Una nuova ricetta – il blog rinnova ingredienti e metodi di cottura

Sono passati quasi tre anni da quando, il 6 ottobre 2017, pubblicai il primo post del blog che avevo scelto di intitolare “ClaudioFoodHistory”. Quel post si intitolava sarde in saor rinascimentali e pochi giorni dopo lo tradussi in inglese. Quando lo scrissi stavo trascorrendo il mio visiting a Berkeley e avevo appena chiuso il libro Sbornie sacre, sbornie profane. Il virus influenzale era una questione stagionale, poco sentita sulla West Coast. Proprio per dare un sostegno al libro avevo immaginato di impegnarmi nel blog. Se questo link tra libro e blog abbia o meno funzionato non lo so, ma dopo più di sessanta post sono convinto sia arrivato il momento di dare un tocco di novità sia agli ingredienti, sia ai metodi di cottura.

Ingredienti. La storia dell’alimentazione rimane un punto di riferimento per il mio lavoro di ricerca, ma come non era l’unico piatto che io fossi capace di cucinare nel 2017, così non lo è nel 2020. Ho pensato per questa ragione di dare spazio anche ad altri spunti di riflessione o ad altri suggerimenti utili a solleticare la curiosità di chi legge, se non persino a spingere ad approfondimenti. Non più solo “food history”, dunque, ma anche altre storie. Come è giusto che sia, le cose in questi mesi sono andate avanti, un nuovo libro “food history” è pronto ma chiuso nel virtuale cassetto del PC perché il Covid ha mandato all’aria pure i piani editoriali di chi lo dovrebbe pubblicare. Io però continuo a scrivere, e dunque ad aggiungere ingredienti. Proprio il tempo di quarantena e l’organizzazione del cosiddetto smart-working hanno dato una bella spinta al mio lavoro di scrittura e chissà che questo rinnovamento del blog non possa un giorno essere annoverato tra le conseguenze positive del mio lavoro casalingo.

Metodi di cottura.  Fin dal principio ho scritto soprattutto storie curiose legate al cibo, intervallate da riflessioni più ampie sul perché fare storia dell’alimentazione (per esempio Mandorle Bruciate) o da resoconti su particolari episodi legati alle mie esperienze nel mestiere (per esempio Cibo e Fede). Ho iniziato seguendo una periodicità del tutto casuale, divenuta poi quindicinale a fine 2019. Voglio ora aumentare i tipi e il numero dei post: ci sarà maggiore varietà e una cadenza non fissa ma minima garantita, cominciando con almeno tre post al mese. Intendo così dare maggiore spazio alle mie attività pubbliche (in presenza o virtuali), cosa che l’appuntamento quindicinale non mi consentiva di fare. Penso anche all’opportunità di raccontare qualcosa del mio modo di lavorare, di intrattenere sul “dietro le quinte”: perché ho pensato di scrivere un saggio o un articolo, cosa ho scelto di tralasciare, come funziona la procedura di pubblicazione, e altre cose che al momento non mi vengono in mente, ma arriveranno.

Chissà, forse mi sono preso una brutta gatta da pelare, o una patata bollente, come direbbe il mai troppo citato Tex Willer, ma mi ci metto con ottimismo, entusiasmo e determinazione. Una molto benvenuta novità di cottura sarebbe costituita da una maggiore interazione con chi legge, attraverso i commenti.

Page_253_of_'Ricette_e_segreti_diversi'_Wellcome_L0049929

Vi incuriosisce la pagina di una ricetta? Se così fosse, posso assicurarvi che chi cerca trova. 

Cioccolato. Da brodo indiano a delizia da salotto

Nella cultura religiosa azteca il cioccolato era considerato sacro agli dei e particolarmente indicato per celebrare i defunti. Lo sapevano bene le giovani donne destinate a quelli che gli europei chiamarono collegi religiosi: a loro si raccomandava un’attenzione tutta particolare nella sacra arte della preparazione del cacao. Secondo i primi osservatori europei, soprattutto missionari – furono loro a inventare l’espressione “brodo indiano” – la bevanda aveva un enorme potenziale afrodisiaco. Il conquistador/cronista  Bernal Díaz del Castillo (1492-1584) nel descrivere le abitudini sessuali di Montezuma (1466 circa-1520) si lasciò andare a qualche esagerazione, evidenziando come l’eccezionale virilità del sovrano derivasse dall’abitudine di consumare notevolissime quantità di cioccolato: decine e decine di tazze prima di giacere con le proprie numerose concubine. 

Ma non era solo il potenziale lussurioso a preoccupare gli uomini di Chiesa: un lunghissimo dibattito impegnò più di una mente brillante dell’età moderna (tra la fine del XVI secolo e quella del XVIII) a determinare se bere il cioccolato rompesse o meno le regole cattoliche del digiuno. In quei tempi, infatti, era molto più comune l’assunzione in forma liquida rispetto a quella solida. La diffusione delle tavolette da masticare era ancora lungi da imporsi. Le risposte furono variegate, contraddittorie e pure fantasiose; al loro fluire contribuirono anche quanto ai nostri tempi definiamo fake-news. La disputa si trascinò per lungo tempo. Possiamo fissarne il punto di partenza nel 1569, quando proprio secondo una notizia inventata (immaginiamo da un amante del cioccolato interessato a lasciare via libera alle proprie voglie) papa Pio V (1504-1572, pontificato 1565-1572) lo assaggiò, non ne fu affatto soddisfatto e sentenziò si potesse prendere nei giorni di magro. Di questa presunta concessione di Pio V non esiste però alcuna traccia, si trattava di un’invenzione postuma, smascherata molto presto e dunque del tutto inadeguata a decretare l’applicabilità al cioccolato del celebre aforisma di san Tommaso D’Aquino (1225-1274) «il liquido non rompe il digiuno».

I difensori delle due testi contrapposte si sfidarono a colpi di dotte formulazioni teologiche e canonistiche. A complicare la questione intervenne anche una profonda modifica nel gusto europeo, definitasi in seguito alla diffusione dell’abitudine di aggiungere il latte e lo zucchero al cacao amaro degli Aztechi, una novità da farsi risalire secondo due diverse tradizioni a un monastero femminile da qualche parte in Messico (latte) e a una comunità carmelitana di Oaxaca (zucchero). Queste modifiche furono particolarmente gradite nel Vecchio Mondo e il cioccolato cominciò a non essere affatto percepito come un sacrificio, ma come una delizia da salotto, particolarmente indicato per le signore perché non alcolico. A fronte della diffusione della bevanda azteca in Europa, teologi e canonisti cominciarono dunque a porsi delle domande sempre più dettagliate. Una nutrita serie di scrittori cooperò nell’alimentare la polemica, fino a quando il cardinale Francesco Maria Brancaccio (1592-1675) intervenne con il pamphlet Sulla diatriba relativa alla bevanda del cioccolato (De chocolatis potu diatribe, 1664) dichiarando il cioccolato bevanda per se e non solo per accidens (come l’acqua e il vino), e dunque permettendone l’assunzione nei giorni di magro.

Poteva un’opinione così autorevole far cessare la polemica? No, non poteva. Nel 1748 fu il turno del teologo e predicatore domenicano italiano Daniele (Daniello) Concina (1687-1756) di riprendere la linea anti-cioccolato. Concina affermava: l’essenza del digiuno sono la mortificazione della gola e il freno ai desideri, nessuna delle due cose è compatibile con una tazza di cioccolato. Di qui l’ovvia conclusione: l’appetitosa bevanda messicana rompeva eccome il digiuno e per questo i buoni cattolici erano invitati a non essere tanto meschini da rischiare la propria salvezza solo per una chicchera fumante. Con buona pace (o forse no) di Concina e di quanti appoggiavano la sua tesi la realtà delle cose  fu che la stragrande maggioranza dei cattolici continuò a comportarsi come meglio le aggradava, sorseggiando in grande abbondanza chicchere di cacao sciolto in acqua o in latte anche di venerdì o durante la Quaresima. 

Pure la presunta carica afrodisiaca del cioccolato rimase argomento da salotto: una stampa di fine Seicento firmata dal pittore francese Robert Bonnart (1652-1733) ritrae un cavaliere e una dama intenti a sorseggiare una tazza di cacao; i loro sguardi ammiccanti, la simbologia dell’opera e la quartina di accompagnamento lasciano poco spazio all’immaginazione:

Questo giovane cavaliere e questa bella dama

si regalano del cioccolato.

Ma si vede nei loro occhi una fiamma così viva

Da credere che si preparerà per loro un piatto più delicato.

Chocolate

L’immagine della stampa di Bonnart si trova facilmente in internet, ma non la riproduco qui perché soggetta a copyright. Gli scritti sul cioccolato non sono pochi. In italiano va segnalato Il brodo indiano, di Piero Camporesi, mentre in francese (tradotto pure in spagnolo) ha scritto ottime pagine Nikita Harwich Vallenilla. Le fonti sono molte, anche a stampa, anche ad accesso libero su portali come Archive.org o Google Books. Io queste cose le ho lette e studiate, usandole sia in alcune pagine di Sbornie sacre, sbornie profane, sia in altre del mio nuovo libro, che giace pronto nei meandri di computer e Drive, pure lui minuscola vittima del virus.

Temperanza! Lotte antialcoliche negli Stati Uniti del XIX secolo

La storia dell’ubriachezza ha almeno due facce: da una parte quella di chi beve, dall’altra quella di chi vorrebbe impedire di bere. Uno dei momenti in cui i protagonisti di questa seconda faccia ebbero particolare rilevanza furono senza dubbio gli anni 1920-1933, quelli del proibizionismo negli Stati Uniti; un periodo caratterizzato dal bando degli alcolici, destinato a fare la fortuna di gangster come Al Capone e dell’industria cinematografica. Non furono, quelli del proibizionismo, provvedimenti nati dal nulla.

Possiamo collocare l’apoteosi del bevitore nell’America settentrionale intorno al 1820, quando il consumo alcolico pro capite ammontava al triplo di quello attuale, per quanto questi dati vadano presi con le pinze. Oltre alle cifre abbiamo anche però le testimonianze e quelle dell’epoca ci raccontano una diffusione capillare degli alcolici, spesso super, tra uomini, donne e persino bambini. In prima linea a combattere contro i fiumi di spirito si posero medici e religiosi. Tra questi ultimi ebbero particolare successo i presbiteriani dell’American Temperance Society, tra i quali primeggiava Lyman Beecher (1775-1863), padre di Harriet Beecher Stowe (1811-1896), autrice de La capanna dello zio Tom. Nel caso di questa Society i numeri sono più chiari di quelle dei litri pro capite e rivelano un grande successo: tre anni dopo la fondazione, datata 1826, le succursali erano un migliaio, diventate cinquemila nel 1834 con un impressionante numero di affiliati: undici milioni.

L’attenzione dei temperanti era rivolta soprattutto alla vita familiare, messa in grave subbuglio soprattutto da mariti perennemente sbronzi, incapaci per questo di lavorare e spesso inclini a malmenare mogli e figli. Proprio le mogli si resero conto che l’unione fa la forza e si organizzarono da sé in club femminili, uno dei più importanti fu la Woman’s Christian Temperance Union (WCTU), fondata in Ohio nel dicembre 1873 e operativa dal gennaio 1874 con 250.000 iscritte. Se nel nome la temperanza aveva uno spazio da protagonista, c’erano però anche altri obiettivi da raggiungere: il diritto al voto, il miglioramento della condizione femminile nel lavoro e nella società in generale. Le affiliate incoraggiavano uno stile di vita sobrio e puro, demonizzando alcol e tabacco. Una delle loro iniziative più frequenti, dall’alto valore simbolico e dall’efficacia talvolta incerta, era quello di recarsi nei saloon affollati, inginocchiarsi cantando inni cristiani e invitare le anime peccaminose (e ubriache) a lasciare quei luoghi di perdizione. Dopo i saloon, le combattive affiliate alla WCTU si rivolsero alle tribù della confederazione irochese, cercando di promuovere la sobrietà al loro interno. Non ebbero successo.

Come non ebbe successo la legge voluta da Andrew Volstead (1860-1947), il politico che diede il nome all’atto dal quale ebbe inizio il periodo del proibizionismo. Il suo tentativo naufragò nell’alcol di contrabbando e la sobrietà non si impose.

The_Drunkard_poster_crop

Il post nasce dalle ricerche fatte per Sbornie sacre, sbornie profane.

Fame e sete di guerra. Memorie di un soldato (1914-1920)

Siamo stati e siamo in lockdown (o come lo volete chiamare, a me gli anglicismi non sono sempre antipatici), non siamo in guerra, a dircelo sono tantissime cose, una delle principali è la mai cessata disponibilità di cibo e bevande. Del nutrirsi in trincea già ho scritto in precedenza, qui, ma oggi qualcosa in più la voglio aggiungere.

Prima di entrare nel mezzo delle cose di questo post, care lettrici e cari lettori, vi pongo una domanda neanche troppo retorica: quanto li ascoltate, voi, i consigli di lettura? Io rispondo: dipende dal consigliere. In coda a una puntata di Passato e Presente dedicata alla figura di Cosma Manera, interrogato da Paolo Mieli, il mio amico Marco Mondini suggerì la lettura di Francesco Marchio, Disertore a Vladivostok. Appena la biblioteca di Rovereto ha riaperto, io quel libro l’ho preso, e l’ho letto.

È una memoria della guerra 1914-1918, scritta da un italiano irredento, Francesco Marchio da Muggia (TS). Irredento perché, come tanti, era nativo di un territorio italiano ancora appartenente all’Austria-Ungheria, dunque arruolato nell’esercito imperiale. Soldati problematici per l’Alto Comando austroungarico, che preoccupato di loro possibili rivolte li spedì sul fronte russo. E da qui partono le memorie di Marchio, un documento ricchissimo per la nostra (chiamiamola così) storia dell’alimentazione, dove la fame e la sete sono testimoniate con una schiettezza disarmante.

24 agosto 1914 partenza per il fronte della Galizia, dove «le cucine ci preparava il the senza zucchero, e senza pane», dove durante la marcia si incontra un campo di patate e ai soldati viene ordinato di scavare per aggiungere le patate al rancio. E fin dalle prime righe di memorie «la fame era già alle porte». Il dramma delle cannonate che arrivano durante la distribuzione del rancio, così da spingere a fuggire i soldati terrorizzati, al prezzo dello spreco di una vacca appena macellata e già cotta. Marchio si stende a terra alla ricerca di un riparo e una protuberanza che gli tormenta la schiena è in verità una mezza pagnotta capitata lì chissà come, neanche il tempo di guardarla che già è divorata. In un villaggio galiziano abbandonato si scopre una fabbrica di birra, tante botti ancora intatte e mano alle gamelle per ubriacarsi in santa pace. 

I racconti alimentari si moltiplicano, a scriverli tutti rischierei di replicare l’intero memoriale, che per quanto breve conta comunque più di sessanta pagine a stampa. Limitiamoci dunque a quanto, secondo il mio parere, è davvero pregnante, o curioso. Di certo ricorre incessante la costante convivenza con la fame sul fronte galiziano, dove «verso le sei dopo mezzogiorno (lì non si poteva dire dopo pranzo)» arrivano ordini di attacco. Dopo il fronte, la ritirata, nel corso della quale si arriva a camminare per quaranta ore filate senza mangiare, scrive Marchio, informando di una dissenteria che lo costringe a ritirarsi fino a trentasei volte in un giorno.

Gli spostamenti proseguono, del tutto incomprensibili per il soldato semplice che si limita a pensare di dover tornare al fronte e si trova dunque spinto ad accaparrare, ubriacarsi, saziarsi fino allo sfinimento dove e quando può. Nella città serba di Smederevo (Semendria in tedesco e nelle pagine di Marchio) i saccheggi dei soldati  ai danni della popolazione sembrano addirittura far vergognare il nostro scrittore, salvo l’appunto che gli italiani d’Austria sono di tutt’altra pasta rispetto a tedeschi e magiari.

Marchio si ammala, comprende che è il disordine alimentare a procurargli gravi danni alla vista, dei quali soffrirà anche negli anni (e nelle tappe) a venire. Va in ospedale a [Bad] Radkersburg, in Stiria, da dove, guarito, riparte per il fronte russo. Qui, racconta il soldato, decide di consegnarsi ai Russi in battaglia, piuttosto di imbarcarsi in una  nuova, atroce ritirata. Vale la pena menzionare che il primo gesto da prigioniero sia quello di bere, fin oltre la sazietà, l’acqua di un torrente. È il 10 giugno 1916.

L’alimentazione del prigioniero è schizofrenica. Durante la marcia (verso l’ignoto) si deve accontentare di un rancio al giorno, che gli costa ore di coda, talvolta arricchito da un tè zuccherato distribuito dalle crocerossine. Nei campi di lavoro, invece, si arriva persino a guadagnare il soldo, e a mangiare pane e lardo familiarizzando con le delizie di un samovar.

E durante la prigionia arriva Cosma Manera, incaricato di recuperare ventimila italiani prigionieri di guerra, dispersi nei campi di concentramento russi. Non mi dilungo qui sui racconti, alimentari e non, di Marchio, che viaggia attraverso la Russia, arriva in Cina, torna indietro, riparte. Continua il disordinato susseguirsi di momenti di inedia e di sazietà: a Valdivostok (così per Marchio) il console inglese distribuisce quale rublo tra i prigionieri, che stanno vivendo un periodo di penuria. Siccome poi si celebra il Natale ortodosso, arrivano pure dei doni: pane, zucchero e tè sono abbondanti, Marchio non si ferma: «M’è venuta una pancia come un tamburo, lo sapevo, ma come tratenersi con quella fame trascurata». La consapevolezza del rischio non placa la fame e la sete, tanto che il prigioniero si ammala e il suo stomaco rassomiglia ormai a una colonna di cemento, scrive. E così avanti e indietro tra alti, medi e bassi; tra pienezza, sazietà e inedia.

Imbarcato finalmente sul piroscafo Nipon (così lo chiama) da un porto cinese, dopo 68 giorni di navigazione Marchio rivede Trieste, il 2 febbraio 1920. Ma pure in mare mangiare e bere sanno essere un problema: la pasta ha i vermi, la farina ha i vermi, le gallette sono infestate da piccoli insetti (bacoli) rossi; ci si arrangia con quello che si può comprare nei porti: banane, ananas (che non piacciono, ma pure sempre commestibili sono), zucchero e limoni. O con quello che viene regalato: latte condensato, e una bottiglia di Fernet.

Questa è la guerra.

81HnBNaQCJL

La copertina del libro da cui nasce tutto questo lo vedete qui sopra, la puntata di “Passato e Presente” dalla quale tutto questo è nato la potete vedere qui: https://www.raiplay.it/video/2020/02/passato-e-presente-cosma-manera-e-la-legione-redenta-316dbb5f-6214-47c4-bbbc-1dfdb78ad56e.html

 

Il naufragio della Medusa. La fame e la sete

Il meraviglioso, celeberrimo, quadro che vedete nella riproduzione è Le Radeau de La Méduse (La zattera della Medusa), dipinto da Théodore Géricault ed esposto nel 1819. Oggi è al Louvre.

Il quadro rappresenta un episodio tra i più tragici della storia della marina francese. La fregata «Medusa» parte dall’isola di Aix (Nuova Aquitania, Atlantico) il 17 giugno 1816. È diretta a quella che diventerà la colonia del Senegal e trasporta uomini e materiali necessari a dare vita alla nuova amministrazione. Il 2 luglio 1816 la Medusa si incaglia su un banco di sabbia a una sessantina di km dalle coste dell’odierna Mauritania. Colpa dell’imperizia del comandante, perché tutti sapevano dei pericoli di quelle acque. Tranne lui. Sulle scialuppe di salvataggio non c’è posto per tutti, 147 persone si rifugiano su una zattera e vanno alla deriva, quando il battello di soccorso Argus raggiunge i naufraghi solo in quindici sono sopravvissuti. Sono passati tredici giorni. Il dramma ha grande eco nell’opinione pubblica internazionale, soprattutto perché la responsabilità sta tutta nell’incompetenza del capitano della marina francese.

1200px-JEAN_LOUIS_THÉODORE_GÉRICAULT_-_La_Balsa_de_la_Medusa_(Museo_del_Louvre,_1818-19)

 

Cosa racconta allo storico dell’alimentazione il naufragio della Medusa?

Che per godersi quella che doveva essere una navigazione tranquilla, nello scalo di Tenerife ci si rifornì di viveri di ogni tipo: vini pregiati, arance, limoni, banane e ogni sorta di verdure e legumi.

Che, al momento del naufragio, l’organizzazione fu solo teoricamente assai efficace. La zattera venne costruita a regola d’arte, i posti sulle scialuppe assegnati e le provviste radunate con ordine. Tutto sembrava poter procedere secondo i piani, ma al momento di abbandonare la nave in secca l’assegnazione dei posti fu ignorata, e peggio, le provviste dimenticate, manipolate a caso, perse nell’acqua.

Che la zattera era inadeguata a trasportare centocinquanta persone. Salitevi le prime cinquanta, ci si rese immediatamente conto che il peso era eccessivo, per consentire dunque alle altre di imbarcarsi furono buttati a mare i barili di farina. Si sperava di poterli tenere a galla vicino alla zattera? Chissà. Le onde però scaraventarono sui bordi della zattera quattro barili di farina e una scatola di biscotti da venticinque libbre, convertitasi all’istante in un immangiabile pastone.

Che quattro scialuppe avrebbero dovuto trainare la zattera, ma i cavi furono tranciati. Gli uomini a bordo della zattera avevano del vino, un po’ di brandy, un po’ d’acqua e una modesta scorta di biscotti fradici. Erano sprovvisti di bussole e di carta nautica. Senza remi e senza timone, non avevano la possibilità di controllarne la navigazione.

Che durante la seconda notte di tempesta alcuni naufraghi, convinti di non aver più speranza, sfondarono un barilotto di vino per addolcire gli ultimi istanti che ritenevano restassero loro da vivere. Bevvero parecchio, fino a quando l’acqua marina filtrò attraverso il foro che avevano praticato nel barile.

Che nella disperazione la conflittualità esplode, durante alcuni scontri furono gettati in mare due barili di vino e le ultime scorte d’acqua. Follia. Allucinazioni. Deliri. Suicidi. Inedia.

Che dopo la morte di tanti naufraghi erano sopravvissuti in sessanta, cercarono di ingegnarsi a pescare, ricavando ami e fiocine da quanto avevano a disposizione. Ma pochi pesci non abboccavano.

Che, nella disperazione, si praticò il cannibalismo. Chi proprio non ci riuscì provo a cibarsi dei foderi di cuoio delle spade, dei contenitori delle cartucce, delle finiture in pelle dei cappelli. Pare che un marinaio tentasse addirittura di cibarsi dei propri escrementi, senza riuscirvi.

Che dal quarto giorno nessuno più rinunciò al cannibalismo, magari mescolando la carne umana con quella dei pochi pesci pescati.

Che il settimo giorno due soldati si nascosero dietro l’ultimo barile di vino. Vi praticarono un foro e cominciarono a bere sorbendo il vino per mezzo di una improvvisata cannuccia. Furono scoperti e subito gettati in mare, in base alla legge di necessità promulgata a bordo.

Che gli ultimi quindici sopravvissuti erano rimasti in quel numero dopo aver sacrificato dodici compagni esausti e ammalati giudicando non ci fosse per loro più speranza. Finita l’acqua, finito il vino cominciarono a bere la propria urina, raffreddata nell’acqua marina dopo essere stata prodotta all’interno di piccoli contenitori di latta.

Che si cercò di approfittare di qualsiasi rimanenza: un limone e trenta spicchi d’aglio ritrovati chissà come, due fiale di un elisir alcolico destinato al lavaggio dei denti, piccole posate di peltro, una boccetta vuota che però profumava di rosa per averne contenuto dell’essenza. Tutto poteva portare un anche minimo sollievo.

Che alla tragedia non c’è mai fine, perché quando la nave Argus arrivò a salvare i quindici superstiti, cinque morirono a bordo, troppo deboli per farcela.

Le fonti sulla atroce vicenda sono molto numerose, una buona sintesi è in Julian Barnes, Una storia del mondo in 10 capitoli e mezzo, Einaudi, 2013.

Il vino in Italia. Dal fiasco impagliato alla bottiglia etichettata

In un articolo pubblicato assai di recente sul “Giornale di Storia” che potete trovare qui ho proposto un ragionamento sul concetto di periodizzazione, difendendo l’idea che distinzioni come “età antica, medievale, moderna e contemporanea” sono utili nella misura in cui siamo consapevoli che si tratta di invenzioni, non sempre adatte a descrivere il fenomeno storico studiato o raccontato. Il tema del post di oggi cade come il cacio sui maccheroni, o come il lambrusco con i popcorn, per citare il poeta.

Parliamo di vino in Italia. Ma quando cominciamo a parlare di vino in Italia? Dal Medioevo, quando sappiamo che se ne mescevano di freschi, giovani e beverini in buona abbondanza? Quando per dare un nome all’usanza di annacquare il vino con l’acqua si parlava di “vino battezzato”? O forse serve indietreggiare, per raccontare del vino misto a miele così comune sulle tavole della Roma imperiale? Ma perché non dal XVI secolo, quando si iniziarono a dare alle stampe i consigli dei medici intenti a spiegare come curarsi con il vino? Forse però, parlando d’Italia, tanto vale cominciare dall’Unità. Ma quella data, il 1861, alle nostre fonti dice poco. Più importante il 1873, data della pubblicazione della prima grande indagine sulle abitudini alimentari degli italiani, anzi no, meglio il 1884, quando furono divulgate le risultanze dell’inchiesta Jacini sulle condizioni dell’agricoltura nel Paese.

Sia come sia, sappiamo che alle soglie del XX secolo la qualità dei vini in commercio era piuttosto scadente, una delle ricerche appena citate sentenziò: gran parte della popolazione italiana beveva robaccia di infima qualità, vino per modo di dire, prodotto dai resti delle vinacce annacquati. Il meglio si vendeva, cercando di farlo arrivare sulle tavole dei ricchi. A casa dunque pochissimo vino, diverso il discorso in osteria, dove comunque non si mesceva certo nettare eccelso.

Ancora un’inchiesta risalente al 1930 dimostrava una certa staticità nelle abitudini, sintetizzabili secondo uno schema di questo tipo: 1) vino di scarsa qualità, per lo più fortemente annacquato, da consumare in casa, dove solo il capofamiglia poteva permettersi un bicchiere a pasto, agli altri gli sgoccioli; 2) vino puro per i momenti di festa, meglio ancora per la vendita; 3) vino un po’ migliore, ma neanche poi troppo, da consumare nei locali pubblici.

Una novità però si era inserita da qualche tempo nel mercato: quella delle bottiglie etichettate per rendere riconoscibile il produttore e dunque la qualità. La novità rispondeva soprattutto alla richiesta dei migrati negli Stati Uniti, loro che potevano permettersi quel buon bere che in patria era stato per decenni negato.

Come per qualsiasi altra cosa, anche per il vino il fascismo non fu un grande affare:  non lo aiutarono infatti né l’insistenza sulla produzione di cereali, con il conseguente spostamento sullo sforzo produttivo, né l’autarchia, con la conseguente limitazione all’importazione dei prodotti chimici necessari a combattere le malattie della vite.

Nel secondo dopoguerra il crollo dei consumi fu evidente: soldi per il buon vino non li avevano in molti, era decisamente più avveduto spenderli per pane, verdure e cereali. Il recupero iniziò negli anni Cinquanta, in quantità più che in qualità. Con il passare prima degli anni e poi dei decenni si impose via via più marcatamente l’idea che il  vino artigianale fosse il migliore, perché dotato di un’anima.

Lo scandalo/tragedia del metanolo (1986) segnò un vero e proprio punto di svolta. Potremmo far iniziare da lì l’epoca attuale della storia del vino in Italia. C’è chi morì avvelenato dal vino, al quale serviva una nuova partenza, una rivoluzione strutturale. La riduzione del consumo di vino nel Paese di fine millennio è un dato di fatto, come lo è una differenziazione di tale consumo: azzeramento (o quasi) dei vini sfusi e di produzione casereccia, insistenza sull’aspetto estetico dell’acquisto e del consumo, internazionalizzazione del mercato di acquisto.

Beviamo meno per bere meglio?

Che poi, a dire la verità, il significato di “bere meglio” lo sto sperimentando sulle mie papille: dicevo sempre che non mi piace più di tanto il vino, quello rosso in particolare, ma ho da pochi mesi imparato a capire che, semplicemente, mi piace solo il vino buono.

Vino in Italia

Il post nasce dalla preparazione di una conferenza per la quale sono stato invitato a parlare, una conferenza dal provocatorio titolo “Si mangiava meglio quando si stava peggio?”. Per approfondire potete leggere Manuel Vaquero Piñeiro, Dall’Osteria al Wine 2.0: la domanda di vino nella società italiana contemporanea, articolo ad accesso gratuito qui, ci sono poi varie sorsate da prendere attingendo ai tanti libri di Massimo Montanari, come Il riposo della polpetta, gustosa scelta di aneddoti. E infine vale sempre la pena un viaggio nelle più di mille pagine della Storia d’Italia, Annali 13, L’alimentazione. 

Vitello tonnato

Siamo dunque giunti agli sgoccioli della Quaresima, in un’alternanza di giorni di grasso e di magro che poco hanno a che fare, almeno nel mio piatto, con quanto mangiamo o beviamo. Piuttosto, l’alternanza di cui sopra mi sembra più nettamente segnata dalle disponibilità della dispensa, la voglia e la possibilità di fare la spesa, soprattutto dall’urgenza più o meno intensa di coccolarsi, tirarsi su il morale o rilassarsi. La Quaresima che diventa quarantena e non ha un calendario definito. Strano a dirsi, in certa misura nuovo a dirsi, ma questo è il momento nel quale stiamo vivendo.

Uno dei cibi di conforto al mio benessere, oltre che alle mie papille è il vitello tonnato. Ma come, quando, dove nasce questo strano sposalizio, non esecrabile come quello che Woody Allen – cito a memoria – definì “turpe frutto di orrido connubio con vostra madre” per insultare i figli, ma certo un’unione inusuale. Però dai frutti non turpi.

Ragioniamo allora sulla Quaresima, o più in generale sulla secolare persistenza del calendario cristiano, con la sua alternanza di giorni di grasso e giorni di magro. Una delle conseguenze fu il successo delle ricette a base di cibi diversi dalla carne quali verdure, legumi, cereali, ma anche formaggio, uova e soprattutto pesce, affrancatosi presto dagli originari divieti. Perché nei primi secoli il pesce era vietato pure lui, nei giorni di magro, ma durò poco. Di questo tema ho già scritto qui, a proposito di salame del venerdì, con ricetta annessa.

La ricetta del vitello tonnato trova origine nel XVIII secolo, quando le prescrizioni alimentari imposte dalla Chiesa cattolica erano cadute in disgrazia. Sono origini contese tra Piemonte (più legittimato delle altre regioni a rivendicarle), Lombardia, Veneto ed Emilia. Ricordiamo questo piatto come simbolo della gastronomia anni Ottanta, insieme ad altri come le penne alla vodka, quando in nome dell’esterofilia del tempo molti preferivano chiamarlo vitel tonné, attribuendogli un’inesistente connotazione francese. Per fare un po’ i fighi,  senza contare che per i cugini d’oltralpe vitello è veau, mica vitel. Se oggi il vitello tonnato sta tornando sulle nostre tavole, grazie anche alle rivisitazioni di giovani chef e per il piacere del gusto di chi scrive, lo dobbiamo (ancora una volta) a Pellegrino Artusi, il primo a darne alle stampe la ricetta. Eccola:

Prendete un kg di vitella di latte (forse non una ricetta per persone sole, scrivo io), nella coscia o nel culaccio, tutto unito e senz’osso, levategli le pelletiche e il grasso,  poi steccatelo con due acciughe. Queste lavatele, apritele in due, levate loro la spina e tagliatele per traverso facendone in tutto otto pezzi. Legate la carne non molto stretta e mettetela a bollire per un’ora e mezzo in tanta acqua che vi stia sommersa e in cui avrete messo un quarto di cipolla steccata con due chiodi di garofani, una foglia d’alloro, sedano, carota e prezzemolo. L’acqua salatela generosamente e aspettate che bolla per gettarvi la carne. Dopo cotta scioglietela, asciugatela e, diaccia che sia, tagliatela a fette sottili e tenetela in infusione un giorno o due in un vaso stretto, nella seguente salsa in quantità sufficiente da ricoprirla.

Non finisce naturalmente qui…

Pesate grammi 100 di tonno sott’olio e due acciughe; disfateli bene colla lama di un coltello o, meglio, passateli dallo staccio aggiungendo olio fine in abbondanza a poco per volta e l’agro di un limone o anche più, in modo che la salsa riesca liquida; per ultimo mescolateci un pugnello di capperi spremuti dall’aceto. Servite il vitello tonnato con la sua salsa e con spicchi di limone. Il brodo colatelo e servitevene per un risotto (perché non si butta via niente, scrivo io).

Vitello Tonnato

Oltre che di Pellegrino Artusi e del suo La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, questo post è debitore del mio libro sul digiuno, che immagino si potrà intitolare Venerdì Pesce. Lui sarebbe pure scritto, ma i tempi editoriali sono ovviamente rivoluzionati, quindi aspettiamo. Questo inserto sul vitello tonnato lo avevo scritto per inserirlo nel libro, poi ho scelto diversamente, ma non potevo proprio perderlo ed eccolo qui.

Acqua. Una, tante storie

Da qualche tempo cerco di rispettare la cadenza bisettimanale dei post, giorni 21 e 6 di ogni mese. In questo strano marzo 2020, segnato per tutti noi dalla reclusione forzata, il secondo appuntamento è slittato di due giorni perché mi sono fidato dalla mia memoria, che ricordava 23 anziché 21. Poco male, cercherò di perdonare me stesso. Il post era in cantiere da giorni, pronto per fare riferimento al 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua. Il post però è cambiato in seguito a una lettura fatta ieri sera.

Un anno fa sul tema acqua avevo scritto in altra sede, precisamente qui, raccontando come la sua penuria non sia una novità nella storia dell’uomo, perché la storia certo non si ripete ma lascia un sacco di tracce per aiutarci a comprendere il presente e persino a immaginare un futuro plausibile. Dopo questo articolo del 2019, di acqua ho iniziato a occuparmi più in profondità, grazie soprattutto al progetto interdisciplinare CheAcqua, diretto alle scuole superiori e lanciato dalla Fondazione per la quale lavoro, in sinergia con altre istituzioni. Il mio ruolo è quello di guidare la classe che lavora sulla storia dell’acqua. Eravamo partiti dall’idea di ragionare su quella del sistema idrico in Trentino, ma dopo un’esperienza di alternanza scuola/lavoro e qualche chiacchierata (in presenza e virtuale) abbiamo preso strade diverse, dirette ben oltre i confini della regione in cui viviamo. L’acqua oggetto di storia. Lo è sotto molti, molti aspetti: l’arte, la gastronomia, la tecnologia, la religione (e la mitologia), la salute, l’ambiente, l’economia… con un facile sforzo di concretizzazione dell’idea astratta non sarà difficile per nessuno, credo, trovare esempi e aggiungere categorie. E poi ci sono naturalmente gli intrecci, per i quali l’esempio lo faccio io.

Partiamo dalla religione: per il cristiano l’acqua è fondamentale, nell’acqua e con l’acqua ci si battezza, si battezza e si benedice. Si ritiene poi che il pesce sia stato da ben più di un millennio privilegiato nella dieta di magro (gastronomia) rispetto alla carne degli animali di terra proprio perché, come gli altri frutti di mare, vive in acqua: la terra ha un che di maledetto, è l’ambiente dove il serpente è condannato a strisciare dopo avere indotto Eva a mangiare il frutto proibito. L’acqua purifica, come sa bene Noè quando deve affrontare il diluvio. E così via. I regolamenti di certi monasteri dell’alto Medioevo prevedevano l’obbligo per i monaci di assicurarsi che i luoghi scelti per le loro fondazioni fossero vicini ad acque pescose o comunque adatte ad avviare degli allevamenti ittici (ambiente, ma anche economia). La santità del vino era data anche dalla sua capacità di disinfettare un’acqua che spesso era troppo sporca per essere bevuta pura (salute). Ma fermiamoci qui, perché la mia intenzione per questo post (modificatasi come scritto ieri sera) è soprattutto quella di proporvi una sintesi di un articolo apparso su Le Monde per la giornata mondiale dell’acqua 2020, a firma di Martine Valo. Le Monde, un abbonamento che non finirò mai di elogiare, specie in questi giorni in cui l’informazione italiana sta dimostrando, quasi con crudeltà oserei dire, tutti i suoi preoccupanti limiti, costringendoci a leggere spesso malamente di un solo argomento.

L’acqua alla prova dei cambiamenti climatici

Un recentissimo rapporto rivela: le Nazioni Unite ritengono che nel 2050 circa il 52% della popolazione mondiale potrebbe soffrire gli effetti di una penuria d’acqua, anche nei luoghi in cui le precipitazioni sono abbondanti. Sta diminuendo l’accessibilità delle risorse idriche, la loro quantità e qualità e tutto questo è collegato con il cambiamento climatico.

Il tempo stringe: sono già quasi quattro miliardi gli individui che soffrono problemi legati alla penuria d’acqua per almeno un mese all’anno. La causa non è da ricercare solo nel riscaldamento globale ma anche, per esempio, nell’esplosione dei consumi a livello mondiale, accelerati a un ritmo vertiginoso negli ultimi anni. L’inquinamento delle falde sotterranee e dei corsi d’acqua aggrava la situazione.

Accelerata emergenza dei patogeni

I responsabili del programma ONU per l’acqua la considerano elemento chiave della maggior parte dei diciassette obiettivi dello sviluppo sostenibile. Eccone alcuni: lotte contro la fame, la povertà, la diseguaglianza di genere, il degrado del suolo e degli oceani. Più si alzano le temperature, più sale la domanda d’acqua, l’evaporazione si accentua e il suolo perde la propria umidità. Le interazioni tra il cambiamento climatico e questi aspetti della crisi dell’acqua sono indiscutibili: produzione di energia, agricoltura, ecosistemi contribuiscono al riscaldamento globale. Ma ci sono altre ripercussioni profonde della crisi, legate alla salute dell’uomo e analizzabili anche sotto la lente dell’attuale emergenza sanitaria e della diffusione degli elementi patogeni.

Le inondazioni e le precipitazioni estreme sono aumentate di più del 50% negli ultimi anni, se partiamo dai recentissimi anni 1980 la crescita è addirittura del 200%. Numeri solo di poco inferiori riguardano siccità e ondate di calore. La salute delle future generazioni, se questi numeri si confermeranno, dipenderanno grandemente dall’imprevedibilità di fenomeni meteorologici estremi. Secondo uno studio del 2019 negli ultimi vent’anni inondazioni e siccità hanno causato più di 166.000 morti, coinvolto più di 3 miliardi di persone e provocato perdite economiche quantificabili in 700 miliardi di dollari. Tra 1995 e 2015 le ondate di siccità hanno messo in difficoltà 1,1 miliardi di persone e causato 22.000 decessi, provocando incendi, spostamenti incontrollati delle persone e mancanze di ogni genere.

Stress idrico

Torniamo alla cifra scritta sopra: il 52% della popolazione mondiale potrebbe già nel 2050 soffrire gravissime conseguenze per la penuria d’acqua. Vediamo alcuni esempi: agglomerati urbani come Amman (Giordania) o Melbourne (Australia) rischiano di dover affrontare una diminuzione tra il 30% e il 49% della disponibilità d’acqua dolce, mentre per Santiago del Cile la previsione supera il 50%. Città del Capo (Sudafrica) queste sofferenze le ha già patite, si pensi che nel 2018 i rubinetti della città sono stati chiusi. Sono soprattutto i piccoli stati insulari a rischiare, alla luce delle loro scarse risorse, della prevedibile crescita del livello del mare e della conseguente invasione costiera dell’acqua salata.

L’agricoltura è di gran lunga la più grande consumatrice delle acque dolci disponibili sul pianeta, ne utilizza infatti il 69%; dovrà affrontare però una nuova sfida perché sarà la denutrizione una delle più grandi minacce della prevista nuova situazione. Il punto di osservazione non è sempre immediato: l’utilizzo appena menzionato, infatti, riguarda non solo quello che si mangia, ma anche gli agro-carburanti, carburanti ricavati da prodotti vegetali derivanti dalla produzione agricola, necessari nel settore dei trasporti.

Le riserve idriche vanno considerate assieme alle infrastrutture necessarie all’alimentazione, a dissetare l’umanità. Se queste strutture entrano in crisi, il genere umano entra in crisi. Alcuni esempi: le piene che fanno debordare le acque conservate nei depositi di depurazione, le siccità che inquinano le riserve d’acqua dolce. E teniamo conto che depositi e riserve già oggi non sono a disposizione di tutti.

Due milioni di morti si possono evitare

Questa la cifra dei decessi annui riconducibili alla penuria d’acqua, in grande percentuale relativa a bambini di meno di cinque anni, secondo una stima prudente della Organizzazione Mondiale della Sanità (2019). Le ragioni di questo inquietante tasso di mortalità riconducono a malattie diarroiche (830.000 vittime) e a infezioni delle vie respiratorie (370.000): acqua sporca e malsana che può persino essere assassina.

Difficile misurare l’impatto del cambiamento climatico sull’acqua, meno arduo invece calcolarne gli effetti sugli esseri umani e sugli ecosistemi. Sul primo aspetto si tendono a contare solo le malattie direttamente riconducibili alla scarsità (paludismo, malaria, colera), ma hanno molta rilevanza anche i danni sulla saluta mentale, per esempio l’angoscia da penuria, il trauma da catastrofe. Inoltre, il riscaldamento crea una ambiente favorevole alla riproduzione e moltiplicazione di vari agenti patogeni, in primo luogo quelli che identifichiamo come causa delle malattie cosiddette tropicali. C’è poi la capacità dell’acqua di trasportare i menzionati agenti patogeni, per non dire dell’inquinamento chimico che riguarda nitrati, fluoro, arsenico e molti altri elementi inquinanti, il cui impatto sulla nostra salute è ancora tutto da scoprire. Possibile anche che un fattore di altro rischio sia presente nel fare il bagno in laghi o fiumi infestati da alghe nocive, in mari nei quali nuotano pesci che a loro volta hanno sviluppato patologie legate all’inquinamento o al proliferare di microorganismi dannosi, agevolati nella propria sopravvivenza dal riscaldamento dell’acqua.

Le acque inquinate, magari inconsapevolmente, sono utilizzate per l’irrigazione delle terre coltivabili. Quelle ubicate nei pressi dei grandi agglomerati urbani sono le più a rischio. Ma è possibile riciclare, pulire l’acqua?

Desalinizzazione, cattura atmosferica, cattura degli iceberg

A fronte di tali dati, dei quali del resto si discute non da oggi, nel mondo si cercano vie alternative per procurarsi buona acqua. Le abbiamo brevemente elencate nel titolo del paragrafo, anche se un chiarimento serve per l’espressione “cattura atmosferica”: si tratta del tentativo di estrarre l’acqua dalle nebbie e dalle nubi. Queste però sono solo idee, forse affascinanti ma al momento impraticabili per il costo esorbitante delle tecnologie richieste a concretizzarle. Esistono però soluzioni praticabili, da imparare osservando la natura, pensiamo alle zone umide. Qui lo stoccaggio è organizzato dalla natura stessa, così come il filtraggio delle impurità, la ricarica delle falde; qui sarebbe possibile accogliere uccelli marini e pesci che in altre zone rischiano l’estinzione. Sono zone da studiare, il problema è che si stanno ritraendo, stanno addirittura scomparendo a ritmi preoccupanti.

L’acqua potrebbe dunque avere un ruolo nella resistenza al cambiamento climatico, anche se paradossalmente è una delle sue vittime. Si dovrebbe iniziare dall’economizzare le risorse, dunque risparmiando l’energia necessaria a pomparla, a trasportarla, ma anche limitando il suo utilizzo in agricoltura, con un vero e proprio cambio di modello di produzione. Importanti investimenti dovrebbero essere poi destinati alla pulizia delle acqua disponibili, cosa che sarebbe di enorme e immediato beneficio soprattutto ai paesi in via di sviluppo.

Fin qui Le Monde. Concludo riprendendo la parola e appuntando ancora una volta, perché non sono mai troppe, come la storia ci possa aiutare alla consapevolezza, a capire che esistono emergenze già vissute e affrontate, in maniera certo diversa ma importante da conoscere. A comprendere che il futuro si costruisce sui comportamenti del presente e del passato. A non dare niente per scontato e a non pensare che tutto sia ciclico o immutabile. Henri Pirenne, uno dei maestri della storia del XIX secolo, ha insegnato che lo storico è tale se ha una passione civile, un impegno civile. Lo scrivo traducendo nel linguaggio di oggi le sue parole, ma con la ragionevole convinzione di non tradirle.

Inquinamento marino

La fonte per questo post è, come scritto, l’articolo di Le Monde, ma sono anche le molte letture che sto facendo sulla storia dell’acqua, a partire dal capitolo dedicato da Massimo Montanari al tema nel libro Gusti del Medioevo per proseguire con le ricerche mirate fatte sull’indice tematico della Storia dell’Alimentazione curata dallo stesso Montanari e da Flandrin e dalla lettura di vari studi di Jacques Le Goff, nei quali magari l’acqua non è protagonista principale, ma c’è.

Quaresima. Una storia in briciole

Venerdì 6 marzo, secondo di Quaresima. Saremo tutti ben attenti a digiunare nell’astinenza, come un ex-Ministro degli Interni, sedicente e autoproclamato difensore dei valori di un cattolicesimo cucito su propria misura? Quello che allo scoccare del Mercoledì delle Ceneri si è fatto fotografare mentre brinda a pane, salame e vinello.

Perché il digiuno significa evitare qualsiasi cibo per un periodo determinato (un mese, una parte della giornata); per norma e tradizione quel periodo è proprio la Quaresima. Mangiare una volta al giorno. Si chiama digiuno ecclesiastico.

Perché l’astensione significa eliminare dalla dieta alimenti specifici; per norma e tradizione quelli considerati più appaganti e nutritivi da chi studia e presumibilmente conosce morale e medicina, mente e corpo: carne di ogni genere, tranne quella di pesce, alcolici di vario genere, dolci golosità.

I cristiani (in particolare i cattolici) digiunano e si astengono perché Gesù lo fece per quaranta giorni prima di iniziare ad agire nel proprio ministero di salvezza. Ma lo fanno (lo facevano) in quanto la penitenza passa attraverso la gola e la limitazioni alimentari disperdono le nebbie della lussuria, spengono gli ardori della libido, accendono la luce della vera castità, mortificano la carne, tormentano la gola, debilitano la concupiscenza nella moderazione. Mica poco. E lo dice san Tommaso d’Aquino sommo teologo autore della Summa Teologica, vissuto tra 1225-1274.

Oggi però digiuno e astinenza quaresimali sono passati di moda, almeno nelle forme della norma e della tradizione, come ho scritto sopra. Per almeno diciassette secoli, dal primo al diciassettesimo, i cattolici hanno più o meno seguito quello che comandavano le autorità ecclesiastiche. Più o meno perché le eccezioni erano tante: malattie, età, lavori di fatica fisica e intellettuale, condizione e stato (gravidanza e allattamento, per esempio), reperibilità di alimenti cosiddetti di magro, compravendita. Compravendita? Già, qualche permesso lo si poteva pure acquistare da chi aveva l’autorità per cederlo, di norma papi, cardinali e persino vescovi.

Briciole di antichità. Si digiunava il mercoledì e il venerdì, i giorni del tradimento di Giuda e della morte di Gesù, poi in Quaresima e durante altre feste cristiane. All’inizio a pane e acqua, poi nei secoli all’unico pasto quotidiano si aggiunsero verdure, frutta, legumi e soprattutto pesci e frutti di mare e di fiume.

Briciole di medioevo. Si perse l’abitudine del mercoledì, ma nel calendario si aggiunsero altri momenti, in onore di santi, martiri, apostoli. Ci si cominciò a preoccupare dei condimenti e a concedersi qualche latticino. Si credette opportuno aggiungere a quell’unico pasto uno spuntino almeno.

Briciole di prima età moderna. Lutero sentenziò che il digiuno non ha senso, la salvezza non passa per la tavola e il cristiano è assai bene in grado di decidere da solo quale forma possa assumere la sua penitenza. Tanto più se per mangiare liberamente del burro basta che paghi una costosa tassa al papa. Molti cattolici per prendere le distanze da lui riscoprirono una sobrietà via via perduta, alla luce delle infinite possibilità del pesce.

Briciole di XVIII secolo. La grande razionalità di philosophes e pensatori prima di tutto francesi fece presente l’insensatezza di norme che tendenzialmente pesavano solo sui poveri, ché tanto i ricchi erano benissimo in grado di riempire la tavola di pesci prelibati mangiando sì una sola volta al giorno, ma quella volta quanto durava? Li seguirono in molti, sulla strada del pasto libero.

Briciole di (Mille)Novecento-Duemila. Il Concilio Vaticano II e il diritto canonico pensano che la penitenza possa trovare altre strade, accanto a quella blandita della tavola. Che ne dite di un’astinenza da radio, TV, internet, social network (in ordine cronologico)?

Briciole di Terzo Millennio, Terzo Ventennio. Negli Stati Uniti i cattolici si chiedono se l’hamburger vegano sia lecito, se prescrivere digiuno e astinenza non sia discriminazione di chi soffre per patologie legate a disturbi alimentari (body shaming). E gli ex-ministri talvolta zoppicano in coerenza.

La storia diviene, il digiuno con lei.

fasting-3962495_960_720

Difficile indicare un riferimento per questo post, o meglio, prevedo il futuro e vi invito a leggere, tra qualche tempo, un libro sul digiuno che sarà certamente bellissimo.

Secondo me – il mestiere dello storico del cristianesimo

Oggi, venerdì 21 febbraio, sono stato ospite della trasmissione di Radio 1 Trentino “Terre di confine”, nel corso della quale assieme a tre colleghi che lavorano in Trentino e in Sicilia abbiamo parlato del nostro lavoro, rispondendo alle sollecitazioni del nostro intervistatore, Giuseppe D’Agostino.

Per chi non si è potuto sintonizzare sulle frequenze delle trasmissioni Radio Rai provinciali, provo a sintetizzare qui quello che ho detto, aggiungendo pure qualcosa che è scappato nell’angusto percorso dei tempi radiofonici.

  • Perché serve fare storia del cristianesimo?

Io la faccio per rispondere alla mia esigenza di capire come le persone si incontrino e come nel passato abbiano gestito l’incontro tra le diversità. Le religioni a questo proposito sono uno specchio assai significativo. Che poi io abbia scelto la storia del cristianesimo e non quella di tutte le religioni (che come disciplina preferisco) dipende da due fattori: la sintonia con la professoressa di storia del cristianesimo, l’impossibilità di studiare la storia delle religioni nel mio corso di laurea. La tappa corrente di questo mio percorso mi ha portato a ragionare sull’incontro a tavola, a mensa.

  • Quali ricadute può avere la tua ricerca sul territorio in cui vivi?

Rispondo usando due piani diversi.

Primo. Le scienze umane hanno una loro enorme dignità: così come è necessario studiare come si possano curare l’uomo e la donna, come loro si spostino o vivano in rapporto all’ambiente, così lo è studiare come pensino, cosa credano oggi come ieri.

Secondo. Dobbiamo comunicare le nostre ricerche, soprattutto le nostre domande. Non solo scrivendo libri complessi, ma anche scegliendo canali diversi, a partire dal libro meno complesso per arrivare alla radio, alla TV, al blog, all’articolo sul quotidiano. Oppure, per richiamare una delle mie attuali esperienze preferite, lavorando con i ragazzi delle scuole e confrontandoci con loro sulle domande della storia.

  • Come lavora un ricercatore?

In squadra. Non da solo, non rinchiuso. Le risposte alle grandi domande hanno bisogno di confronto continuo e avveduto. Non pensiamo di bastare a noi stessi solo perché siamo in grado di riempire le pagine di un libro bianco grazie al nostro studio e alle nostre conoscenze. Lavoriamo assieme, dialoghiamo e cerchiamo di farlo magari anche in lingue che non sono la nostra, studiando.

  • Qual è il tuo sogno come ricercatore?

Riuscire a trasmettere anche un piccolissimo contributo alla formazione di un sentimento comune di comprensione perché si capisca finalmente che la pace, tra le religioni (rispetto al mio tema di studio, ma la pace in generale bisognerebbe dire) è l’unica strada percorribile e passa anche attraverso la conoscenza avveduta del passato.

 

 

Rai Radio 1