delle sue austerità». La morale coincide con quella buddhista descritta appena sopra: le circostanze possono, chissà, forse anche devono, spingerci a una certa elasticità quando ci accostiamo a una mensa alla quale siamo invitati come ospiti. Almeno, queste sono le indicazioni suggerite da qualche tradizione religiosa. Senza contare che non è esclusa la felice conseguenza di scoprire qualcosa di buono.

Sulle regole alimentari del buddhismo rimando a quanto scritto qui, mentre a proposito di Francesco la bibliografia è sterminata. Provate a partire da Jacques Le Goff, San Francesco d’Assisi. Se invece preferite le fonti, la Vita di Bonaventura da Bagnoregio è una bella lettura.

El Salvador, 1989: i martiri della UCA. Più di trent’anni dopo, una sentenza di condanna.

La scorsa settimana l’Audiencia Nacional spagnola ha condannato a 133 anni e 4 mesi di carcere l’ex colonnello e viceministro di El Salvador Inocente Orlando Montano, riconosciuto tra i mandanti e gli esecutori del cosiddetto massacro dell’Università Centroamericana UCA). Il 16 novembre 1989 furono uccisi cinque gesuiti spagnoli: Ignacio Ellacuría, Armando López. Juan Ramón Moreno, Segundo Montes e Ignacio Martín Baró. Ci furono altre tre vittime salvadoregne: Julia Ramos, cuoca; Celina, sua figlia quindicenne e il gesuita Joaquín López. Solo per una questione giuridica i cittadini salvadoregni non sono menzionati nella condanna di Montano, poiché la sua estradizione è stata concessa dagli Stati Uniti (dove era rifugiato) su richiesta del governo spagnolo.

Di cosa si tratta? Per chi legge lo spagnolo una buona sintesi si legge qui, in italiano invece una stringata informazione si può ricevere qui, ma l’auspicio (e persino il consiglio) è di continuare a leggere questo post.

Per contestualizzare, serve fare un passo indietro, a quanto successe in America Latina dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965) ma soprattutto dopo l’inizio del pontificato Wojtyla (1978).

L’eredità del Concilio Vaticano II era stata raccolta nel subcontinente dall’assemblea del CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano) a Medellin nel 1968. Qui, tra le altre cose, fu apertamente proclamata l’opzione della Chiesa per i poveri e fu denunciata la violenza strutturale delle società latinoamericane. In seguito a questa presa di posizione erano sorte tensioni e spaccature all’interno del clero. Nasceva in quegli anni la teologia della liberazione, che – pur con vari orientamenti – identificava nel messaggio cristiano la risposta, di liberazione appunto, alle sofferenze e alle attese dei poveri, al fianco dei quali si schierava riconoscendo la legittimità della loro lotta. Questo non significava un incondizionato appoggio alla lotta armata, ma implicava comunque scelte sociali e politiche nette che mettevano in apprensione il Vaticano anche e soprattutto per l’emancipazione delle teorie sociologiche marxiste in ambito ecclesiastico.

Il generale della Compagnia di Gesù Pedro Arrupe aveva le idee chiare a proposito dell’impegno del suo ordine nelle missioni latinoamericane: denunciò esplicitamente la necessità di eliminare le scorie lasciate dai tempi nei quali l’azione evangelizzatrice si fondava sul presupposto dell’inferiorità dei popoli destinatari. Nella lettera ai provinciali dell’America iberica sull’apostolato sociale (1966) il generale basco sconcertò i settori più conservatori della Chiesa chiedendo un’attenzione maggiore, più radicale, nei confronti dei poveri, sollecitando uno stile di vita più semplice e austero e auspicando una revisione radicale e maggiormente legata al messaggio evangelico del loro operato. Arrupe non mancò di segnalare come nella lotta per la fede e l’equità vi fossero stati dei gesuiti che avevano deviato, a suo giudizio, dalla retta via, impegnandosi in un’azione politica personale, concreta e di parte che non corrispondeva al mandato dell’ordine. Qualcuno, aggiungeva, aveva ceduto alla tentazione del marxismo e altri avevano ridotto l’evangelizzazione a una mera azione di promozione della giustizia, priva delle caratteristiche fondamentali dell’annuncio del Vangelo. Ciò non toglie che schierarsi a difesa dei poveri e degli oppressi fosse una scelta condivisa e addirittura sollecitata dal generale. Questa attitudine gli avrebbe causato, negli anni a venire, grosse difficoltà con il papa polacco, deciso a rifiutare tutto quanto potesse anche solo lontanamente di marxismo.
Un esempio di quanto fosse tragica la situazione in America Latina è dato dalle vicende dello stato di El Salvador. Qui i gesuiti si erano distinti per la forte presa di posizione a sostegno delle rivendicazioni dei contadini, minacciati nella propria stessa sopravvivenza dalle politiche oppressive volte a favorire i ricchi latifondisti. In particolare, padre Rutilio Grande si era schierato a fianco dei contadini organizzando una rete sociale attraverso la quale cercava di dare voce ai senza voce, denunciando il sistema e promuovendo le rivendicazioni dei braccianti. Nel suo caso l’evangelizzazione non poteva scostarsi dalla politica, via necessaria per liberare la massa contadina da ingiustizia, sfruttamento e disuguaglianza. Il 12 marzo 1977 padre Grande e due contadini che erano con lui furono uccisi dagli squadroni della morte, gli stessi che tre anni dopo avrebbero colpito a morte l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero. Proprio la morte di Grande aveva convinto Romero a levare sempre più alta la propria voce di protesta prendendo posizioni di esplicita denuncia del regime. La spirale di violenza non accennò a fermarsi, tanto che i militari assassinarono (la notte tra il 15 e il 16 novembre 1989) sei padri gesuiti e due donne che servivano nella loro cucina. Erano professori della Universidad Centroamericana, dove aveva trovato piena espressione l’elaborazione teorica della legittimità della ribellione degli oppressi. È questo il crimine sul quale si è pronunciato il tribunale spagnolo ricordato all’inizio del post.

Come andò? I mandanti stavano nella compagine governativa, gli esecutori nell’esercito. Esponenti del regime avevano più volte accusato il centro pastorale della UCA di essere un covo di sovversivi. L’inasprirsi delle proteste contro il governo dittatoriale che soggiogava il paese convinse lo stato maggiore dell’esercito salvadoregno a procedere con l’eliminazione fisica prima di tutto di Ignacio Ellacuría, che era pure il rettore dell’università. L’irruzione nei locali della UCA fu cosa facile per i membri del battaglione Atlacatl, un gruppo militare istituito e addestrato sotto la guida degli Stati Uniti. L’esecuzione dei gesuiti e delle due donne presenti fu fatto passare come un’iniziativa del movimento resistente di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional. Furono disseminate false prove, cercando di far passare le vittime per informatori dell’esercito, puniti con la morte per questa falsa militanza. Non era credibile, non ci si credette, ma la giustizia non ha avuto uno strada facile per condannare i colpevoli.

I martiri della UCA

Su questo tema ho scritto nel mio libro I gesuiti. Lì trovate qualcosa in più, ma anche i link possono dare una buona mano.

Combattere contro il cibo. La guerra tra USA e Filippine (1899-1902, circa)

Se facciamo qualche passo indietro (forse più di qualche), fino al post intitolato «Il cibo è un’arma. Non sprecarlo!» leggiamo questa chiosa: «Si potrebbe continuare, e in effetti, prima o poi, continuerò. Anche perché ben poco ho scritto di quei manifesti che consigliavo all’inizio del post». Promessa da storico, potrei scrivere, descrivendola come mantenuta ma nel lungo periodo, pur se qui non scriverò (ancora) di manifesti.

Organizzo questo articolo così: nella prima parte vi propongo un riassunto della guerra cui faccio riferimento nel titolo, nella seconda vi racconto i nessi tra combattere e tagliare i viveri al nemico, nella terza (dopo la foto) vi suggerisco qualche lettura.

Uno. Nel 1898 gli Stati Uniti sconfiggono la Spagna, senza neppure troppo penare, nella guerra ispano-americana. In gioco ci sono tante isole e due oceani., in gioco ci sono le isole Filippine. In un primo momento i filippini salutano con entusiasmo il verdetto bellico. Sottoposti da secoli al dominio coloniale spagnolo, credono nell’indipendenza, che contano di ottenere con l’appoggio statunitense. Non succede. Alla proclamazione della repubblica, guidata da Emilio Aguinaldo (1869-1964), da Washington non si risponde certo con entusiasmo, ma con la comunicazione di un dato di fatto: in seguito al trattato di pace con Madrid gli States hanno acquisito l’arcipelago delle Filippine, pagandolo 20.000.000$. La reazione della neo-proclamata repubblica è delusa e violenta. Scoppia la guerra, combattuta secondo le ricorrenze ufficiali tra 1899 e 1902, ma sviluppatasi in realtà anche successivamente per addirittura altri undici anni almeno. È un conflitto feroce, entro il quale gli Stati Uniti fanno ampio ricorso alla tortura, agli internamenti e alle punizioni esemplari, mentre le Filippine adottano la tattica della guerriglia. Proprio a causa dell’inafferrabilità di alcuni gruppi guerriglieri la guerra dura tanto.

Alla fine, però, vince chi ha l’esercito più grande e le Filippine sono di fatto costituite in colonia degli Stati Uniti, con rappresentanza propria. Nel 1916 Washington prometterà l’indipendenza, formalmente riconosciuta però solo nel 1946.

Due. Ho menzionato un conflitto feroce, tra i motivi di questa definizione ci sono quelli legati alla guerra alimentare, lasciando passare questa espressione.

L’esercito statunitense dichiarò una vera e propria guerra alle fonti di sostentamento dei filippini, non certo dei soli militari: furono bruciati i magazzini di grano, confiscati e uccisi grandi quantità di animali. Una tattica simile, del resto era risultata vincente contro i cosiddetti indiani delle praterie, come si può leggere qui, e qui.

I soldati americani non si limitarono a obbedire agli ordini, ci misero pure il proprio appetito: erano in tanti e si accaparrarono le scorte più comuni e utili all’alimentazione della popolazione civile. Riso, uova, polli, frutta, pesce e carne scomparirono dai mercati e dalle tavole filippine per comparire in quelle statunitensi. Che la carne scarseggiasse lo dimostrano gli ordini di acquisto di manzo congelato dall’Australia, ordini che servivano solo gli stomaci dell’esercito colonizzatore. La possibilità di nutrirsi adeguatamente, e di vivere in ambienti igienicamente accettabili, non fu affatto secondaria per l’esito del conflitto. Mentre le milizie degli USA furono solo sfiorate dalle epidemie diffusesi con virulenza nel periodo bellico, guerriglieri e civili invece ne furono più che decimati. L’esito della guerra si spiega anche così.

Negli Stati Uniti le atrocità non rimasero nascoste, molti le condannarono e tra loro va annoverato di certo lo scrittore Mark Twain (1835-1910). La guerra però fu vinta e la voce di chi denunciò si perse nel silenzio. Succede spesso, se non sempre.

Tre. Una buona sintesi degli avvenimenti è nella pagina Wikipedia in lingua inglese, quella in italiano sintetizza. Un articolo di denuncia con ricostruzione storica è stato pubblicato da Linkiesta. Ma se davvero si vuole approfondire, meglio di tutto partire da Daniel Immerwahr, L’impero nascosto. Non abbiate paura del numero di pagine!

Una mese da lettore. Agosto

Qualche anno fa lessi un libro di Nick Hornby, Una vita da lettore (qui la scheda dell’editore). Si tratta di una raccolta di articoli che Hornby aveva scritto per The Believer nei quali raccontava i libri acquistati, letti o recensiti. Lo fa ancora, scritto per inciso. Fu questo libro in particolare a farmi riprendere l’abitudine di tenere conto mensile di quanto leggo, un’abitudine che avevo negli ultimi anni dello scorso millennio e che avevo scioccamente abbandonato. Al principio segnai sul mio bel quadernino solo i libri di narrativa, ma a partire dal primo giorno del lockdown ho aggiunto anche la saggistica. E ora mi sono chiesto perché non dedicare l’ultimo post del mese a raccontare questi libri? Siccome non sono Hornby e dal Believer non mi hanno chiesto nulla, ho pensato di poter usare i miei mezzi.

Qualche postilla prima di iniziare.

I libri li prendo in biblioteca (fisici e digitali), li compro (soprattutto ebook), li saccheggio dalla biblioteca di famiglia, li ascolto.

Una delle regole dettate da The Believer era: si scrive solo di libri che non si stroncano. La faccio mia.

Ho scritto «ultimo post del mese» perché in agosto ho iniziato a tenere il ritmo di un post a settimana, esce il giovedì. Voglio provare a mantenere questo ritmo, quindi il prossimo post sarà a settembre.

Non è certo estranea all’idea di questo post la mia esperienza da Twitterguest, che già ho raccontato qui.

Cominciamo:

Vine Deloria JR, Custer è morto per i vostri peccati. Una rappresentazione del mondo nativo americano a fine anni Sessanta. Assai istruttivo.

Francesco Costa, Questa è l’America. Spaccati dell’America contemporanea, da voce assai bene informata, in bello stile. Da non perdere.

Giancarlo De Cataldo, Il combattente. Un ritratto di Sandro Pertini, scritto con devozione informata, in ottimo stile. Scorrevole.

William Finnegan, Giorni selvaggi. Una biografia sulle onde, scritta surfando da un premio Pulitzer. Intrigante, coinvolgente.

E poi altri due libri, oscurati per rispetto della regola Believer.

Uno di storia, scritto per confermare un’ipotesi di ricerca mai messa veramente in discussione. Siccome tratta di cose che so, posso dubitare della fondatezza della tesi e definirlo brutto e frettoloso. Sono arrivato alla fine perché serve per lavoro.

Uno di sport, scritto non bene e con inutile enfasi. Sono arrivato alla fine per aspettare una svolta, che mai è arrivata.

La palma di agosto la prende

Ascoltare le Sbornie

La notizia prima di tutto: “Sbornie sacre, sbornie profane” è disponibile in audiolibro. Ora però cerchiamo di circostanziarla, questa notizia, con i dovuti link.

Prima di tutto, non voglio dare per scontato che tutti i lettori conoscano le Sbornie, il libro che ho scritto e che è uscito nell’aprile 2018. Di lui ho parlato spesso su queste pagine e altrove, una ricerca per parole chiave (suggerisco «Sbornie») potrebbe aiutare la vostra curiosità eventuale, mentre la scheda del libro la trovate qui.

Sono un appassionato di radio, di podcast, e di conseguenza guardo con favore agli Audiolibri. A proposito di podcast, ho pure aperto un mio canale Spreaker, iniziando da qualche storia di sport, e di acqua. Le potete ascoltare qui.

Voglio aprire una parentesi e raccontarvi che, proprio mentre pensavo a questo post, Chiara mi ha fatto notare la pubblicazione di una vignetta di Makkox, dedicata (anche) ai podcast. Sarebbe perfetta come immagine per il post che state leggendo, ma le regole del copyright mi impongono di rimandarvi al sito del Foglio per guardarla: qui (seconda vignetta di agosto).

Chiudo la parentesi e torno all’ascolto delle Sbornie. In febbraio mi contattarono dalla casa editrice il Mulino per chiedere il mio consenso alla pubblicazione di “Sbornie sacre, sbornie profane” in Audiolibro e mi spiegarono come funziona Audible, uno dei più forniti siti in materia, gestito da Amazon. Io come funziona già lo sapevo, non tanto per mio merito o per scienza infusa, quanto piuttosto grazie a mia figlia Mateja, sfegatata fan di Harry Potter letto da Francesco Pannofino. Grazie a lei, il nostro account Audible si sta segnalando per utilizzo e fedeltà. Risposi dunque di sì, senza indugio: sapevo bene di cosa si stava discutendo. Nel corso della telefonata figurai la brevissima illusione di potere essere interpellato per la lettura, ma fu subito chiaro che quella è cosa da professionisti. Non sono certo Gianrico Carofiglio, che i suoi libri li può leggere da sé. A molti non piace (leggendo i commenti), a me sì. È iniziato dunque il tempo dell’attesa, curiosa.

Il lockdown però è stato il tempo della grande parentesi, parentesi per la pubblicazione del libro che stavo scrivendo e la cui uscita è stata rinviata di non poco, parentesi anche per la registrazione del «mio» audiolibro. Comprensibile ma dilatato. A luglio però la parentesi ha dato segnali di chiusura e ho avuto notizia che le Sbornie sarebbero state ascoltabili (audibili) in agosto: tutto vero.

Audible è qui. Non è un servizio gratuito, costa 10 euro al mese (9,99 per la precisione). Secondo me il prezzo lo vale, ma per ascoltare (audire) se ho ragione c’è a disposizione un mese gratuito, un tempo che dovrebbe essere sufficiente ad ascoltare le Sbornie, e magari persino a lasciare un commento, una valutazione. Valutazione che io al momento non sono in grado di dare, perché sentire leggere le parole che hai scritto da una voce non tua fa un effetto strano, che proverò a metabolizzare, se così si può dire.

Gli audiolibri sono ottimi da ascoltare in macchina, mentre si corre o si passeggia, mentre ci si rilassa con un buon cicchetto e in tante altre occasioni.

Come ringraziamento a chi è arrivato, con la lettura, fin qui, ecco il link per «Ascoltare le Sbornie», cliccate pure qui.

Se vi siete incuriositi ma preferite il cartaceo, vi chiedo di andarlo ad acquistare in libreria. Amazon può essere ampiamente soddisfatta grazia ad Audible, non ha bisogno dei nostri soldi per i nostri libri.

Gorizia. Le messe in streaming, o il prete sotto casa.

Nel post di oggi ho il piacere (e la voglia) di raccontare come nascono e si sviluppano alcuni lavori di scrittura, con i loro tempi, i rimandi, i pensieri e le conseguenze, in alcuni casi inattese. Troverete qui sotto proposte di lettura e di ascolto.

Nelle settimane del lockdown è uscito il libro che ho curato con l’amico/collega Marco Plesnicar; un lavoro da storici, di quelli robusti. Abbiamo trascritto, negli anni, le oltre mille pagine (questo il risultato nel .pdf di stampa) della storia del collegio dei gesuiti di Gorizia. Poi io ho scritto l’introduzione al malloppo e con Marco, assieme a varie persone, abbiamo rivisto la trascrizione, preparato le note a piè di pagina, gli indici dei nomi e dei luoghi. Infine, grazie all’interesse dell’editore FBK Press abbiamo pubblicato un libro che si legge e si scarica gratis online qui.

Una breve presentazione del lavoro l’ho scritta io ed è stata pubblicata qui.

In questa grossa mole documentale vi erano degli spunti interessanti per il tempo presente, in particolare si poteva leggere del comportamento dei gesuiti di Gorizia durante il tempo di quarantena obbligato dalla peste scoppiata in città e nei dintorni nel 1682. Sono andato a riguardarmi le pagine di quel racconto e le ho fatte dialogare con la principale fonte che abbiamo a disposizione sulla peste goriziana, Il diario della peste di Giovanni Maria Marusig. Studiando i documenti e mettendoli a confronto con quanto leggevo sui quotidiani (online) ho pensato che avrebbe avuto senso proporre un ragionamento capace di mettere assieme passato e presente. Avrei voluto raccontare di come determinati comportamenti, determinate esigenze che la Chiesa cattolica faceva emergere nella primavera 2020 già si fossero presentate nella sua storia.

Ho scelto allora di mirare alto, e di proporre questa mia idea di scrittura alla mia testata di gran lunga preferita, La Lettura del Corriere della Sera. Dopo qualche tempo, ho ricevuto una risposta incoraggiante e mi sono messo a scrivere, sulla base dei miei approfondimenti di studio e dei miei pensieri. L’articolo è piaciuto ed è stato pubblicato, lo potete leggere qui. Lo hanno intitolato «Il prete sotto casa per evitare la peste».

Non è finita, abbiate pazienza. Mentre i tempi della pubblicazione scorrevano, in parallelo con alcuni colleghi del mio Istituto Trentino, abbiamo ideato una serie di podcast sulla storia delle epidemie. Io ho pensato dunque di riproporre quanto avevo preparato per La Lettura, riscrivendo però il testo per adattarlo all’ascolto, che come tutti sappiamo è cosa ben diversa dalla lettura. Cambia il linguaggio, infatti, e poi c’è pure la variabile delle dimensioni (non è una battuta), poiché le battute (questa è la nostra unità di misura) richieste dall’articolo per La Lettura erano meno di quelle necessarie per un podcast. Il risultato, per la voce dell’amico Enrico, lo potete ascoltare qui. L’ho intitolato «Messe in streaming e altari portatili. La peste a Gorizia nel Seicento».

Ho quasi finito. Mi prendo solo le battute necessarie a scrivere che questo è un post particolare, per il quale non aggiungo bibliografia, come faccio di solito, perché i link che ho disseminato qua e là dovrebbero essere più che sufficienti a soddisfare i più curiosi tra voi, miei diletti lettori. 

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Ignazio di Loyola, commensale silenzioso

Oggi è 31 luglio, giorno di Sant’Ignazio di Loyola, padre fondatore della Compagnia di Gesù, celebrato nella data della sua morte (1556).

Come e cosa mangiava Ignazio, che in realtà quando nacque (probabilmente nel 1491) fu chiamato Iñigo dai suoi genitori?

Prima della conversione (i cui inizi sono databili nel 1522) era un membro della piccola nobiltà basca, un soldato che probabilmente ebbe modo di godere parecchi piaceri, compresi quelli della tavola. Dopo però, le cose cambiarono.

Deciso ad abbandonare la vita precedente in seguito alle riflessioni fatte durante la convalescenza da una seria ferita alla gamba (Assedio di Pamplona, 1521), Iñigo si votò al servizio di Dio. Non fu una strada né breve, né semplice che lo portò in giro per l’Europa e anche, per un breve periodo, a Gerusalemme.

Nel tribolato tempo della crisi di coscienza che segnò i primi anni di conversione, scelse un regime alimentare di enormi privazioni. Pentitosi, avrebbe confessato anni dopo a un confratello che l’esagerazione non è una virtù. Era giusto nutrirsi adeguatamente ogni volta che fosse permesso e vantaggioso, dato che il corpo era al servizio dell’anima e doveva avere il vigore necessario ad aiutarla e sostenerla. Lui per un periodo piuttosto lungo non lo aveva fatto, e ne pagava le conseguenze.

Nel suo corposo epistolario non mancano gli insegnamenti volti a raccomandare l’equilibrio nelle privazioni. Ribadì a più riprese un concetto di fondo: per quanto elogiabili fossero le rinunce, non dovevano mai andare a discapito della buona salute. Per tale ragione era opportuno seguire i suggerimenti dei medici: chi era in forze doveva accontentarsi di cibi e bevande meno cari, chi non lo era doveva preoccuparsi di recuperarle, le forze, evitando i cibi ordinari e privilegiando quelli forti e ricostituenti. Insomma, riteneva importante nutrirsi adeguatamente evitando il superfluo.“Pur stando attenti a non ammalarsi, quanto più ciascuno toglierà dal conveniente, tanto più rapidamente raggiungerà la giusta misura che deve osservare nel mangiare e nel bere”, scriveva negli Esercizi Spirituali. Visti i problemi di stomaco avuti in eredità dagli eccessi nella privazione (dei quali, lo ripeto, ebbe modo di pentirsi) Ignazio frequentò vari medici, alcuni dei loro consigli al paziente li possiamo leggere anche noi oggi.

Vediamone due.

Il primo risale probabilmente al 1547 e riporta una lista di alimenti proibiti e concessi. Tra i primi si annoverano tutti i tipi di carne domestica, le uova e i cosiddetti cibi ventosi (rape, legumi e simili), a meno che non siano corretti con qualcosa di lenitivo della “ventosità”. Vietato anche il vino. Più ricca di notizie è la parte dedicata al nutrimento consentito: due volte alla settimana si comincia al mattino con una minestra di verdura (lattuga o borragine) o un brodo di carne (castrato), talvolta arricchite da farro, pane stufato o grattato. Vanno bene poi le lenticchie, insaporite con abbondante olio e un po’ di aceto (o altro condimento agro); le verdure con le quali si prepara la minestra possono essere consumate crude con olio ed è permesso aggiungervi cicoria, portulaca, acetosa, cocuzza (una varietà di zucchina), cetrioli e indivia. Nelle minestre è lecito mettere anche, con il pane, anice o cumino. Via libera anche per il pesce cotto (con olio e aceto) e la bietola. Si consiglia poi di portare con sé dell’agnocasto. Il medico non aggiunge i dettagli sull’uso dell’acqua, per il quale, scrive, preferisce parlare di persona con il paziente.

Il secondo documento è stato scritto intorno al 1554. C’è una lunga serie di alimenti sconsigliati, molto più nutrita di quella risalente a circa sette anni prima: no alle cose salate, aspre, acetose, stitiche e acute. Proibiti anche i cibi vaporosi, espressione con la quale si intendono noci, nocciole, formaggio, latte, senape, porro, cipolla, vino novello, torbido o forte (segno che il consiglio di non berne contenuto nelle istruzioni del 1547 non era stato pienamente seguito). Da tralasciare poi sono i cibi cosiddetti umidi, quali carne di maiale e pesci di palude (tinche, per esempio), senza squame (anguille) e grassi (tonni). Si ribadisce poi che meglio sarebbe astenersi dal vino, mentre si potevano consumare alimenti magri: pollo, pollastra, gallina, pernice, tortora, colomba, vitella in estate, castrato in inverno, capretto arrosto. Nei giorni di astinenza bene uova fresche, tolta la parte chiara che sta in alto; così come farro con latte di mandorla. Quanto ai legumi, ottima la borragine bollita e poi cotta in latte di mandorle o brodo di carne; adeguati anche finocchio lesso e lattughe bollite. La frutta consentita non è molta: fichi secchi, uva passa, mele cotte, mandorle; per qualsiasi altra meglio valutare le condizioni di salute. Si mangi pure torrone, se fatto di mandorle o noccioline piccole. Il consiglio successivo riguarda ancora il vino, segno della sua importanza nella dieta del tempo: se proprio si deve bere, è opportuno sia leggero, invecchiato il giusto (né novello, né stagionato) e di buon profumo. Infine, si consigliano condimenti di cardo, coriandolo o semi di finocchio.

In conclusione, ci rimane qualcosa da dire sul comportamento a tavola di Ignazio: quando mangiava in compagnia rimaneva in silenzio, limitandosi a rispondere brevemente se sollecitato. Ascoltava però con estrema attenzione, si soffermava su alcuni temi per lui di particolare interesse e li sviluppava al termine del pasto, prendendoli come spunto per discutere di Dio. Era la regola del silenzio, un antico costume della tradizione monastica, per il quale il silenzio veniva riempito da letture edificanti, utili a nutrire l’anima contemporaneamente al corpo.

Dopo la fondazione dell’ordine, stabilitosi a Roma, Ignazio era solito mangiare in una stanza attigua alla propria camera e non disdegnava invitare a tavola i gesuiti con i quali doveva parlare di qualche particolare faccenda, chi era arrivato a Roma da poco o chi era in procinto di lasciare la città, destinato altrove. Accoglieva volentieri anche le persone esterne alla Compagnia, avvertendole però che pranzando con lui avrebbero fatto penitenza. Rimaneva in lui ben presente quella inclinazione alla sobrietà che ne aveva caratterizzato i difficili tempi di Manresa, dove aveva sofferto le più gravi conseguenze delle auto-imposte rinunce. A questa inclinazione aveva saputo però dare equilibrio.

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Se volete approfondire l’argomento, leggete pure qui, roba spero buona ma certo gratuita.

Sono stato il #Twitterguest, consigliere di libri

Il #twitterguest è quello/a che consiglia un libro al giorno ai follower dell’account Twitter de La Lettura del Corriere, commentandolo in 100 caratteri.

Poiché qualche tempo fa ho scritto un articolo per La Lettura del Corriere (i dettagli in un futuro post) mi è stato chiesto di ricoprire questo ruolo. Ho accettato con entusiasmo e nella settimana precedente a quella appena trascorsa ho svolto coscienziosamente il mio compito. Avevo stilato una prima short list quando mi arrivò la proposta, poi però le regole d’ingaggio mi hanno costretto a cambiare qualcosa. Pur nella grande libertà di scelta, infatti, non si possono indicare libri che non siano stati tradotti in italiano. Se per i romanzi questo non è, per me, un grosso limite, lo è invece per i saggi legati al mio mestiere di storico, spesso troppo poco attraenti per giustificare davanti all’editore la spesa di una traduzione. Tocca quindi leggersi in lingua originale, almeno quando si può.

Ecco perché approfitto della libertà concessa dal blog, nel quale le regole me le faccio da solo, per allungare la lista. Ma cominciamo dai consigli andati in onda su Twitter.

Primo giorno. Joe Lansdale, «Paradise Sky». Possono non servire le immagini per descrivere il crudele vecchio West.

Il mio commento: A domanda: «Chi è il tuo scrittore preferito?» risponderei «Joe Lansdale».

Secondo giorno. Nathan Wachtel, «La visione dei vinti». Storia e antropologia unite per guardare con gli occhi dell’altro.

Il mio commento: Un libro che insegna a tenere conto della voce dei senza voce, cosa fondamentale per la storia… e per tutto il resto.

Terzo giorno. J.R. Moehringer, «Il bar delle grandi speranze». L’arte dell’incontro, tra bicchieri e programmi radio.

Il mio commento: Avrei voluto mettere un libro di sporto, ma per dire… Moehringer è lo scrittore che Agassi ha voluto accanto a sé per scrivere Open.

Quarto giorno. Paul K. Feyerabend, «Ammazzando il tempo. Un’autobiografia». La genialità celata nella confusione.

Il mio commento: Ricordo di aver letto buona parte di questo libro in una sala di attesa oculistica dove si erano dimenticati del mio appuntamento. Le ore (sic!) passavano e non me ne accorgevo. Poi l’ho riletto. E ho cambiato oculista. Un inno alla libertà di pensiero, il libro più del cambio.

Quinto giorno. J. K. Rowling, «Harry Potter e il prigioniero di Azkaban». Imparare a fidarsi di una piccola lettrice.

Il mio commento: Questo è stato il titolo più complicato da scegliere, avrei potuto mettere la saga completa, un libro al giorno, non avrei sbagliato. Ma il prigioniero di Azkaban è uno dei personaggi più affascinanti della storia. Grazie a Mateja per avermi fatto entrare nel mondo del maghetto.

Sesto giorno. Dee Brown, «Seppellite il mio cuore a Wounded Knee». La storia non finisce sulle rive del torrente.

Il mio commento: Proprio così, questo ottimo libro non segna affatto la fine della storia, quanto piuttosto serve ad aprire lo sguardo a quella che seguirà, come ci insegna @DavidTreuer e come ho imparato io, che ci sto scrivendo su.

Settimo giorno. Nessun riposo, ma: Emilio Salgari, «Le due tigri». Oltre la storia e la geografia, ecco gli orizzonti infiniti dell’avventura.

Il mio commento: In chiusura schiudo il baule della fantasia, un baule che ancora mi dà tanta soddisfazione, come quando ero alle elementari.

Quello che non ho messo perché non tradotto in italiano:

Gerald McKevitt, «Brokers of Culture: Italian Jesuits in the American West, 1848-1919». Studio i gesuiti da quindici anni, questo libro è il migliore che ho letto sulla loro storia. Avrebbe probabilmente preso il posto di J.R. Moehringer.

David Treuer, «The Heartbeat of Wounded Knee: Native America from 1890 to the Present». Uno sguardo ampio e panoramico che spiega perché guardare al passato sia utile per capire il presente immaginando il futuro. Avrebbe preso il posto di Dee Brown.

Quello che ho scartato: avevo pensato a un fumetto. Tex? Ho provato a rileggere il Texone di Magnus («La valle del terrore»), ma se i disegni sono meravigliosi, la trama non è delle migliori. La mia storia preferita è «Gli eroi di Devil Pass», ma non avrei saputo chi togliere. Lo stesso posso dire per una storia, magari la prima, di «Magico Vento»: sarebbe  forse stato un #Twitterguest troppo western.

Avevo pensato a un libro sulla cultura alimentare. Il mio preferito è Alice Waters, «Coming to My Senses: The Making of a Counterculture Cook», un libro che non è solo cibo, ma anche storia. Perché non l’ho messo? Probabilmente perché ho sbagliato, visto che c’è anche la traduzione italiana («Con tutti i miei sensi») e visto che al ristorante di Alice Waters a Berkeley, Chez Panisse, ci sono pure stato, e visto che non ho mai mangiato così bene, e visto che la storia degli Stati Uniti di fine XX secolo mi appassiona. Sicuramente ho sbagliato. Il terzo giorno doveva essere il suo, con un commento che poteva suonare così: pagine da leggere tuttodunfiato, gustando ogni sapore.

TWGUEST

Una nuova ricetta – il blog rinnova ingredienti e metodi di cottura

Sono passati quasi tre anni da quando, il 6 ottobre 2017, pubblicai il primo post del blog che avevo scelto di intitolare “ClaudioFoodHistory”. Quel post si intitolava sarde in saor rinascimentali e pochi giorni dopo lo tradussi in inglese. Quando lo scrissi stavo trascorrendo il mio visiting a Berkeley e avevo appena chiuso il libro Sbornie sacre, sbornie profane. Il virus influenzale era una questione stagionale, poco sentita sulla West Coast. Proprio per dare un sostegno al libro avevo immaginato di impegnarmi nel blog. Se questo link tra libro e blog abbia o meno funzionato non lo so, ma dopo più di sessanta post sono convinto sia arrivato il momento di dare un tocco di novità sia agli ingredienti, sia ai metodi di cottura.

Ingredienti. La storia dell’alimentazione rimane un punto di riferimento per il mio lavoro di ricerca, ma come non era l’unico piatto che io fossi capace di cucinare nel 2017, così non lo è nel 2020. Ho pensato per questa ragione di dare spazio anche ad altri spunti di riflessione o ad altri suggerimenti utili a solleticare la curiosità di chi legge, se non persino a spingere ad approfondimenti. Non più solo “food history”, dunque, ma anche altre storie. Come è giusto che sia, le cose in questi mesi sono andate avanti, un nuovo libro “food history” è pronto ma chiuso nel virtuale cassetto del PC perché il Covid ha mandato all’aria pure i piani editoriali di chi lo dovrebbe pubblicare. Io però continuo a scrivere, e dunque ad aggiungere ingredienti. Proprio il tempo di quarantena e l’organizzazione del cosiddetto smart-working hanno dato una bella spinta al mio lavoro di scrittura e chissà che questo rinnovamento del blog non possa un giorno essere annoverato tra le conseguenze positive del mio lavoro casalingo.

Metodi di cottura.  Fin dal principio ho scritto soprattutto storie curiose legate al cibo, intervallate da riflessioni più ampie sul perché fare storia dell’alimentazione (per esempio Mandorle Bruciate) o da resoconti su particolari episodi legati alle mie esperienze nel mestiere (per esempio Cibo e Fede). Ho iniziato seguendo una periodicità del tutto casuale, divenuta poi quindicinale a fine 2019. Voglio ora aumentare i tipi e il numero dei post: ci sarà maggiore varietà e una cadenza non fissa ma minima garantita, cominciando con almeno tre post al mese. Intendo così dare maggiore spazio alle mie attività pubbliche (in presenza o virtuali), cosa che l’appuntamento quindicinale non mi consentiva di fare. Penso anche all’opportunità di raccontare qualcosa del mio modo di lavorare, di intrattenere sul “dietro le quinte”: perché ho pensato di scrivere un saggio o un articolo, cosa ho scelto di tralasciare, come funziona la procedura di pubblicazione, e altre cose che al momento non mi vengono in mente, ma arriveranno.

Chissà, forse mi sono preso una brutta gatta da pelare, o una patata bollente, come direbbe il mai troppo citato Tex Willer, ma mi ci metto con ottimismo, entusiasmo e determinazione. Una molto benvenuta novità di cottura sarebbe costituita da una maggiore interazione con chi legge, attraverso i commenti.

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Vi incuriosisce la pagina di una ricetta? Se così fosse, posso assicurarvi che chi cerca trova. 

Cioccolato. Da brodo indiano a delizia da salotto

Nella cultura religiosa azteca il cioccolato era considerato sacro agli dei e particolarmente indicato per celebrare i defunti. Lo sapevano bene le giovani donne destinate a quelli che gli europei chiamarono collegi religiosi: a loro si raccomandava un’attenzione tutta particolare nella sacra arte della preparazione del cacao. Secondo i primi osservatori europei, soprattutto missionari – furono loro a inventare l’espressione “brodo indiano” – la bevanda aveva un enorme potenziale afrodisiaco. Il conquistador/cronista  Bernal Díaz del Castillo (1492-1584) nel descrivere le abitudini sessuali di Montezuma (1466 circa-1520) si lasciò andare a qualche esagerazione, evidenziando come l’eccezionale virilità del sovrano derivasse dall’abitudine di consumare notevolissime quantità di cioccolato: decine e decine di tazze prima di giacere con le proprie numerose concubine. 

Ma non era solo il potenziale lussurioso a preoccupare gli uomini di Chiesa: un lunghissimo dibattito impegnò più di una mente brillante dell’età moderna (tra la fine del XVI secolo e quella del XVIII) a determinare se bere il cioccolato rompesse o meno le regole cattoliche del digiuno. In quei tempi, infatti, era molto più comune l’assunzione in forma liquida rispetto a quella solida. La diffusione delle tavolette da masticare era ancora lungi da imporsi. Le risposte furono variegate, contraddittorie e pure fantasiose; al loro fluire contribuirono anche quanto ai nostri tempi definiamo fake-news. La disputa si trascinò per lungo tempo. Possiamo fissarne il punto di partenza nel 1569, quando proprio secondo una notizia inventata (immaginiamo da un amante del cioccolato interessato a lasciare via libera alle proprie voglie) papa Pio V (1504-1572, pontificato 1565-1572) lo assaggiò, non ne fu affatto soddisfatto e sentenziò si potesse prendere nei giorni di magro. Di questa presunta concessione di Pio V non esiste però alcuna traccia, si trattava di un’invenzione postuma, smascherata molto presto e dunque del tutto inadeguata a decretare l’applicabilità al cioccolato del celebre aforisma di san Tommaso D’Aquino (1225-1274) «il liquido non rompe il digiuno».

I difensori delle due testi contrapposte si sfidarono a colpi di dotte formulazioni teologiche e canonistiche. A complicare la questione intervenne anche una profonda modifica nel gusto europeo, definitasi in seguito alla diffusione dell’abitudine di aggiungere il latte e lo zucchero al cacao amaro degli Aztechi, una novità da farsi risalire secondo due diverse tradizioni a un monastero femminile da qualche parte in Messico (latte) e a una comunità carmelitana di Oaxaca (zucchero). Queste modifiche furono particolarmente gradite nel Vecchio Mondo e il cioccolato cominciò a non essere affatto percepito come un sacrificio, ma come una delizia da salotto, particolarmente indicato per le signore perché non alcolico. A fronte della diffusione della bevanda azteca in Europa, teologi e canonisti cominciarono dunque a porsi delle domande sempre più dettagliate. Una nutrita serie di scrittori cooperò nell’alimentare la polemica, fino a quando il cardinale Francesco Maria Brancaccio (1592-1675) intervenne con il pamphlet Sulla diatriba relativa alla bevanda del cioccolato (De chocolatis potu diatribe, 1664) dichiarando il cioccolato bevanda per se e non solo per accidens (come l’acqua e il vino), e dunque permettendone l’assunzione nei giorni di magro.

Poteva un’opinione così autorevole far cessare la polemica? No, non poteva. Nel 1748 fu il turno del teologo e predicatore domenicano italiano Daniele (Daniello) Concina (1687-1756) di riprendere la linea anti-cioccolato. Concina affermava: l’essenza del digiuno sono la mortificazione della gola e il freno ai desideri, nessuna delle due cose è compatibile con una tazza di cioccolato. Di qui l’ovvia conclusione: l’appetitosa bevanda messicana rompeva eccome il digiuno e per questo i buoni cattolici erano invitati a non essere tanto meschini da rischiare la propria salvezza solo per una chicchera fumante. Con buona pace (o forse no) di Concina e di quanti appoggiavano la sua tesi la realtà delle cose  fu che la stragrande maggioranza dei cattolici continuò a comportarsi come meglio le aggradava, sorseggiando in grande abbondanza chicchere di cacao sciolto in acqua o in latte anche di venerdì o durante la Quaresima. 

Pure la presunta carica afrodisiaca del cioccolato rimase argomento da salotto: una stampa di fine Seicento firmata dal pittore francese Robert Bonnart (1652-1733) ritrae un cavaliere e una dama intenti a sorseggiare una tazza di cacao; i loro sguardi ammiccanti, la simbologia dell’opera e la quartina di accompagnamento lasciano poco spazio all’immaginazione:

Questo giovane cavaliere e questa bella dama

si regalano del cioccolato.

Ma si vede nei loro occhi una fiamma così viva

Da credere che si preparerà per loro un piatto più delicato.

Chocolate

L’immagine della stampa di Bonnart si trova facilmente in internet, ma non la riproduco qui perché soggetta a copyright. Gli scritti sul cioccolato non sono pochi. In italiano va segnalato Il brodo indiano, di Piero Camporesi, mentre in francese (tradotto pure in spagnolo) ha scritto ottime pagine Nikita Harwich Vallenilla. Le fonti sono molte, anche a stampa, anche ad accesso libero su portali come Archive.org o Google Books. Io queste cose le ho lette e studiate, usandole sia in alcune pagine di Sbornie sacre, sbornie profane, sia in altre del mio nuovo libro, che giace pronto nei meandri di computer e Drive, pure lui minuscola vittima del virus.