cheSpreco! Togliamo il cibo dalla spazzatura

Cose che fanno gli storici, o almeno… cose che faccio io, non certo da solo.

Pensare e agire insieme con esperti di altre discipline. Nella Fondazione per cui lavoro ho avuto e continuo ad avere l’occasione di incontrare molti colleghi e colleghe dai quali imparo, anche a progettare. Ecco, una delle cose che voglio fare è costruire progetti interdisciplinari partendo dalle diverse competenze, idee che una volta messe in azione possano dare qualcosa a chi lavorerà con noi. Bello è farlo con i ragazzi delle scuole superiori. Il titolo del post richiama proprio il penultimo progetto che abbiamo scritto, ed è notizia fresca che abbiamo ricevuto un finanziamento per poterlo rendere concreto.

Ringraziamo la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto per la fiducia accordata al nostro progetto: qui.

Chi siamo

Siamo, tra gli altri, Adolfo Villafiorita e la sua start-up a vocazione sociale, Shair.Tech; Claudia Dolci dell’Unità Ricerca e Innovazione per la Scuola (FBK Junior); Pierluigi Bellutti ideatore del modello DomoSens; siamo varie scuole del territorio trentino (Istituti Alberghieri di Levico e Ossana, Licei Prati di Trento e Rosmini di Rovereto, Istituto Tecnico Agrario di San Michele all’Adige); siamo io e l’Istituto Storico Italo-Germanico.

Di cosa si tratta

Mettere in dialogo curiosità per il passato e urgenze del presente consente di trovare risposte alle domande più attuali, per esempio: come promuovere la riduzione dello spreco di cibo, uno dei grandi obiettivi dei nostri giorni?
Siamo abituati a pensare ai banchetti di età romana, a quelli rinascimentali o delle corti settecentesche come a momenti dove sovrani, nobili e ricchi sciupavano il cibo buttandolo dalla finestra, abbandonandolo sulla tavola, ostentando la propria ricchezza in un numero folle di portate. Non è così semplice. Tutto quell’eccesso veniva riciclato: l’idea che il superfluo vada nella spazzatura è arrivata molto dopo, è nata con la società industriale, quella in cui molte persone hanno più di quanto possano consumare.
Attraverso una riflessione guidata sulle tecniche di recupero del passato, messe a confronto con quelle proprie del tempo presente, intendiamo accompagnare gli studenti in un percorso di sensibilizzazione sul tema dello spreco alimentare.

Nella missione della Fondazione Bruno Kessler risalta la volontà di contribuire al progresso economico e sociale della realtà trentina e non solo, attraverso la connessione tra ricerche e comportamenti virtuosi. In tale contesto, la collaborazione con le scuole del territorio va vista come un ambito privilegiato di intervento.
Il mondo produce più di quanto necessario per nutrire tutti i suoi abitanti, ma la fame rimane un’emergenza sia globale, sia locale.
Il cibo nella spazzatura costituisce indicativamente l’8% delle emissioni di gas serra e la più grande percentuale di tale eccesso (circa il 37%) proviene dalle abitazioni private.
La spesa per alimenti non utilizzati incide in misura significativa sul budget familiare annuo.
Tali considerazioni rivelano chiaramente come un attento lavoro di sensibilizzazione rivolto ai segmenti più giovani della popolazione sia fondamentale per un miglioramento complessivo dello stile di vita nel futuro immediato e prossimo.

Cosa faremo

Studenti e studentesse saranno coinvolti sia ascoltando, sia, soprattutto, facendo. Ci saranno certo delle lezioni, partecipate e collaborative, ma ci saranno anche: scrittura (un libretto, un ricettario dedicato alle ricette del passato, un blog inter-classe), parola (podcast), cucina (un banchetto basato sulle ricette anti-spreco). Andremo avanti per tutto l’anno scolastico 2021/2022.

E poi?

E poi, amate lettrici e amati lettori, se questo post solletica la vostra curiosità, scrivetemi così da scambiarci idee e costruire cose nuove, assieme.

Scrivere e leggere. Cenni sul mestiere di storico, secondo me

Parto dalla mia più recente esperienza personale per ragionare sul tema di oggi: vogliamo leggere articoli lunghi o articoli corti, quando leggiamo per informarci? Non scriverò dunque di testi che definiamo scientifici, in questo post, nonostante nel titolo abbia inserito “il mestiere di storico”. L’ho fatto perché il mio modo di fare il mestiere comporta anche un tipo di scrittura e di lettura molto diverso da quello, appunto, scientifico.

Recente esperienza personale

In occasione dell’uscita di “Venerdì pesce” ho avuto occasione di pubblicare alcuni articoli su differenti testate. Si sono incontrate, tra le altre, due richieste poste agli opposti.

Nel primo caso mi è stato raccomandato di essere molto breve, addirittura in allegato alle indicazioni su come costruire l’articolo mi è stato segnalato un calcolo proporzionale tra numero delle battute da scrivere e minuti richiesti al lettore per fare quello che vuole fare, leggere.

Nel secondo caso mi è stato offerto uno spazio abbondante, addirittura con una piena libertà sul modo di affrontare l’argomento sul quale mi dovevo soffermare.

Preferisco il secondo caso, non per dare sfogo alla mia voglia di scrivere – credo di poterlo affermare con sincerità – ma in nome della fiducia che ho nel lettore. Ritengo che la lunghezza di uno scritto non dovrebbe andare calcolata sul potenziale interesse del lettore, ma sul modo in cui vogliamo raccontare quello che sentiamo di dovere o potere raccontare perché possa interessare chi quelle cose non le sa, o ne sa meno di noi. Anche perché, togliamo ogni dubbio, un articolo breve può essere migliore di un articolo lungo. Per questo l’impegno che ci ho messo è uguale. Non sono il numero di parole a contare, ma cosa quelle parole ci dicono. Sono un fermo oppositore del superfluo, nel parlato prima ancora che nello scritto. Se posso dire qualcosa di utile e fondato in dieci parole, sarà meglio che in venti. Nove, però, possono essere troppo poche. Progetti futuri li facciamo andare in questa direzione.

Come sta andando

La fiducia nel lettore non nasce dal nulla, ma dall’informazione.

Le ricerche ci dicono che la soglia dell’attenzione si abbassa sempre più. Mi chiedo: si abbassa perché c’è poca voglia di attenzione o perché non chiediamo più attenzione? Valgono entrambe, probabilmente.

Le ricerche ci dicono anche che sempre più lettori chiedono articoli più approfonditi e completi, cosa che spesso significa pure più lunghi. L’espressione inglese usata per definire questi articoli è “longform”. Alcune testate hanno scelto di farne un elemento centrale della propria offerta. Sembra che la cosa interessi una nicchia di lettori, ma perché quella nicchia non dovrebbe essere destinata a espandersi? E si tratta evidentemente di una nicchia importante, dal momento che quelle offerte sono diventate in alcuni casi un format promozionale.

Le ricerche ci dicono infine che esistono nuovi formati capaci di rispondere alla voglia di longform meglio anche degli articoli. Avete notato quanti podcast sono comparsi nelle pagine web delle testate giornalistiche? Le newsletter ormai da qualche tempo hanno recuperato un interesse che avevano conquistato al momento della prima diffusione domestica del web, a fine anni Novanta. Me lo ricordo bene. E ci sono le inchieste finanziate dai lettori, in alcuni casi anche i video-documentari.

Come l’ho capito

C’è un momento rivelatore nel mio essere diventato fan del longform, o forse sarebbe più corretto scrivere fan del formato adeguato. Correva l’autunno 2017 e io vivevo a Berkeley, California. Sui siti specialistici, vista la mancata disponibilità di immagini, cercavo di capire l’andamento del campionato di basket italiano. Non ci sono riuscito. Pillole di cronaca ritagliate sulla cultura delle immagini di highlights mi impedirono di capire l’andamento del campionato di basket italiano. Una schiacciata non decide una partita. Lì mi sono reso conto che avrei avuto bisogno di una narrazione diversa, forse non sarebbe servito il longform, ma almeno un’idea. Ora il mio leggere di sport è molto cambiato.

Quello che non so

Sono uno storico appassionato di giornalismo, non un giornalista appassionato di storia. Il mio modo di ragionare è quello di uno storico, fondato dunque su un approccio che definirei analitico, volto alla ricerca/individuazione delle fonti e allo sforzo di riduzione della complessità attraverso la parola o la scrittura, con il terrore della banalizzazione. Per capire il giornalismo lo devo studiare, e il grande fascino dello studio mi porta quotidianamente a rendermi conto che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.

Come fare?

Ecco gli strumenti che uso, aggiornati a fine aprile 2021.

Ho tre abbonamenti: Washington Post, Corriere-La Lettura e Il Post. Il Washington Post propone bellissimi articoli longform sullo sport, pure quello universitario, che è la passione principale della mia vita da lettore/spettatore.

Uso Twitter per informazione e ho da poco iniziato a usare Linkedin.

Cerco di ascoltare, magari in podcast, Prima pagina di Radio 3. Ascolto vari podcast, regolarmente “Giornalisti al microfono”. Siccome cammino o corro almeno un’ora al giorno, ecco che si capisce quando ascolto.

Compro non regolarmente dei quotidiani in edicola. Domani e Avvenire, che acquisto soprattutto per “Popotus”, inserto per bambini che mia figlia chiede talvolta di leggere e il neonato inserto “Economia Civile”.

Sono abbonato a qualche newsletter: due sugli Stati Uniti, una del Religion News Service, quella del Magazine della mia Fondazione Bruno Kessler e soprattutto Charlie del Post, la mia preferita.

Prima di tutto, c’è tanta storia, non solo quella sulla quale scrivo, ma lastoriatutta, come recita il nome del sito del gruppo di public historian con il quale così bene collaboro.

Probabile che presto ci saranno cose nuove, magari in sostituzione di altre, magari nuove del tutto. Ma oggi va così.

Questo post è parecchio più lungo dell’articolo che mi chiesero di scrivere breve, più breve dell’articolo che mi chiesero di scrivere lungo. Grazie di essere arrivati fin qui.

Venerdì pesce – presentazioni

Raccolgo su questa pagina i video delle presentazioni del libro “Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo”, scritto da me medesimo, mano a mano che arrivano e si rendono disponibili.

Certo, sarebbe stato più bello farle in presenza. Mi è capitato recentemente di parlare del valore che a mio parere ha il confronto con le lettrici e i lettori, un confronto che il video annacqua. Allo stesso tempo, proprio il video ha l’indubbio vantaggio del lasciarsi riguardare o guardare in differita.

  • Con Ugo Berti e Marino Niola, organizzata da il Mulino, grazie ad Alessia Soverini (video):
  • Con Giorgio Gizzi, organizzata dalla Libreria Arcadia di Rovereto (video):

Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo

Oggi, 25 marzo 2021, esce Venerdì Pesce: è l’ultimo giorno che posso usare questa rima, perché “pesce” bacia “esce” ma non “è uscito”.

Mi sono preso una pausa dal blog, per vari motivi. Li riassumo: abbiamo vissuto un periodo difficile per Covid in famiglia, risolto bene; ho incrementato l’impegno di scrittura su altri luoghi virtuali, primo fra tutti lastoriatutta (quasi rima), che vi invito a seguire; ho lavorato molto al podcast “Storici al microfono” (che vi invito a seguire); ho pensato che una pausa ci stesse bene.

Questo post lo terrò aperto per aggiornarlo con le novità e le informazioni legate al libro. È un libro che ha una sua storia, come ogni cosa, ma questa almeno un po’ ve la racconto. Era pronto quasi un anno fa, poi il Covid19 ne ha fatto ritardare l’uscita. Ho approfittato del tempo in avanzo per limarlo e farlo leggere ad amici e amiche di fiducia, e farlo leggere aiuta eccome. È un libro che ha delle ambizioni: quella di far ragionare sul presente attraverso il passato, quella di dimostrare quanto le convinzioni e le regole religiose siano soggette al cambiamento, quanto la scala di valori sia soggetta allo stesso cambiamento, quanto le norme non siano state e non siano uguali per tutte e per tutti.

Dove trovo il libro? In libreria! Se siete a Rovereto e dintorni, dove io vivo, vi invito di cuore a fare un giro alla Libreria Arcadia. Magari comprerete altro, ma regalatevi una e più visite a una delle migliori librerie che si possano visitare. Lo trovate anche online, se in libreria non potete andare.

La scheda di Venerdì pesce è sul sito del Mulino, eccola qui.

Di cosa parla?

Potere leggere questa intervista che mi è stata fatta dagli amici del sito letture.org: Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo, di Claudio Ferlan.

Potete leggere questo articolo che ho scritto per lastoriatutta.org: Il panino impossibile. Digiuno e astinenza in quaresima.

Potete leggere questa breve nota che ho scritto per FBKMagazine: Non esiste più il digiuno di una volta.

Quando lo presento?

Qualcosa bolle in pentola, seguiranno aggiornamenti. Li troverete anche sul mio account Twitter @claudioferlan e sulla pagina Facebook @Claudioferlanstorico.

Storia per il pubblico. Oltre il blog

Rileggo i miei post, lo faccio per trovare imprecisioni e per continuare a lavorare sul mio stile. Rileggendo, mi sono reso conto che non troppo raramente faccio dei rimandi. Oggi riprendo e sviluppo i rimandi che richiamano il mio impegno per divulgare la storia, al di là di questo blog. Che poi è un punto fermo per il mio orientamento.

Premessa. Non è affatto sbagliato, per questo post, partire dalla sempre utile Wikipedia, che alla voce public history propone l’efficace traduzione italiana “storia per il pubblico”. Cosa faccio io per il pubblico non accademico?

Cominciamo da un sito: https://www.lastoriatutta.org/. Lasciatevi incuriosire e andatevi a leggere il “Chi siamo”, e se non vi basta il mio consiglio provate a ragionare su questo motto di presentazione: “Raccontiamo il passato, scardiniamo il presente e muoviamoci all’arrembaggio del futuro”. Ho iniziato a collaborare con lastoriatutta inviando un paio di articoli, poi sono entrato in redazione, dove partecipo a un gruppo waazup tra i più divertenti della mia esperienza telefonica, e ho discusso, letto, valutato, ancora scritto.

Il mio impegno di scrittura si è al momento concentrato sulla storia degli Stati Uniti: l’occupazione di Alcatraz (1969-1971), Muhammad Ali che fu Cassius Clay, i Padri pellegrini e la Festa del Ringraziamento. Naturalmente, continua… .

Un’esperienza molto appagante di scrittura per il web è stata quella con il Giornale di Storia, dove nei tempi del lockdown fu pubblicata una mia riflessione sul tempo degli storici. Un tema questo che mi appassiona molto, sul quale rifletto da ben prima di fare il mio mestiere.

Proprio in tempo di lockdown avevo iniziato anche a lavorare sui podcast, uno sulla storia dell’acqua l’ho registrato per una classe di quarta superiore, con la quale lavoravo prima che le circostanze sanitarie ci impedissero di incontrarci di persona. Un secondo, dedicato alla storia dello sport, l’ho abbozzato in quattro puntate, che non escludo avranno un seguito. Li trovate qui.

L’interesse per il podcast ha avuto un’evoluzione notevole, perché con il mio amico e collega Enrico Valseriati mi sono lanciato in una nuova avventura, nella quale ci siamo impegnati con entusiasmo e determinazione. L’abbiamo chiamata Storici al microfono, e se non la conoscete, dateci un ascolto!

Mi piace molto scrivere su quotidiani e periodici, quando possibile. Non elenco qui l’elenco dei miei articoli, mi limito a scrivere che molto devo a Mentepolitica, e che ci sono state e conto ci saranno parecchie altre occasioni. Cerco sempre di dire di sì quando mi viene proposto di parlare di storia in pubblico, prima in presenza e ora online. Ho partecipato a vari festival, presentazioni, trasmissioni. Mi ripeto e, anche qui, scrivo che conti ci saranno parecchie altre occasioni.

Naturalmente, questo interesse per la divulgazione del mio ragionare da storico non nasce dal nulla, ma caratterizza da sempre il mio modo di fare il mestiere.

Mi limito, andando a ritroso, a ricordare che ho scritto tre libri per rivolgermi a lettori non accademici. Il primo, immagino introvabile, uscì in allegato con Il Sole 24 Ore. Si collocava all’interno di una collana pensata per far conoscere la Compagnia di Gesù, l’ordine religioso di papa Francesco. Era la biografia di un missionario gesuita, José de Acosta.

Il secondo seguiva la stessa logica: far conoscere la Compagnia di Gesù, pubblicato da il Mulino, è una sintesi della storia dei gesuiti dalle origini a papa Francesco.

Il terzo è Sbornie sacre, sbornie profane, una storia della conquista delle Americhe scritta seguendo il profumo e il sapore dell’alcol. Ma di questo ho scritto spesso.

Chiudo con una comunicazione. Questo è il primo dei miei post che non sarà lanciato su Facebook. L’ennesima vuota polemica letta su quel social mi ha provocato fastidio e stanchezza e me ne sono andato. Se dunque volete essere aggiornati sul blog, potete iscrivervi su WordPress o seguirmi su Twitter (dove sto molto più comodo che in Facebook).

Un mese da lettore. Novembre

Prima di iniziare, avviso ancora una volta che non scrivo il titolo dei libri che ho interrotto, finito per dovere o che in generale non mi sono affatto piaciuti. E infine, i libri li catalogo quando li ho finiti e ci sono delle letture che prendono anche tre, quattro mesi; come per esempio saggi storici di più di mille pagine.

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima. Queste letture sono figlie di una conferenza alla quale ho partecipato, nella quale il mio amico Paolo Costa ha intervistato Cognetti. Allora mi sono andato a cercare qualcosa di suo, perché dopo aver letto Le otto montagne mi ero fermato. Questo “Senza mai arrivare in cima” è un bel reportage di cammino.

Paolo Cognetti, Il ragazzo selvatico. Un quaderno di montagna, avvisa l’editore: ed è una collocazione perfetta. Autobiografico, intimista, montanaro. La storia di una crisi personale alla quale si cerca soluzione nella solitudine dell’altitudine.

Michael Finkel, The Stranger in the Woods. Non sapevo esistesse una traduzione italiana di questo libro, l’ho scoperto dopo averlo terminato. La storia di un uomo che decide di scomparire nei boschi e che per sopravvivere ruba dappertutto. Poi lo prendono e Finkel ne ricostruisce le vicende di vita, a frammenti e non senza difficoltà, vista l’allergia al prossimo di cui soffre il protagonista.

Colson Whitehead, La ferrovia sotterranea. Non sapevo esistesse una traduzione italiana di questo libro, l’ho scoperto un anno dopo aver iniziato a leggerlo in inglese ed essermi arenato per la difficoltà del linguaggio. Poi ho ricominciato in italiano. Una storia di schiavitù, terribile, un libro sul male che ho fatto davvero fatica ad affrontare per la sofferenza che trasuda dalle pagine. Faccio fatica a consigliarlo, ma non a definirlo un capolavoro, come del resto dimostra la sfilza di premi che ha vinto.

Metto anche le cose Marvel. Ho letto il ciclo Thor. The Son of Asgard. Ne sapevo poco, della storia di Thor, non conoscevo il fumetto ma solo uno dei film. Per questo ho iniziato dai fumetti dedicati alla sua adolescenza. Stile Marvel molto fluido, vicende ricche di colpi di scena, con personaggi ben costruiti.

Ho interrotto un saggio storico perché raccontava in maniera didascalica cose che conosco bene, niente di male, ma non mi ha suscitato interesse.

Concludo con una nota senza titoli. Capita, per lavoro, di leggere libri che ancora non sono stati pubblicati. Lo si fa per aiutare autori o editori, nel primo caso a mettere ordine, nel secondo anche a decidere. Io lo faccio, e mi fa molto piacere farlo.

Con tutto il rispetto per Whitehead, non riesco a mettere qui la copertina del suo libro perché davvero l’ho trovato così difficile da reggere che non mi sento di consigliarlo come lettura del mese. E allora…

Economia da taverna. Cadice, XVII secolo

I termini con i quali definire i luoghi di distribuzione e consumazione dell’alcol, in età moderna ma pure oggi, avevano e hanno nomi diversi: bar, osterie, taverne, saloon, inn, bar, pub; andando indietro nel tempo possiamo considerarli sinonimi, nella consapevolezza della ricchezza e varietà del vocabolario.

Un caso che bene prova la rilevanza delle taverne (scegliamo questo nome e poi cambiamolo) per l’economia di certe città europee è quello della spagnola, andalusa Cadice, snodo centrale dei traffici atlantici fino a buona parte del Settecento. Distrutta in seguito all’assalto della flotta anglo-olandese nel 1596, la cinta muraria della città dovette essere ricostruita con particolare dispendio di denaro, visto il piano volto a edificare qualcosa di inespugnabile.

Le disponibilità della Corona spagnola non bastavano a sovvenzionare il progetto, per questo si iniziò fin dai primi anni del Seicento a tassare i consumi quotidiani, primo fra tutti il vino. La scelta di chi impone l’imposta ricade sui beni di largo consumo, altrimenti dove starebbe il guadagno? Allo stesso tempo, la reazione di chi subisce l’imposta non è sempre pacifica. Gli abitanti di Cadice non erano solo generosi consumatori di vino, ma gli scambi legati alla bevanda erano anche particolarmente floridi anche per la sua abbondante esportazione verso i domini d’oltremare. C’era di che infastidirsi, tanto più che la monarchia non si fermò, poiché gli introiti non furono sufficienti. Una Cedola Reale datata
14 luglio 1693 stabilì allora per la municipalità il diritto di imporre nuove imposte su vino, birra, olio e aceto: da allora furono questi, assieme all’acquavite, i prodotti protagonisti del finanziamento delle fortificazioni.

Neppure questo fu sufficiente a garantire il denaro necessario alla ricostruzione. I gravami non si limitarono più ai liquori che entravano nelle mura urbane, ma si estesero a quelli venduti nelle taverne. La misura iniziò ad alimentare le proteste di osti e clienti. Dopo vari anni di lamentele, non sempre pacifiche, gli osti ottennero dall’autorità competente la licenza di alzare i prezzi, cosa che naturalmente disturbò i clienti. Non c’era via di scampo: qualcuno da scontentare non manca mai. Tentativi di risolvere la questione limitando il numero delle taverne o instaurando un monopolio per la vendita del vino al dettaglio non portarono a nulla, anzi, non furono mai attuati, incontrando la prevedibile opposizione dei venditori. E intanto le mura crescevano.

Crebbero bene, tanto che  nel 1717 Filippo V scelse Cadice come città di riferimento per il monopolio commerciale americano e stabilì che la sede centrale dell’amministrazione di tale commercio fosse spostata da Siviglia proprio a Cadice. Qui dunque si stabilì la Casa de Contratación e qui si organizzò la Flota de Indias. La città era di nuovo sicura, grazie (anche) al vino.

Di Cadice e delle sue taverne ho scritto in Sbornie sacre, sbornie profane

Elezioni presidenziali USA. Storia di un’affluenza

Premessa

Questo post ha una lunga preparazione, ciononostante ho rischiato di non scriverlo e pubblicarlo, in segno di profonda delusione, nelle ore in cui ho temuto una rielezione dell’inquilino della Casa Bianca 2017/2020. Quando lo sfratto ha avuto la sua ufficialità, mi sono messo a rielaborare gli appunti ed eccoci qua. Scrivo un’analisi storica delle statistiche relative alla partecipazione al voto degli elettori statunitensi alle loro elezioni presidenziali, dalle origini fino al 2020 (anno per il quale i dati sono ancora parziali e andranno aggiornati). Aggiungo un’analisi delle principali modifiche legislative relative all’ammissione al voto.

Chi contare, come contare

Ci sono delle complicazioni oggettive nel presentare una riflessione di lungo periodo, come quella che segue:

I dati non sono stati raccolti con la medesima cura, stiamo parlando di un confronto lungo più di tre secoli;

Gli e le aventi diritto al voto sono molto cambiati nel corso del tempo;

Gli indicatori sono diversi: si può calcolare la percentuale dei votanti prendendo in considerazione l’età degli aventi diritto (Voting Age Population – VAP); oppure l’eleggibilità dei votanti, escludendo chi ha perso il diritto per esempio in seguito alla commissione di reati (Voting Eligible Population – VEP); oppure ancora i votanti registrati (Registered voters – RV).

Le differenze tra VAP, VEP e RV sono la ragione per la quale si trovano risultati diversi nei siti che si occupano del tema, come per esempio The American President Project, United States Election Project o Wikipedia. Il mio preferito è il primo (disponibile dal 1828), anche se il secondo propone uno spettro più ampio, basato su calcoli VEP relativi a tutte le elezioni (dal 1789). Proprio per questo, mi riferirò nelle righe ai dati della percentuale VEP calcolata dallo United States Election Project.

In conclusione vi proporrò un grafico riassuntivo, il post già sarà più lungo del solito, per questa ragione eviterò di analizzare singolarmente le elezioni, ma sceglierò alcuni momenti di svolta per sviluppare il mio/nostro tema.

Origini

Il principio del cammino elettorale fu riservato a pochi: la Costituzione del 1789 attribuì ai singoli Stati dell’Unione il diritto di disciplinare l’accesso al voto. La soluzione più frequente fu: votavano i maschi bianchi che avevano una proprietà e/o pagavano le tasse, una quota di popolazione stimata attorno al 6%. L’anno successivo fu specificato che i cittadini bianchi nati fuori dagli USA potevano diventare cittadini con diritto di voto. Di questi pochi, ancora meno votarono nelle elezioni presidenziali di fine Settecento, inizio Ottocento (1789-1808): le percentuali stimate oscillano tra il 6,3% e il 36,8%. Furono sempre molto basse fino al 1828 (prima volta oltre il 50%, precisamente 57,3%), con una crescita nel 1812 (40,4%), anno di guerra tra USA e Regno Unito.

Le cose cambiarono a partire dal 1840 (80,3%), quando si tennero le prime elezioni successive alla terribile crisi economica del 1837. Di lì in poi, per parecchio tempo la percentuale dei votanti si attestò tra il 70 e l’80%.

Guerra Civile (1861-65)

Fino a metà Ottocento ai cittadini liberi maschi neri qualche Stato del Nord concesse il diritto, salvo poi revocarlo. In generale, al momento dello scoppio della Guerra Civile (1861-65) il diritto era ancora assai limitato, e pure confuso, poiché ogni Stato andava per conto proprio, alcuni mantenendo le ristrette indicazioni legate a proprietà e tasse, altri allargando ma non troppo. Nel 1860 già si sentiva aria di guerra ed evidentemente l’interesse degli elettori per la politica era altissimo, l’81,8% scelse Abraham Lincoln. L’onda lunga della Guerra arrivò a bagnare le elezioni più partecipate della storia dell’Unione, quelle del 1876 (82,6%), nelle quali non vinse nessuno e il presidente fu nominato a seguito di un accordo politico che avrebbe determinato in negativo la vita dei cittadini afroamericani per quasi un secolo. Toccò a Rutherford Hayes, repubblicano, all’epoca il partito dei progressisti, e dei nordisti. Il prezzo dell’accordo fu la non ingerenza federale negli affari degli Stati del Sud, che tanto male avrebbe fatto in futuro.

Gli aventi diritto al voto erano aumentati di numero: nel 1868 il XIV Emendamento aveva concesso il diritto di voto a tutte le persone bianche di sesso maschile nate o naturalizzate negli Stati Uniti. Due anni dopo, il XV emendamento aveva abolito le restrizioni legate a razza, colore o precedente stato di schiavitù. Ma per i Nativi americani e gli immigrati cinesi la strada era ancora lunga. Il provvedimento fu subito contestato e contrastato negli Stati del Sud, gli ex-secessionisti. Qui viveva la maggior parte dei cittadini neri, qui si cercò in ogni modo di impedire loro di esercitare il diritto di voto. Qualche Stato iniziò a introdurre pure il voto femminile, pioniere il Wyoming nel 1869.

Altri emendamenti

Dal 1904 in poi la percentuale dei votanti non ha mai più superato il 70%, fino (forse) al 2020. Scrivo “forse” perché al momento di chiudere questo post la stima della partecipazione è ancora imprecisa e oscilla tra il 66% e il 72%. Fosse anche il 66%, sarebbe comunque il dato più alto dal 1900.

E chi ha votato in questi centosedici anni? Dal 1920 le donne maggiorenni (XIX Emendamento), ma alcuni Stati cercarono di limitare il diritto come era stato fatto per i maschi nel 1790: serviva avere qualche proprietà oppure essere contribuenti.

Solo nel 1887 i Nativi americani ebbero riconosciuto il diritto, vincolato però al disconoscimento dell’appartenenza tribale. Il limite fu tolto di mezzo nel 1924, ma alcuni Stati dell’Ovest (Arizona e New Mexico in primis) cercarono di resistere imponendo cavillose restrizioni, levate definitivamente di mezzo nel 1948. Nel 2020 in Wisconsin e Arizona, non proprio due stati di poco peso, il voto dei Nativi americani è stato decisivo. Il diritto di cittadinanza e voto agli immigrati cinesi risale invece al 1943.
Il XXIV Emendamento (1964) proibì le restrizioni al diritto di voto legate al pagamento delle tasse, mentre nel 1966 la Corte Suprema sancì che non si potevano addurre ragioni di salute o, ancora legate alla tassazione, per impedire alla gente di votare. Erano provvedimenti necessari negli Stati del Sud, dove il voto degli afroamericani continuava a essere boicottato in ogni modo.
Il XXVI emendamento, che poi è anche l’ultimo, (1971) abbassò l’età dell’elettorato passivo a diciotto anni (prima erano ventuno): i diciottenni potevano andare a combattere in Vietnam, non contribuire a scegliere il proprio presidente. Siamo così faticosamente arrivati al sistema attuale.

Perché in pochi

Oltre al fisiologico disinteresse, la risposta è facile: perché in un’Unione federale, dove ancora l’autonomia legislativa dei singoli Stati è piuttosto significativa, in molti luoghi votare può essere, passatemi il termine, un casino. In disordinata sintesi: per le particolari regole di costruzione dei seggi, votare può richiedere ore di coda; detenuti o condannati con diritto di voto possono essere costretti a complicati adempimenti burocratici per potere effettivamente votare; in molti Stati il riconoscimento dell’identità dei votanti è un deterrente. Pausa. Come un deterrente? Eh, già, in parecchi Stati dell’Unione non serve un documento, quindi si vota in fiducia. Un amico americano mi raccontava di una sua amica che, arrivata al seggio, si sentì dire che già c’era stata. Non era vero, ma non poté farci nulla. Questione di abitudini, o di cultura. Ripresa. Per il presidente si vota in un giorno feriale, e non è obbligatorio farlo. Di sicuro il voto per posta, di cui tutti siamo ormai diventati esperti, è stato un fattore di cambiamento nel 2020.

Sessanta e più per cento

Proprio gli anni decisivi della Guerra in Vietnam segnarono una partecipazione relativamente alta e costante, superiore al 60% per le tornate 1960-1964-1968. Per arrivare a sfiorare il 60% nel post-Vietnam servirono le elezioni successive all’Undici settembre, quelle del 2004. Per superarlo, invece, è stata decisiva la voglia di notificare a Donald Trump lo sfratto dalla Casa Bianca. O quella di cercare di lasciarlo ancora lì, ma loro non ce l’hanno fatta.

La morale

Il diritto di voto non è stato e ancora non è garantito il giusto. L’elettore si mobilita più vigorosamente quando avverte un pericolo. La percentuale dei votanti è un dato storicamente oscillante. Trump ha perso.

Come anticipato, le letture per questo post sono state molte e variegate. Il consiglio è unico però: seguite Francesco Costa, su Instagram, attraverso il suo sito, il podcast o la newsletter. Lui è l’esempio di un giornalismo di qualità fatto anche grazie alla storia.

Un mese da lettore. Ottobre

Eccoci arrivati alla rassegna delle personali letture per quello che è stato, a questo proposito, un buon mese, forse un ottimo mese. Pochi sono stati gli innominati, gli interrotti, gli scartati. Solo un romanzo con buone critiche ma per me illeggibile per il disordine di trama. E un saggio improvvisato. Ricordo la regola: non menziono il titolo dei libri che proprio non mi sono piaciuti.

Devo poi imparare a non scrivere promesse, il proposito di preparare questo post per l’ultimo giorno del mese già due volte è crollato. Teniamoci un range di date. E cominciamo:

Cristina Cassar Scalia, La salita dei saponari. Audiolibro. Terzo della serie dedicata a Vanina Guarasi e al suo mondo, purtroppo al mio gusto il meno riuscito, sia per la trama, sia per le crepe che si intravvedono nella pur bella ambientazione. L’ascolto rimane comunque avvincente.

Karl Ove Knausgard, La morte del padre. Non mi spavento a usare il termine “capolavoro”. La saga di Knausgard è un progetto sul quale vale la pena informarsi. Io ne ero venuto a conoscenza su suggerimento di un amico americano, Mark, che mi aveva regalato una piccola antologia. Avevo letto per esercitarmi nell’inglese (tradotto dal norvegese) e poi non avevo approfondito, chissà perché, in fondo mi era piaciuto. Poi un’intervista all’autore ha fatto squillare il campanello dei ricordi. Sono entrato nel suo mondo e non sarà facile uscirne, ma perché mai dovrei farlo? Della trama non scrivo nulla, faccio fatica a condensare e il titolo basti.

Daniel Immerwar, L’impero nascosto. Libro già più volte protagonista in questo blog, leggete qui se vi fosse sfuggito, e se al contempo vi interessasse. Esempio di saggio storico ottimo, riccamente informativo e metodologicamente interessantissimo. Anche in questo caso siamo a livello altissimo.

Arnaldur Indridason, La ragazza della nave. Audiolibro. Un giallo storico, con un intreccio ben costruito. Bella lettura di intrattenimento, racconta di un mondo nordico del quale non so molto ed è questo un valore aggiunto.

Giuseppe Mammarella, Storia degli Stati Uniti dal 1945 a oggi. Lettura informativa, parte del percorso che sto facendo per capire un Paese non di facile e immediata comprensione. Il libro ha soddisfatto le mie aspettative.

Karl Ove Knasugard, Un uomo innamorato. Seconda parte della saga, la vita di Karl Ove a Stoccolma. L’entusiasmo si conferma. Non è una lettura emotivamente indifferente, quindi prima di affrontare la terza tappa mi prendo una pausa. Era da qui che il mio amico Mark aveva scelto l’antologia da regalarmi, perché si parla di paternità e noi padri siamo.

Conclusi i libri di ottobre, mi prendo lo spazio per un elogio a Daredevil, del quale ho chiuso la lettura della saga 2015/2018, trovate qui le informazioni. Un fumetto pieno di colpi di scena, come ovvio, ma con una linea narrativa sopra le righe il giusto, non troppo, non poco. A mio gusto un fumetto top.

In conclusione, in una corsa di livello olimpico e salva la menzione d’onore di vari concorrenti, il vincitore del mese è

L’impero nascosto, Daniel Immerwahr

Di questo davvero ottimo libro ho già scritto qui, raccontando delle implicazioni alimentari di una guerra non tra le più note, quella combattuta dagli Stati Uniti nelle Filippine a fine XIX secolo.

A essere precisi, di Stati Uniti ho scritto parecchio negli ultimi tempi, qui sul blog ma soprattutto altrove, ci sarà tempo per fermarsi con calma sulla questione, ma oggi mi voglio dedicare al libro di Immerwahr. Dall’Impero nascosto c’è moltissimo da imparare sia sui contenuti, sia sul metodo.

Di cosa si tratta? Immerwahr, che insegna alla Northwestern University, è uno storico esperto di Stati Uniti e in questo lavoro racconta la crescita impetuosa della potenza americana negli ultimi meno di due secoli, esaminando le sue conquiste internazionali, concentrate in buona percentuale tra isole e zone costiere dell’Oceano Pacifico.

Qui serve una carta geografica, che rovesci la nostra abituale prospettiva eurocentrica:

Alaska, Hawaii, Filippine, Puerto Rico, Guam… sono tutti territori/isole parte, ex-colonie, protettorati insomma strettamente vincolati agli USA, la cui storia passa molto da questi mondi pacifici. Guardate a questa mappa e pensate alla Seconda Guerra Mondiale, che gli Stati Uniti iniziarono a combattere prima di tutto contro il Giappone. Immaginate l’importanza strategica delle isole del Pacifico. Ecco, Immerwahr non immagina, spiega. E lo fa bene, con uno stile ficcante e spesso capace di ironia. Io ho letto la traduzione italiana (Einaudi), molto buona. C’è tantissimo altro, a raccontare come e perché gli Stati Uniti siano ovunque, culturalmente e geograficamente, possano essere definiti un impero, certo non paragonabile a quelli di età moderna; la storia prende strade nuove.

Metodo. Abbiamo ormai quasi tutti imparato che il mondo è connesso, cosa molto chiara se pensiamo alla storia recente a stelle e strisce, e dunque il Pacifico non può bastare, e infatti a Immerwahr non basta. Uno dei suoi grandi meriti in questo ottimo libro è di raggiungere l’obiettivo per me primario del lavoro dello storico: ridurre la complessità senza tradirla. Un esempio, questa volta Atlantico. Quando l’esercito americano si impegnò in Europa nella Seconda Guerra Mondiale, trovandosi a gestire materiali e logistica si presentarono problemi enormi. Fu il caso delle viti: quelle americane avevano una filettatura diversa di quelle inglesi e si rivelavano inservibili. Problemi simili erano sorti anche all’interno degli Stati dell’Unione. Non sono questioni da poco, e anche da simili impasse passa la storia del mondo. Immerwahr lo sa bene, non lo dimentica e lo spiega. Utilizza le mappe e le immagini, dosa con grande equilibrio le citazioni.

Un libro che merita la lode.